giovedì, febbraio 28, 2008
Ho cercato di dare un'utilità a questo giovedì tardo pomeriggio interlocutorio, ma sono riuscita solo a giustificare il blog e ad aprire un account su Twitter.
Mi manca sempre Orione in estate, e in generale mi manca il cielo stellato in estate, mi sento sempre un po' a disagio quando il buio sembra non arrivare mai.
Dove abito ora Orione continua a vedersi tra un albero e un tetto, la notte in inverno. Due anni fa abbiamo installato lampioni speciali che concentrano la luce a terra, senza dispersioni. Da allora le stelle sono un po' più luminose.
D'accordo, sono un po' depressa. Mi è successo altre volte. La differenza è che le altre volte me la godevo abbastanza, mi piaceva passare un periodo a schivare impegni e fissare il vuoto vedendo tutto nero, questa volta invece sono oppressa da una certa fretta di smettere di essere depressa, è fastidioso.
Oggi ho pensato di approfittarne per togliere dal balcone la bandiera della pace. Avevo pensato di tenerla fino al ritiro delle truppe italiane in Iraq, ma mi sembra ormai ovvio che nessun governo ritirerà mai le truppe dall'Iraq, e togliere la bandiera così senza motivo non mi andava. Invece la mia attuale situazione mi garantisce una scusa solida, posso sempre dire "l'ho tolta perchè ero depressa". E poi le mie vicine hanno sul balcone una fila infinita di primule, io non ho alcuna voglia di andare a comprare le primule perchè sono depressa, nemmeno il forte sconto praticato dal Conad sotto casa mi convince, aspetterò che fioriscano i daffodil che ho piantato in autunno. Però, senza primule e in attesa dei daffodil, con un vecchio straccio sporco e strappato il decoro dello stabile è in pericolo, quindi oggi stavo snodando dalla ringhiera la mia bandiera della pace quando con orrore ho scoperto che il simbolico straccio è tutto infestato di cimici.
Fate voi.
mercoledì, febbraio 27, 2008
Quindi, la forfora tenace è rappresentata dalla palina da tennis, bianca per l'occasione, che torna per quante volte la rimandi di là dalle rete. Serve il colpo decisivo. E per fare il colpo decisivo devi toglierti la fascia bianca dalla testa, credevi ti aiutasse ma ti impedisce soltato, forse è lo shampoo inefficace, o forse addirittura è altra forfora della quale non ti eri reso conto, ma gli altri la vedevano. Oppure, è la paura, e le palline sono i dubbi. E se Nadal riuscisse a liberarsi della paura, e a ribattere tutti i dubbi, vincerebbe anche sul duro. E invece vince solo sulla terra battuta, e infatti eccolo sulla terra battuta, all'inizio lo si intuisce, ma poi è evidente. Di più, è proprio con la terra rossa, cioè le nostre certezze, che possiamo sconfiggere i nostri dubbi forforosi, e infatti il packaging lo dimostra, il selenio attivo è stampato in campo rosso, e dobbiamo spargecelo sulla testa, per vincere.
Shanpoo alla terra rossa per regolaristi che non si arrendono.
Le certezze dell'infanzia, la rassicurante terra rossa, la superficie sulla quale siamo cresciuti atleticamente, e che ci è ancora amica perchè attutisce gli urti e quindi è gentile con le articolazioni attempate. E poi è bello spargerla in casa e quando si fanno le pulizie aspirarla pensando, è sabato mattina e sono una tennista con un aspirapolvere.
Insomma, è bello pensare di poter risolvere i propri problemi grazie alle antiche certezze e al coraggio, che si tratti della forfora o di un limite atletico, tattico, o fisico. Poi sappiamo che la pubblicità le spara grosse, per mutuo accordo con il suo target avido di sogni, quindi niente miracoli, ma avremo effettivamente un po' meno forfora. Miglioreremo un po' atleticamente, tatticamente, punteremo su altre caretteristiche fisiche.
Rimarremo numeri due.
Ma saremo sempre lì, pieni di capelli, con parecchi muscoli addosso, e con la terra rossa in testa.
Comunque tutto questo mi fa pensare a due cose. La prima è che Nadal deve riuscire a sconfiggere la simbolica forfora tenace che gli impedisce di vincere sul duro entro lunedì, perchè si gioca a Dubai. La seconda è che vedo tanta gente spostare il proprio disagio su un nemico minore, visibile e misurabile, la forfora, l'acne, il sovrappeso, sconfitto quello, fine del disagio. Ovviamente non funziona così, quindi il mio cervellino razionale preferisce lambiccarsi direttamente sul disagio, il resto gli pare una distrazione inutile (tranne l'orrore per il fisico sedentario, ma come fissazione non autodistruttiva). Però pur focalizzando non risolvo nulla, mentre chi si distrae su altro ottiene nel frattempo in concreto più di me, per esempio sul fronte lavorativo, mi sembra.
Forse quindi a Nadal farà bene preoccuparsi un po' di più della forfora e un po' meno dei campi duri, la fortuna verrà. E poi è giovane, è normale avere dubbi e un po' di forfora, e gli atleti si lavano i capelli di continuo, con tutta l'energia dei ventanni la paura si lava via spessp. Quindi di certo la sua testa è già discreta, e questo spot è onesto ragionevole, se sei dotato e ti alleni e ti lavi i capelli spesso, con un po' di pazienza e di tempo e lo shampoo giusto e la tattica giusta, puoi fare parecchio, contro dubbi e limiti forforosi.
In ogni caso a Dubai si gioca con palle gialline, campo viola, out verdi.
Le palline bianche sono parecchio retrò.
Ma anche la forfora è retrò per molti, una vecchia preoccupazione adolescenziale, un vecchio spot al controllo bagagli, largo ai giovanissimi.
martedì, febbraio 26, 2008

hoo cares, sempre da BlueQ.
lunedì, febbraio 25, 2008
Il Tenente Comandante Data era un androide incapace di sentimenti, tuttavia sapeva descrivere come i suoi percorsi neurali si abituavano con più facilità agli input di alcune persone, e come allora le informazioni allora scorressero fluidamente nel suo cervello positronico. Era capace di descrivere il piacere, insomma, del frequentare qualcuno.
Il caro vecchio straniamento fantascientifico, metti l'umanità dentro una forma stramba, sarà più riconoscibile.
Tra l'altro frequentare persone in qualche modo affini è anche estremamente riposante. Venerdì sera c'era un tavolo adatto proprio per cinque, grande e tondo, di altezza normale, con vere sedie alte il giusto, niente sgabelli da gnomo, niente sgabelli da giraffa, anche l'arredamento del nostro pub si è abituato a noi. Sabato sera poi sono andata con l'amica F. a provare il nuovo sushi bar, e per due ore intere non è stato necessario spiegare, giustificare, difendere nè intenzionalmente tacere alcuna nozione scientifica.
"Quante ore ci vogliono ad andare a Cancun" mi si chiede alle volte volte. "Da Malpensa 14" rispondo sempre io con riluttanza. A questo punto l'interlocutore forma un'espressione incredula e ribatte "ma mio cugino per andare a Seattle che è dall'altra parte ha impiegato 10 ore". "Perchè ha fatto la rotta polare, se voli vicino ai poli la Terra è più stretta e fai prima, Cancun è vicino all'equatore, non si può fare la rotta polare". A questo punto l'interlocutore medio produce una smorfia disgustata, perchè ritiene che non sia opportuno utlizzare terminologia aereonatica in una conversazione casuale, oppure perchè mi considera chiaramente inaffidabile, e pensa chiederò a mio cugino. Alcuni in effetti, ma pochi, ascoltano la faccenda della rotta polare con una espressione di interesse e lampi di comprensione (ecco perchè siamo passati sulla Groenlandia quella volta). Per loro provo un moto di riconoscenza e cerco di sdrammatizzare scaricando il peccato di superbia lessicale su mio padre, dico "me l'ha spiegato mio padre che ha il brevetto di pilota". Se invece sospetto che l'interesse dell'interlocutore fosse solo simulato allora mi nascondo in tutta fretta nello schema sociale, e la frase su mio padre la pronuncio con un tono da famiglia patriarcale (se una donna sa qualcosa è perchè glielo ha spiegato il capo famiglia). Questo di solito rassicura i miei introlocutori antipatici per il tempo necessario a squagliarmela incolume.
Bene, l'amica F. invece all'informazione che non si può fare la rotta polare per andare a Cancun venerdì ha ribattuto "giusto, bisogna volare su tutta la pancia della Terra". Quindi io mi sono risparmiata la fatica e ho bevuto un bel sorso di birra.
Poi l'amica F. si è lamentata dell'inerzia degli uomini, in questo modo: "gli uomini tendono a conservare il loro stato di quiete o di moto rettilineo uniforme", dandomi l'opportunità piacevole di ribattere "è una gran fatica fare la forza esterna che muta il loro stato". E lei ha pututo risparmiarsi la fatica di spiegarmi il primo principio della dinamica e ha potuto bere un sorso di birra.
Siamo andate avanti così per tre birre in bottiglia. Verso la fine i nostri discorsi hanno via via perso coerenza fino a alla formulazione di deliranti progetti imprenditoriali in campo estetico per scucire denaro alle fighette della città dove abitiamo, in modo da non dover più dipendere unicamentente da pidocchiosi stipendi da galline dipendenti della pmi.
Recommi ieri invece al locale multisala della mediocrità per partecipare all'hype burtoniano. Il film era uscito solo lì, e in alternativa in due multisala dello squallore totale.
Non recavomi colà da vari anni e frettolosi anni.
Il multisala della mediocrità aveva profittato della mia assenza per alzare il prezzo del caffè a 1 euro, e quello del biglietto a 8 Euro, e per installare un curioso chek-in per i biglietti prepagati. Praticamente adesso è come volare con la Ryanair, fai da te e le bevande sono care, ma il prezzo del biglietto è doppio rispetto alla British.
E dire che volare con la fantasia una volta era gratis.
Comunque, eccomi là, con le aspettative sotto gli stivali, e in compagnia dell'amica S., e della comune intenzione di bearci della vista di due dei nostri attori preferiti (Depp e Rickman) contemporaneamente sulla stessa pellicola, sugli stessi fotogrammi, nel nostro stesso campo visivo.
Vediamo di sintentizzare le mie aspettative sotto gli stivali. Fan di Depp fin dai tempi di Cry Baby, fan di Burton fin dai tempi di Beetlejiuce, non riesco più a riconoscermi nei loro lavori, forse perchè loro con il tempo e l'età adulta si sono rasserenati, mentre io invece no. Da un lato sono contenta per loro, dall'altro mi sento un po' sola.
Più articolato qui, qui, qui e qui.
L'amica S. indossava un paio di manicotti a righe.
Bene, è stato un piacere trovare entrambe schifiltosamente deliziosi i titoli di testa dove scorrevano i protagonisti principali della saga del nostro immaginario. Affondare in una Londra perfetta nella sua teatralità surreale e simbolica, come era perfetta a suo tempo la cittadina di Edward per gli stessi identici motivi. Sorridere di canzoncine discutibili di smorfie sopra le righe. Essere felici di un passato comune di calze a righe e deliranti pomeriggi sul canale della Manica, e finalmente riuscire ad accettare l'anima nera di Burton per come l'ha accettata lui stesso, c'è, eccola, inutile negarlo, e allora balliamo.
Non mi era stato possibile fino ad ora. E invece ora è successo. Ho osservato mentre succedeva.
In generale ero felice di Londra, della ciocca di capelli bianca che a L. ricorda più che altro Rogue, degli occhi tragici cerchiati di nero che S. l'amico fraterno di L. nonchè fidanzato di S. chiama occhi da panda (alla fine si capisce che Todd non è più dannato perchè non ha più gli occhi da panda, ma il ragazzino sarà dannato per il resto della vita, si vede dagli occhi da panda), e di aver potuto urlare "ma quello è il signor Giles" in coro alla fuggevole vista di Tony Head.
Ma per la precisione è successo quando Depp di è girato verso la finestra e le sue spalle hanno preso una linea imponente, tragica, e magari la linea delle spalle è un mio feticcio, infatti io compiango l'uomo contemporaneo per le sue spalle perennemente tese, incurvate, il collo rattrappito nello stupido tentativo inconscio di parare l'imprevisto tra capo e collo, lo compiango e anche soffro quando mi trovo sotto le dita di shiatsuka un paravertebrale duro e a tratti molle e pieno di bozzi, e mi dispiace perchè produrrà i sintomi della sindrome cervicale, e allora spesso mi guardo intorno e cerco e cerco una linea di spalle che mi dica io so chi sono e non ho paura o si ho paura ma ho coraggio, insomma, magari è una mia fissazione, ma in quelle spalle di Deoo c'era tutto. Non ricordo se erano inquadrate dall'alto, a giudicare, o dal basso, a dare forza morale, ma c'era tutto il personaggio. Difatti se n'è accorta anche Helena Bonham Carter, che ha cercato di avvicinarsi, e anche le sue spalle erano molto belle, appena sollevate nell'angoscia e in qualcosa che ancora non si sapeva fosse un certo rimorso folle e macabro, ma con il collo lungo a dire ho il coraggio di venirti vicino a collo scoperto, lo vedi quanto ti amo. Perchè questa faccenda del collo è animale, e anche noi nella nostra complessità sociale pieghiamo il collo di lato per dimostrare la nostra fiducia incondizionata, è un particolare che risulta sempre tenero, i bambini di un anno lo sanno già fare, che sia per un codice appreso inconsciamente o per istinto mammifero.
Non ho scuse, ok? Accettate che il discorso includa la nozione scientifica. Mio padre non è Desmond Morris, ok?
(però negli anni Settanta ha comprato parecchi sui libri con l'euroclub)
Nella nostra versione straniata il Tenente Comandante Data piegava il collo di lato con un piccolo scatto. Faceva tenerezza.
Bene, questo è successo. E poi, anche più avanti, quando Alan Rickman con la faccia tutta ammorbidita dalla schiuma da barba ha parlato (e non si parla quasi mai in questo film, è sostanzialmente un film muto) e ha detto che era raro trovare un uomo affine con cui conversare, ed era sincero, pur nella sua viscida anima era sincero ed era felice di aver trovato un'anima affine, e in effetti aveva trovato una malvagità pari alla sua, ed è giustamente finito sgozzato un secondo dopo, un minuto ha avuto per toccarci, se l'è fatto bastare.
Bene, questo è successo. Poi siamo andati a bere una birra.
Sono tornata a casa giusto in tempo per vedere la Dandini che intervistava Amelie Nothomb, la quale indossava manicotti a righe e un buffo cappello. E per osservare una poveretta normopeso che si sforzava di ballare una coreografia orrenda. Io credo che uno dei più gravi problemi del nostro tempo, dopo il deterioramento irreversibile del nostro habitat e il neoliberismo selvaggio, sia la carenza di bravi coreografi. Ora è pure morto Bejart. Su ZDF Theater stanno replicando un best of Bejart, e la parte che più mi affascina è il gasatissimo inchino finale al pubblico, con Bejart in scena, i ballerini che salutano prima lui e poi il pubblico, hanno questa espressione di chi ha compiuto un'impresa epica, anni e anni di studio per diventare interprete amato di un uno dei pochissimi grandi coreografi, e stare sullo stesso palco con lui, a salutare, prima della fine. Prima che le luci si spengano.
O forse questa faccenda del problema della carenza di bravi coreografi non è che un aspetto del deterioramento irreversibile del nostro ambiente, e allo stesso tempo una conseguenza del neoliberismo selvaggio. Comunque, questa poveretta si sforzava tantissimo ma era disperatamente normopeso, e io la guardavo con orrore e allo stesso tempo affascinata, chiedendomi se anche io sono così irrimediabilmente normopeso e priva di linee classiche, e turpemente mi consolavo, no, il mio bmi non arriva a 20, no, no, no, no, io un collo lungo su spalle sciolte e so cosa significa, no no no io ho tutti i mei demoni nella testa e ce li ha ancora anche Tim Burton, e ce li hanno Helena Bonham Carter e Johnny Depp e Alan Rickman, e allora significa che hanno imparato a vivere senza ucciderli, che si può vivere senza uccidersi.
Non affrontavamo nemmeno l'insulsa questione del nostro futuro. Forse perchè avevamo trovato d'istinto la sola vera risposta: "Quando sarò grande, penserò a quando ero piccolo."
Amelie Nothomb - Sabotaggio d'amore
domenica, febbraio 24, 2008
Nuovo da BlueQ
sabato, febbraio 23, 2008
Avete presente quegli episodi di ER con i ragazzini di strada e la loro mitologia segreta del sottosuolo di Chicago, per un po' è affascinante ma poi diventa una questione piuttosto squallida di prostituzione.
Avete presente quel romanzo di Amelie Nothomb dove all'inizio credi che la bambina vada in giro per Pechino a cavallo e invece poi si scopre che è solo una bicicletta.
(devo rileggerlo)
Sono stanca della bicicletta, rivoglio i miei cavalli.
Ma la fodera degli stivali si è tutta sbriciolata.
Dico sul serio, non nel senso dei sogni perduti dell'infanzia, si è proprio sbriciolata la fodera, depolimerizzata, è polvere.
Ora ho in macchina un forcone, una longhina e un secchio.
Il forcone, la longhina e il secchio.
La mia personale mitologia fantasy.
giovedì, febbraio 21, 2008
mercoledì, febbraio 20, 2008
Oggi mi riconosco in tutti i Demotivators di Despair.com contemporaneamente.
Anzi ne aggiungo uno.
Questa è la cosa meno faticosa che m'è capitato di fare negli ultimi giorni.

Pain
Pain is beauty, or more often it is just the ordinary byproduct of business processes.
venerdì, febbraio 15, 2008
giovedì, febbraio 14, 2008
Ancora sui teli di Paladino, che a me comunque piacciono, ecco l'iniziativa del Gugol modenese, prova te a quacer la ghirlandeina (prova tu a coprire la Ghirlandina).
Quando le cose si fanno spaventose mi capita di pensare, calma, abito in una regione meno peggio, riesco a far rispettare una buona percentuale dei miei diritti, la mia famiglia probabilmente non sarà mai riconosciuta in patria, ma ci sono numerosi luoghi chiusi dove posso rifugiarmi quando cadono le bombe, casa mia, casa dei miei, case degli amici, qualche cinema, qualche locale, e poi bando alla claustrofobia nazionale, il mondo è la mia ostrica, mi bastano un documento, un cambio di vestiti e una scatola di enterogermina.
Da queste c'è sempre stata questa rete di sicurezza, questa sensazione, che io ricordi. Il posto che mette la musica della tua radio, il cinema che proietta il film improbabile che volevi vedere proprio tu, gli amici hanno tue foto appese al muro e il superalcolico che ti piace in dispensa, e in casa tua nessuno, proprio nessuno può procurarti un attacco d'asma con la sua sigaretta.
I controlli della polizia stradale ci mettono tanto in ansia non solo per la probabilità di essere ingabbiati a causa di un birrino d'abazia, ma perchè è sgradevole la sensazione di trovarsi a sgattaiolare da un rifugio all'altro, e ritrovarsi per cinque, dieci, trenta chilometri allo scoperto in terra nemica, o nella terra di nessuno, con il rischio dei cecchini e delle mine. Chiudersi la porta alle spalle è un sollievo. E poi tutta quest'ansia stanca. Letto. Piumone.
Tuttavia, il cocooning comporta una rinuncia, un ritirata, è un po' arrendersi, nonchè pericoloso sintomo di trentennaggine. Finchè era l'umor nero adolescenziale, finchè erano le 24 ore di lettura ininterrotta dell'universitario fumato intervallato da telefonate fitte, finchè non c'era la rete, e non si finiva maggiorenni a vivere insensate esistenze virtuali dicendo vuote enormità ad emeriti che sconosciuti, poteva andare più che bene. Ma una trentennaggine tutta ufficio e nickname no, no e poi no.
Insomma, oggi ho comprato una cosa per San Valentino. Sono andata da Obi e ho comprato un campanello a due note. Ce n'era uno più costosto che prometteva un suono melodioso prodotto con due timpani, ma ho squassato entrambi i campanelli e mi è sembrato che producessero lo stesso identico suono.
Ho comprato un campanello perchè quello che ho ora sembra un'apparecchiatura da elettroshock. Un violento e obnubilane suono metallico continuo, che produce una vibrazione sgradevolissima negli organi interni, e lascia per parecchi istanti spaesati, prima di permettere di formulare il pensiero "sabato mattina bolletta multa". Ogni volta che lo sento penso a Sylvia Plath e a quello che le facevano in manicomio.
Ora, è vero che il mondo esterno è spesso sabato mattina bolletta multa, e io in realtà vorrei non avercelo nemmeno un campanello, però magari è meglio non arrendermi del tutto.
Sabato L. lo monta. Credo servirà un trapano, ma fa parte dell'allegria tra vicini trapanare il muro il sabato mattina.
Mondo esterno, ho un po' di fiducia in te, penso che tu possa annunciarti con un plin plon melodioso. Poi però non so se ti darà il tiro, vedremo.
Se l'aborto è omicidio, avrà almeno l'attenuante della legittima difesa.
Guido Ceronetti - Il silenzio del corpo
mercoledì, febbraio 13, 2008
Io capisco la centralità sociale della questione riproduttiva, ma tutta questa disinvoltura nel parlare degli uteri deli altri è orribile.
martedì, febbraio 12, 2008
Io non riesco a digerire che da tutte le parti si dibatta del prezzo del pane, certamente un bene di prima necessità, seppur sempre più spesso sostituito dalle brioche industriali, quando un prodotto di largo consumo popolare come un sms per votare qualche mezzo analfabeta che non sa neppure fare un pliè in un programma della de Filippi costa 1 Euro.
Mi viene in mente Le Ceneri di Angela, dove i burocrati della San Vincenzo de Paoli si rifiutano di fare la carità alle madri povere che fumano, perchè i soldi delle sigarette potrebbero usarli per comprare il pane ai loro figli. Ma loro come possono rinunciarci, le sigarette sono l'unico piacere che c'è nella loro vita.
E mi viene in mente il pane e le rose. Bene, vogliamo il pane a niente e le brioche a poco (se poi i grassi sono idrogenati pazienza), e giustamente vogliamo anche le rose.
Ma non potremmo sceglierci delle rose più belle? Se abiti a Limerick negli anni '40, piove di continuo tanto che Alan Parker per far capire quanto piove deve girare proprio a Limerick e aggiungere anche pioggia finta, e sei terribilmente povero, allora le rose possono essere una sigaretta e cinque minuti per fumarsela in pace, certo. Ma com'è possibile che nel nostro mondo, il nostro momento di piccolo piacere voluttuario per il quale in quanto popolo siamo disposti a rinunciare al pane perchè si sa che un piccolo lusso mette di buonumore, debba essere Maria de Filippi? Come, come è potuto accadere?
lunedì, febbraio 11, 2008
Mi spiace non riuscire questa sera ad andare a vedere Cesky Sen, sull'Europa dell'est dei centri commerciali, dal trailer mi ha ricordato tanto certe mie vicende al Carrefour di Cracovia. Quanto alla tv, credo di aver trovato il mio nuovo OC (precedentemente Dawson Creek, precedentemente Beverly Hills) o qualcosa del genere, è Skins.
Poi, ho visto solo il trailer ma posso garantirvi che Persepolis riempie perfettamente il grande schermo.
sabato, febbraio 09, 2008
Society, you're a crazy breed. Povera me, non sono riuscita ad immedesimarmi in Sean Penn che si immedesima in un backpacker. Se questo film vi ha emozionato andateci, in Alaska. Sul sito del film si vince un viaggio. E ci sono parecchi appunti utili sul trekking. Andate per favore, non fatevi bastare Sean Penn. Io sono stanca di spiegare come funziona attendarsi dove ci sono gli orsi, e osservare le vostre espressioni poco convinte, e ascoltare i vostri commenti da documentario di Alberto Angela. Andate, scopritelo da soli.
I hope you're not lonely, without me.
Society, crazy indeed...
I hope you're not lonely, without me
Society, have mercy on me.
I hope you're not angry, if I disagree.
Society, crazy indeed.
I hope you're not lonely...
without me.
In realtà Into the Wild mi è parso un buon film. Due ore e mezza di soluzioni relativamente convenzionali, il voiceover, il flashback, il campo lungo, la dissolvenza, la parola scritta, la narrazione lineare, comunque il tutto montato con generosità, coraggio a momenti persino autoriale, fiducia nella propria ispirazione.
Avrebbe potuto andare avanti per sei ore, sono certa che Sean Penn sarebbe stato capace di montare egregiamente sei ore di questa roba, e io l'avrei guardata volentieri.
Parla di cose interessanti, Sean Penn. Della frontiera, del wilderness, della letteratura, della mitopoiesi, dello smarrimento identitario nella società puritana degli eletti. Parla dell'America insomma, quella che noi europei non possiamo capire per via della nostra solida, rassicurante idea del tempo e del passato, che ci garantisce tutti o quasi gli elementi identitari che ci servono per non dare di matto.
Parla degli anni Novanta e del Pacific Northwest. Parla di Los Angeles.
Parla di accettare la propria storia familiare per riuscire a diventare adulti.
Parla di tutti quei ragazzi wasp che si incontrano in giro per il mondo, con i riccioli lunghi sbiaditi, che viaggiano sdraiati nel cassone di un pick-up, e sorridono guardando il cielo.
Tuttavia.
Non mi sono immedesimata. Non ho sognato, non ho capito, e persino, non ho condiviso.
A prima vista questo potrebbe apparire preoccupante. Ma come mai! Backpacker a mia volta, due interrail, starvation budget, tenda, orsi, moose, anni Novanta, azioni di Greenpeace, fuga dalla famiglia, tutto. Anche relegando il fascino della questione della frontiera e dell'identità nordamericana alla mia sfera più razionale degli studi universitari, anche dimenticando certi slanci poetici che nel mio modo di vedere le cose sono da etichettare più che altro come patetico pseudoromanticismo hollywoodiano, dovrebbe rimanere abbastanza in questo film da annodarmi le budella.
E invece cosa succede?
Succede che per tutto il tempo rimprovero McCandless. Mettiti le calze, gli dico. Perchè il problema di McCandless, ed è evidente fin dalle prime sequenze, è che si rifiuta di mettersi le calze. Per questo alla fine muore. Le calze non solo in senso metaforico, vale a dire in quanto simbolo della cultura di appartenenza che viene rifiutata perché corrotta, insensata, desensibilizzante, falsa e pure stupida. Ma anche le calze in quanto calze, indumento utile per proteggere i piedi da ferite e problemi vari, in particolare quando si fa trekking, come per esempio il problema zecche.
Mettiti le calze, ripeteva sempre l'amica E. all'amica F., durante il nostro primo interrail. Mettiti le calze o ti verrano le vesciche. L'amica f. rifiutò le borghesi calze, affidandosi unicamente ad una polvere contro il sudore, e le vennero le vesciche. Le vesciche sono uno strazio in interrail, non ha senso farsi venire le vesciche solo per sentirsi liberi dalle regole di casa. Aveva ragione l'amica E. D'altra parte bisogna provare per sapere. Altrimenti non ci si libera mai di nulla. Aveva ragione anche l'amica F.
Comunque, nella prima sequenza del film, vediamo McCandless che si fa lasciare su un sentiero in Alaska. La persona del luogo che gli ha dato un passaggio lo squadra. McCandless è pateticamente male in arnese.
Quando vai a fare trekking in posti come l'Alaska, lo Yukon, le Rockies dell'Alberta, il British Columbia, i locali ti squadrano sempre. Vogliono vedere come sei messo. E' chiaro che vuoi metterti alla prova di fronte alla natura, bravo, ma devi ricordari che sei una scimmia nuda, non hai la pelliccia dell'orso, l'unico modo che hai per sopravvivere è quello di farti intelligente, uccidere l'orso e metterti addossolo la sua pelliccia. Ti serve anche un certo know-how per uccidere l'orso e metterti addosso la sua pelliccia, quindi devi essere un animale sociale, qualcuno deve averti insegnanto. La sopravvivenza dell'uomo nel wilderness, senza astuzia organizzativa e senza una solida socialità, in pratica rifiutando anche la razionalità dei pionieri, è un sogno romantico impossibile salvo eccezioni estreme. Un credente potrebbe dire che per l'appunto siamo stati scacciati dal paradiso terrestre. Per questo sotto certi aspetti il sogno di McCandless di vivere nel wilderness con una organizzazione carente e una socialità sommaria (niente carte, niente attrezzatura appropriata, scarse nozioni), può essere considerato una sorta di tentativo di suicidio mistico.
Comunque i locali ti squadrano per vedere come sei messo, vogliono sapere se possono darti qualche dritta in allegria, oppure se devono passare la settimana successiva a preoccuparsi per te che nel frattempo sarai probabilmente morto congelato nella tua tenda perchè ti sei portato la cartina sbagliata e il tuo sacco a pelo è ti tipo estivo.
Il locale squadra McCandless e sa che dovrà preoccuparsi parecchio. Cerca di rimediare almeno al problema delle calze, che è il problema più grosso. Così gli regala un paio di stivali di gomma. Nel corso del viaggio, qualcuno aveva già tentato di convincere McCandless a indossare appropriate calze, ma a lui l'aveva preso come il solito precetto borghese da cui spogliarsi (appunto). In effetti il consiglio veniva dalla sua superiore nella gerarchia di un fast food dove stava guadagnando qualche soldo. Comprensibile che l'abbia snobbata. Poteva permetterselo, allora. Anche l'amica F., mica è morta perchè ha attraversato la Manica in traghetto con le vesciche. E tutti andavano scalzi durante le riprese del Signore degli anelli, d'accordo. Ma ad un certo punto non puoi più permettertelo. E' la solita vecchia storia del succhiare il midollo della vita, bada di non strozzarti con l'osso.
Alla fine, il rifiuto delle calze, vale a dire di quel complesso di strumenti e conoscenze che permettono ad un uomo di vivere nel wilderness, porta inevitabilmente McCandless al disastro. E le tappe del disastro sono fin troppo eloquenti. Spara ad un animale troppo grosso per poter essere macellato e conservato da un uomo solo in estate. Ad un certo punto in Earth Children Ayla uccide si un cavallo e si occupa di tutto da sola, ma le avevano insegnato come fare, aveva fatto parecchie volte tutte le operazioni necessarie, e poi si tratta di un romanzo, che per di più molte librerie espongono nella sezione fantasy e fantascienza. Poi, McCandless seppellisce i resti del moose vicino al torrente. Non si seppellisce mai niente vicino ad un torrente! Soprattutto vicino al torrente dove prendi l'acqua da bere! Non hai letto How to shit in the woods? No, certo, cosa ti importa della giardiasi, perchè tu sei un affascinante antieroe, e vai in giro a cercare erbe commestibili senza metterti gli occhiali.
E hai continuato a rifiutarti di mettere le calze, perchè credevi che così ti saresti sbarazzato di tuo padre, anche lui non portava le calze (per due volte Penn indugia sulle caviglie nude di William Hurt, il padre), e invece stavi facendo esattamente il contrario, e cioè stavi diventando tuo padre, praticando la sua stessa identica ostinazione.
Certo è obbligatorio ad un certo punto diventare il proprio padre. Ma non strozzarsi con i suoi calzini. Meglio indossarli e andare per la propria strada.
Poi hai capito, hai capito che non era necessario continuare a cercare di uccidersi, buttarsi col kayak giù per vie contingentate, attraversare illegalmente sull'acqua la frontiera con Messico, farsi pestare dai ferrovieri (anche io sono stata trattata un po' male dai ferrovieri, ora che ci penso, in Svezia, mi hanno messa a dormire nello sgabuzzino della carta igienica), e chissà che altro. E non era neanche necessario continuare ad inseguire le frontiere, l'ultimo wilderness americano. Potevi tornare a casa. Succede ad un certo punto del viaggio, sai che hai fatto quel dovevi fare, hai scoperto quello che volevi sapere, e puoi tornare a casa.
Ma non tutti riescono a tornare a casa. C'è un fascino, in questo, lo riconosco. Ma anche nel riuscire a rimanere vivi e tornare c'è un fascino. Quando l'ho scoperto per me è stato molto importate.
E' stata l'amica E. e suggerirmi di andare a vedere questo film. Era rimasta impressionata soprattutto dalla morte per fame, una prospettiva che qualunque viaggiatore si trova a temere prima o poi, essendo la sottoalimentazione più o meno volontaria una esperienza non insolita in viaggio. Anche io sono rimasta un po' impressionata, anche se Penn si è premurato di rendere la fine meno terribile, con un avvicinamento lento tramite i flashback, con ritmi sorretti dal voiceover, con mille precauzioni, probabilmente anche per giusto rispetto nei confronti della famiglia di Mc Candless.
Io comunque, fascino o no, mi sarei immedesimata meglio se lui si fosse presentato sullo Stampete Trail ben insulato nel goretex e nel kevlar, sapendo quel che faceva, passi il suo zaino che nei primi anni Novanta era anche accettabile, l'amica E. ne aveva uno quasi uguale, me essendo molto più piccola di statura la sua testa non spuntava dall'alto. e avrei preferito che poi fosse tornato indietro per raccontare.
O se non ne avete voglia, magari c'è il gioco per Wii.
giovedì, febbraio 07, 2008
Ieri ero tremendamente stanca. Non sono riuscita ad alzarmi dal divano, vestirmi e andare a fare la sbarra. Tutti sanno che l'unico modo di risolvere la stanchezza è dormirla o sudarla. Non certo sottoporla a Ballarò e penosi quesiti politici.
Me ne sono andata a dormire esausta, la lotta per il potere mi esaspera. Vincere ed eccellere sono due cose diverse. Lo si impara nello sport. Quando vincere ed eccellere vengono confusi, sul lavoro come in politica, si determina una distrazione, dal lavoro stesso e dai programmi, e alla fine non si conclude nulla di buono.
Berlusconi continuerà a piacere ai benpensanti, a chi sogna di diventare ricco a spese degli altri, a chi conserva una gran paura della rivoluzione.
Veltroni ci dirà tante belle frasi in inglese (the book in on the table).
Uno dei due vincerà ad aprile. Aprile, il mese dell'asma.
Obama piace ai giovani e ai neri. Perchè? Perchè è giovane e nero.
Hillary piace alle donne e agli ispanici. Perchè? Perchè è donna e somiglia più ad una ispanica che a un nero (per esempio è di statura modesta).
Corrono.
Obama mi è lievemente antipatico perchè è un fighetto e ho già visto troppa retorica dell'uomo nuovo. I fighetti non si sopportano, e con la retorica dell'uomo nuovo tante parole ma poi si finisce in Vietnam o sottopagati a progetto. Hillary mi rassicura perchè ormai sappiamo tutto di lei, nel bene e nel male, e si candida sapendo che noi sappiamo.
Così rientro nei trend rilevati dagli analisiti. Infatti non sono giovane e non sono nera. Ma sono donna e abbastanza ispanica. Ho interrogato alcuni conoscenti, e anche loro rientrano nel trend. Donna emiliana sopra i 40, Hillary. Donne per un ottavo africana e sotto i 30 Obama.
Oggi mi sento meglio. Sarà l'anno del ratto.
Veltroni è un po' patetico nel suo sentirsi nero e giovane, ma apprezzo la sua iniziativa, era ora che qualcuno si alzasse in piedi e si prendesse la responsabilità di qualcosa.
E che sia Obama o sia Hillary, ci saremo comunque sbarazzati dell'uomo bianco (McCain è vecchio, all'America non piacciono i vecchi, l'Ameria odia il tempo, l'America sogna un'era eletta e incorrotta, e quello che ci somiglia di più è la gioventù, che per un uomo è esteticamente più lunga, per questo le rughe di Hillary sono un grosso problema).
mercoledì, febbraio 06, 2008
Un'automobilina a idrogeno con il suo piccolo pannello solare e l'apparecchio per l'elettrolisi. No, non siete finiti per sbaglio su Altroconsumo, neanche nel paniere dell'istat.
144 Euro alla Città del Sole. Lo stesso giocattolo, identico, nel 2006 costava 80 dollari dal produttore cinese, ma è comunque lodevole la volontà di distribuzione ecosensibile di Città del Sole.
E' solo che mi manca la Germania. Mi mancano i distributori di olio di colza, le birre al limone negli autogrill dei distributori di olio di colza, e i silenzi perfetti dell'aeroporto di Monaco, e il suo distributore di idrogeno che non ho mai visto ma la cui esistenza mi rassicura.
Certo ormai è arrivata anche qui la Pizza Ristorante. Ma non fa lo stesso effetto. Forse mi sentirò meno nostalgica quando arriverà anche la Pizza Ciabatone.
Cassandra's Dream è un film sinistro e amarognolo (definizioni di due sconosciute spettatrici nella fila davanti), in cui si sta molto seduti su una panchina a rimuginare, l'ho ucciso, ho fatto bene, ho fatto male.
Un tempo si stava seduti su una panchina a guardare il Queensboro, ma è inutile rimuginare sul passato. Le rimuginazioni sono noiose, per quanto a volte ci scappi una linea piuttosto riuscita.
If we were in the army, we'd be expected to kill strangers every day.
We broke God’s law
God? What God, you idiot
Io qualche tempo fa ci sono andata, a sedermi sulla panchina a guardare il Queensboro, ne ho identificata una dalla quale secondo me la prospettiva del ponte era quella corretta. Era vicino ad un parchetto pieno di mamme eleganti con il passeggino McLaren e tate latine con i capelli lunghi, come si vede nei film. E' stato emozionante, la prima volta. La seconda e la terza (su insistenza dell'amica B.), un po' meno emozionate, però era curioso un sentirsi un po' a casa. Insomma, di tutte le cose che si possono provare una panchina, il rimorso dell'aver ucciso qualcuno è uno degli argomenti che meno mi interessano, personalmente. Dal punto di vista teorico poi il problema era stato già sviscerato a sufficienza in Match Point, secondo me. Certo Ewan McGregor è più bello di Jonathan Rhys Meyers, quindi il replay risulta esteticamente gradevole (tra l'altro, a Ewan McGregor hanno fatto una pettinatura fantastica), poi i soliti interni curati, le auto d'epoca, la musica insolitamente discreta di Philip Glass, il font rassicurante nei titoli.
Nel complesso, non m'è piaciuto. Ma non sono neppure uscita dal cinema disgustata. Sinistro e amarognolo.
Una cosa non riesco a togliermi dalla testa. Si era partiti da un discorso sulle differenze di classe, in Match Point. Lo si era continuato un po' anche in Scoop, mantenendo però sempre un profilo di distinzione, d'accordo parliamo della plebe, ma questa plebe prima ripuliamola un po' (a Rhys Meyers facevano persino fare un corso di BA, Scalett Johansonn era un'americanotta, e Splendini rimaneva quasi fino alla fine nel sicuro confine del comico), e usiamo il distacco estetico e la teoria della messa in scena. Ora qui ci sono gli stessi meccanismi, i nostri protagonisti sono proletari con una barca vinta al cinodromo e le jaguar prestate. Però mi sembra, dico mi sembra, che Allen scivoli più a lungo nel loro vero mondo, indugi negli scantinati dei ristoranti in crisi con le scale che scricchiolano, nelle stanze con la carta da parati a fiori, nei sorrisi di Kate che non ha tante pretese, nei discorsi concreti di un padre taxista. Mi sembra che l'estetica dl distacco e dell'esemplificazione abbia lasciato più spazio alle panche fuori dai pub, alle bottiglie di salsa HP, a ragionevoli ambizioni di aprire negozi di articoli sportivi. Ma dove siamo, in un film malriuscito di Ken Loach
martedì, febbraio 05, 2008
Garnant - L'amica V. ha deciso che è vecchia abbastanza da potersi ragionevolmente comprare una LV.
L. - Ma no dai, non è mica vecchia come Gorbachev.
Garnant - ...
Avevo adocchiato su una rivista la Fairy Bag di Prada, ma poi ho scoperto che è un'edizione limitata disegnata da Julie Verhoeven, ce l'ha giusto giusto Tilda Swinton, e costa la cifra che nel mio stile di vita è ragionevole spendere per quattro tratte intercontinentali con otto coincidenze continentali.
Dev'essere per quello che le fatine hanno le ali.
Leggendo per lavoro di nuove macchine per la risonanza magnetica, più spaziose e allo stesso tempo più corte, ho notato un accostamento interessante tra due categorie, gli obesi e i claustrofobici.
Io appartengo alla seconda categoria, sono claustrofobica. Il verificarsi dei miei sintomi dipende in realtà da una varietà di condizioni, oltre alla percezione dell'invasione del mio spazio vitale mi servono anche per esempio il mal d'auto o l'ansia lavorativa.
Nel tempo però ho notato un elemento costante, gli esseri umani che percepisco come invasori del mio spazio vitale di solito sono obesi. Non lo fanno apposta, hanno davvero bisogno del mio spazio vitale, e io non ci posso fare niente, è fisicamente impossibile, non posso per esempio allungare una gamba un un braccio per garantirmi un po' di spazio socialmente inviolabile, sono costretta a ridurmi. Così mi stringo nel già stretto sedile della classe economica sul volo intercontinentale di 14 ore perchè loro sono più grandi del loro sedile, mi appiccico al muro con il vassoio alto sopra la testa per farli passare in mensa, mi spalmo sulla portiera altrimento non ci stanno.
Sorrido ma mi sento aggredita.
Non sento niente di simile nella normale calca della metropolitana, dove tutti più o meno cercano di occupare poco spazio, o a confini del pogo da concerto, che è un'occasione di contatto allegro.
Il bisogno di spazio del claustrofobico è strettamente psicologico, e invisibile, mentre per l'obeso è un bisogno oggettivo e fisico. Però mi chiedo, non verrà tutto dalla stessa esigenza? L'obeso dice io sono questo che vedi, accettami. Il claustrofobico dice, io sono questo che vedi e parecchio spazio intorno, accettami.
Comunque nessuna delle due categorie ha successo, mi sembra. Per l'obeso tutti fanno spazio ma guardandolo male, per il claustrofobico non fa spazio nessuno (d'altronde il claustrofobico ha un sacco di pretese, con le sue esigenze invisibile).
Così ci serve una macchina apposita per la risononza magnetica, siamo ugualmente handicappati nel nostro eccessivo bisogno di spazio, ops, volevo dire, siamo diversamente spaziali.
Insomma, alieni.
lunedì, febbraio 04, 2008
Pioveva ed era lunedì sera, lo è ancora, ma sono uscita per via dei pezzi del puzzle.
Mi mancava ancora un documento, di quelli che mi avevano rubato a dicembre, la tessera del cineclub bolognese dei Fratelli Marx. E mi manca un film, di quelli che non avevo fatto in tempo a vedere l'anno scorso a Londra, Tony Takitani.
E visto che il cineclub Fratelli Marx proiettava Tony Takitani nella rassegna dall'eloquente nome "i film che non vi hanno voluto far vedere", ecco due pezzi in una sera sola.
Prima o poi il disegno generale apparirtà.
Da, per e oltre un racconto di Haruki Murakami, musiche di Sakamoto, un filo narrativo delicato, semplice e insieme strano, visivamente malinconico, introspettivo e insieme sfuocato, a suo modo rigoroso. Una pagina scritta, una pagina disegnata, un'inquadratura scivola in un'altra, si ferma, un'altra ancora. Sakamoto commenta.
Quante cose non so dei giapponesi, la loro lingua, perchè entrano nella vasca con un asciugamano in testa, se sanno che le articolazioni delle nostre ginocchia sono diverse e non permettono di stare seduti comodi a quel modo.
Non so nemmeno in quale lingua sia questa locandina (coreano?), ma è quella che più dice quello che volevo dire.
Ammettiamolo, della 194 c'eravamo quasi dimenticati. Distratti da una piggia di preservativi di ogni gusto e colore, impegnate a valutare pregi e difetti dell'anello e del cerotto, ormai stufate da anni di monofasica, scettiche di fronte a minipillole e seasonal, e poi a furia di sentir parlare di coppie sterili la 194 era sparita nell'ombra del nostro immaginario, in un angolo molto buio. Quello della risoluzione estrema e tremenda per una situazione intollerabile.
Quasi quasi credevamo di averla scampata, la 194, non ci riguardava più. Con l'amica A. all'università parlavamo con terrore delle statistiche di fallimento degli anticoncezionali, ora l'amica A. è ginecoloca in ospedale e ci racconta che vorrebbe imparare un po' di arabo o di russo per parlare con le sue pazienti, sono quasi tutte extracomunitarie.
Credevamo di averla scampata, prospettiva diversa, distanza socio-culturale, ma era solo una tregua anagrafica, si diventa potenziali primipare attempate, e arrivano i fantasmi di altri rischi.
Mai distrarsi. Arriva qualcuno e vuole rubarti la coscienza per usarla lui. Tu non te lo aspetti, sei distratta, come uno scippo al supermercato.
Ora io vorrei sapere chi esattamente è andato a puntare un faro sulla 194, e continua ad approfittare di ogni occasione per insistere a colpi di badile mediatico, fregandosene di tutto l'orrore che rende assolutamente necessaria l'esistenza di questa legge, e di tutto il dolore che necessariamente la circonda.
Chi è che sta fomentado questo dibattito raccapricciante, dove le macchine del caffè sono costrette ad ascoltare bestialità come "se l'aborto diventa facile poi le donne lo usano come anticoncezionale"? Dove qualunque politico può aprire la bocca ogni giorno per mera opportunità ideologica, su fatti scientifici che in realtà ignora, e su principi etici che palesemente non rispetta?
Perchè serve una volontà orchestrata per infilare a forza tutti i giorni la 194 nei titoli dei quotidiani. Ci vuole un piano ideologico. Uno scopo di potere. Ci vuole qualcuno che ci metta dei soldi.
L'altra settimana Ratzinger ha detto qualcosa, non ricordo nemmeno più cosa. Il giorno dopo i giornali titolavano aborto qua, 194 là. Sono andata a leggere le parole di Ratzinger, non c'era traccia di aborto o 194. Certo, erano sottintesi. Certo, probabilmente in modo strumentale.
Ma il discorso sottinteso e probabilmente strumentale di un capo religioso non si trasforma da solo nel titolone di un quotidiano per mettere in discussione una delicata legge dello stato. Qualcuno deve volerlo. Qualcuno deve impegnarcisi, la notte. Gli scagnozzi di Ratzinger? Può essere. Ma la mia impressione è che Ratzinger sia più uno strumento di un meccanismo di potere politico.
Si vuole cambiare la 194 quindi si fa leva su Ratzinger per raccogliere consensi.
Ora c'è questo documento firmato da celebri neonatologi romani, che riguarda l'opportunità di rianimare neonati molto pretermine, in considerazione del fatto che oggi le terapie mediche permettono di salvare bambini che dieci anni fa sarebbero stati certamente condannati. Si parla di stabilire confini rispetto all'accanimento terapeutico, di opportunità di modifica di protocolli, di diritti del neonato. Non si parla esplicitamente di aborto. Certo, sotto alcuni aspetti lo si sottintende.
Ma di nuovo, l'implicazione di un documento medico (eventualmente strumentale quanto si vuole) non si trasforma da solo nel titolone di un quotidiano per mettere in discussione una delicata legge dello stato. Qualcuno deve volerlo.
Dicono i giornali, il documento non ne parla esplicitamente, ma implica che in seguito ad un aborto dopo la 22 settimana, si potrà rianimare il bambino senza il consenso della madre. Dicono ancora i giornali, i cardinali applaudono. Dicono, questa e quella associazione, questo e quel politico gioiscono.
C'è proprio da stare allegri.
Chiunque sappia con quali metodi e in quali circostanze viene praticata una interruzione di gravidanza al quinto mese, e si fermi a riflettere due minuti sulle implicazioni di tanta allegria, per la madre, il padre, e il futuro del bambino, proverà orrore, per la miseria del nostro mondo.
Allora mi chiedo chi c'è dietro a questo meccanismo brutale di creazione del consenso? Chi è disposto a manipolare le coscienze in modo tanto efferato, scavalcando il rispetto per la sofferenza, negando persino che esista, al solo scopo di garantirsi una posizione tra gli uomini di potere?
domenica, febbraio 03, 2008
Per evitare di confondere la sensibilità con l'eversione fascista e stragista stabiliremo dei limiti.
OfflagaDiscoPax - Sensibile
Quando ho visto gli Offlaga per la prima volta dal vivo, nel marzo del 2005 al Maffia di RE, presentavano il loro Socialismo Tascabile con una Robespierre che già passava in radio, e suonavano anche due inediti. Uno di questi, Cioccolato IACP, parlava del mio paese che era come dire Valdivostok, e della mia vicina di casa. Ieri sono stata al Maffia per la presentazione del nuovo Bachelite, finalmente è ufficiale Cioccolato IACP, insieme ad altri brani già incontrati nelle tappe del lungo tour dei nostri eroi reggiani (no, non sono di Cavriago), Superchiome, Sensibile, e Dove ho messo la Golf. Non me la sono goduta molto, a dire il vero. Avevo sonno, avevo mangiato troppi funghi in padella, sul palco c'era una luce fastidiosa che all'inizio avevo scambiato per un grosso flash da macchina fotografica. Invece a quanto pare era un stroboscopio regolato appositamente così, per fare atmosfera. Sarà stata la mia solita eccessiva persistenza dell'immagine sulla mia delicata retina, sarà che , dopo ogni flash per parecchi secondi non vedevo più Max. Gli altri due offlaghi non li vedevo comunque per via dei solito giovinastri altri sei metri sparsi nelle prime file. Inoltre, i problemi di audio infastidivano i miei delicati timpani.
Quel concerto è stato per me una piccola ridefinizione del concetto di nostaglia.
Non solo le suggestioni del passato. Ma proprio la mia vecchia frazione agricola. Persino la mia vicina di casa.
Ma Bachelite me lo sto godendo ora.
Il CD è nero bachelite, con i quadretti come una lavagna per matematica. Però io credevo che le lavagne fossero in ardesia. Mi dicono i che i piani dei banchi di scuola in effetti sono in bachelite, e credo anche i vecchi telefoni, e certi cruscotti delle auto. Qualcosa mi sfugge, scusatemi.
Per esempio ho il dubbio che il finale di Lungimiranza sia frutto di un problema nel CD che ho comprato, più che una scelta artistica.
Quacosa d'altro invece non mi sfugge, nelle nostre vicende comuni. Mie, nostre, per esempio di quelli che vanno al Maffia studiandosi l'abbigliamento prima. Palasport che crollano, telefonate di Natale, crostacei caparbi. Sensibile. Dea, Vania, Wilmer. Le piastre per i panini in cucina.
Le guarnizioni della golf.
La mia golf non è tanto frusta, ma l'acqua, poca, è sempre entrata, gocciolando lentamente, molto lentamente dall'alto, plic, ploc. l fatto è che il profilo della portiera tende accumulare l'acqua, e così quando piove l'acqua rimane lì, per ore, anche quanto ha smesso di piovere, anche in garage. Te ne accorgi perchè quando poi apri la portiera per entrare, ti cade una splash d'acqua sulle scarpe.
sabato, febbraio 02, 2008
Freddo infrasettimanale. C'è una lunga fila davanti al dopolavoro ferroviario che proietta Cous Cous. Una lunga fila di varia umanità un po' attempata, che ripone fiducia nei loghi dei festival e in un multiculturalismo che sia almeno un po' allegro.
Accanto al dopolavoro ferroviario c'è il circolo arci con il bar degli umarells.
Due umarells con bastone siedono davanti alla porta, e commentano con aperto scetticismo.
(Trascrizione di massima, chi scrive è parlante del dialetto della città accanto, che è un po' diverso).
Umarell1 - Ma l'è acse bel cal film che?
(ma è così bello questo film?)
Umarell2 - Al so menga, me sun 20 an ch'a vaghia mia al cinema. I film i ved a la televisiaun.
(Non lo so, sono 20 anni che non vado al cinema. I film li vedo in tv)
Umarell1 - Ma se, inco a ghe mia piò bisogn d'ander al cinema, a ghe la televisiaun.
(Ma si, oggi non c'è più bisogno di andare al cinema, c'è la televisione)
Quindi mi chiedo, è l'umarell che è molto avanti, o il giovane affezionato scaricatore e masterizzatore ad essere pensionato dentro?


































