venerdì, novembre 16, 2007
Souvenir of Canada l'avevo comprato da Chapters a Victoria, che è una piccola città con i semafori pedonali che cinguettano, invece che produrre quel suono monotono che secondo me i non vedenti in fondo al cuore detestano, mentre il cinguettio dei semafori pedonali di Victoria ti fa venire voglia di attraversare la strada anche tu ad occhi chiusi, tanto la città è piccola, e poi se sei a Victoria probabilmente sei appena arrivato da qualche posto dove gente ce n'è proprio poca, il nord dell'isola e magari da più a nord ancora con il ferry, o dal Pacific Rim, e allora camminare per strada in città ti fa un po' impressione, con tutta quella gente tutta insieme. Souvenir of Canada l'avevo poi letto nella mia camera d'albergo di Victoria, e poi in quella di Vancouver, con le finestre aperte perchè faceva caldo, caldo, almeno rispetto al freddo completamente imprevisto di Calgary, il gelo nelle Badlands dove la guida raccomandava proezione solare e cappello, e invece alla fine ci volevano i guanti di lana, e il -1 Celsius a Banff e Jasper, in tenda, e io avevo dormito in tenda anche sulle Alpi con il temporale, per strada senza tenda in Norvegia, e sul piede del monumento alla Terra a Capo Nord con - 2 sempre senza tenda e pioveva anche un pochino, sdraiata nei corridoi dei treni in Germania, e sul pavimento di cemento del capannone del centro sociale Rivolta di Mestre, ma così tanto freddo, così tanto freddo io non l'avevo mai sentito.
Non voglio parlare di quanto è freddo il wilderness, e neanche di cosa ha significato per me Coupland dal 1999 a oggi. Anche perchè ho sonno e domani mattina devo andare in ufficio presto, ed è inutile riordinare le idee ora, perchè prima del prossimo pezzetto di tempo libero ci sono l'ufficio, la logistica, alcune commissioni burocratiche in comune, altra logistica, altro ufficio, figurarsi. E quando domani mattina in ufficio mi chiederanno cosa ho fatto stasera io dirò sono andata al cinema allora mi chiederanno a vedere cosa e io dovrò dire un documentario sul Canada e tutti faranno una espressione vacua, e ci vorrà tutta la giornata prima di avere di nuovo tempo di parlare con qualcuno che non faccia l'espressione vacua.
Solo volevo dire che m'è parso coerente vedere stasera il documentario ispirato al libro in una sala gelida da non potersi togliere la giacca, peccato però perchè mi ero messa il maglione con una manica diversa dall'altra.
Comunque, il film è davvero bello, personale, divertente, commovente, e mi ha fatto ricordare di quando leggevo Souvenir of Canada di notte in albergo, e di quando poi sono andata in una libreria indipendente di Kitsilano su consiglio di David Duchovny, avevo stampato questa intervista a Duchovny che all'epoca viveva a Brollywood per girare X-Files e c'erano un sacco di consigli, librerie indipendenti, piscine da ironman, ristoranti vegetariani, e così ero finita a Kitsilano in una libreria indipendente e c'era una pila di City of Glass autografati il mese prima da Coupland che era stato lì per un reading. E alla fine in aeroporto a YVR avevo tre sporte di libri, la tenda piegata male e tra i denti la cedola per richiedere il rimborso della VAT.
Mesi dopo mi arrivò il rimborso, un bell'assegno tutto filigranato con la foglia d'acero.
Quando anni dopo uscì Souvenir of Canada 2 lo ordinai, lo lessi, e mi sentii molto disorientata, perchè era tutto tanto familiare, ma fuori dalla finestra questa volta c'era l'Europa, e così il libro diventava una cosa esotica (that only Canadians would get), invece la prima volta lui era di casa, ero io ad essere esotica.
Ma il punto è che è stata proprio la distanza ad avvicinarmi a Coupland, negli anni. Il fatto che ci troviamo ai due estremi della stessa cultura, io nel suo cuore storico europeo, lui sulla frontiera del wilderness, e io posso leggerlo e trovare esattamente me, ed ogni volta è favoloso e spaventoso, attraversare le distanze e trovarsi sempre.
Perchè non pensate che viaggiare non mi faccia paura.
Prima di partire per il Canada avevo un incubo ricorrente, una sorta, andavo in Canada, ma per andare in Canada non bastava un volo intercontinentale, era così lontano che era necessario prima raggiungere una specie di stazione orbitante, ma sono sicura che fosse ancora nell'atmosfera, perchè fuori dalla stazione orbiante il cielo era azzurro, ci voleva una specie di aereo ascensore per arrivarci, e una volta su bisognava aspettare l'aereo ascensore per scendere in Canada, e la stazione era piccola e affollata, questa era la parte più spavetosa dell'incubo, perchè io sono claustrofobica.
Cosa significasse questo sogno non so esattamente. Penso che avesse a che fare con la distanza emotiva e quella fisica. Un tentativo di prendere le misure più o meno simboliche del globo.
Dovevate vedere la mia faccia in terza media quando mi mostrarono una proiezione diversa da quella di Mercatore.
Quest'estate invece prima di partire per il Vietnam avevo il terrore di non riuscire a staccare dalla routine del lavoro, e di trovarmi improvvisamente in mezzo ad un delirio metropolitano asiatico, senza forze.
Io non so se mi passerà mai il panico e la meraviglia del viaggio, a tanti non vengono mai. Partono senza paura e al ritorno non sembrano aver provato granchè, come se fossero sempre stati contornati da una bolla di Italia, e niente li avesse toccati o destabilizzati o resi felici. Non so se potrò mai leggere Coupland come sembrano riuscire a fare in tanti tranquillamente da casa propria, con un bagaglio diconoscenze ordinate, un punto di vista europeo, una prospettiva ben ferma, accettando di non capire alcune cose per via della distanza culturale, emotiva, fisica, e con una disposizione ad essere con moderazione coinvolti e commossi dalla lettura, senza dover per forza rimbalzare emotivamente e fisicamente da un luogo all'altro, da un ricordo ad un aneddoto ad una esperienza diretta di solito troppo fredda o troppo calda o troppo puzzolente, senza dover per forza andare a controllare di persona quanto è soffice il pancake e la forma della bottiglia di birra, e la consistenza delle felpe e il vetro azzurro dei balconi e la forma sediolina di plastica sempre uguale, e l'esatta inclinazione dei quel certo ponte, e l'odore del legno che marcisce o quanto rumore fa un moose uscendo da un cespuglio. Senza fare ogni volta lo zaino, e portarsi dietro l'imodium, il filo per stendere e il saccolenzuolo.
Senza avere per forza il mio aneddoto sul wilderness.
Forse no. Spero di no. Credevo avrebbe potuto spiegarmelo Michele Mari, che sembra avere problematiche simili alle mie, in Tutto il ferro della torre Eifell, ma mi ha confuso ulteriormente le idee, come mi succede con Coupland, mi disorienta, eppure non mi lascia sola.


























