Garnant

giovedì, novembre 29, 2007

Ogni sera quando torno a casa ad accogliermi trovo il telefono sirius pininfarina trepidante. Nel giro di mezz'ora chiama Telecom per cercare vendermi Alice, e dopo poco chiama Sky per tentare di vendermi un abbonamento. Tutte le sere ripeto la solita solfa ad entrambi, no, non vi ricordate, per sbarazzarmi proprio di Alice siamo arrivati l'anno scorso all'avvocato e al garante, e no, non mi interessa l'offerta Sky, e per di più trovo moralmente deprecabile il meccanismo dell'esclusiva, pago di più perchè voglio vedere questo programma ma soprattutto perchè voglio che gli altri non lo vedano, pappappero.

In sottofondo, c'è la cronaca nera. Quanto detesto questo recente trucco giornalistico nella cronaca nera. I morti ammazzati hanno solo il nome, così ti immedesimi meglio. Se sono giovani a volte hanno solo il soprannome. Se sono infanti, al nome viene preposta obbigatoriamente l'espressione "il piccolo".
Rai e Mediaset raccontano dei loro rapporti occulti come se questi non li riguardassero, i giornalisti leggono con l'identica aria tra lo stupefatto e il moderatamente ottimisma che assumono quando leggono le notizie pseudoscientifiche. Perchè subito ti allarmi, ma poi ti senti meglio perchè almeno adesso è ufficiale.

- Lo sapevate? Siamo sempre stati tutti d'accordo!
- Lo sapevate? I topi a progetto vivono meno di quelli a tempo indeterminato!

Io credevo che lo sapessero tutti da sempre dei rapporti occulti Rai e Mediaset, e che votando a sinistra si manifestasse la propria preferenza per la lottizzazione, votando a destra si scegliesse invece l'influenza costante del più ricco. Non è così? Suvvia, certo che è così.

Nel frattempo Wanna Marchi e certi finanziatori localmente noti hanno aperto un centro wellness nel modenese. Questo è interessante, perchè significa che il modenese è il posto ideale per pianificare truffe, circonvenire incapaci, e strappare peli superflui. A quale di queste attività si dedicherà Wanna nel modenese non è ancora chiaro, comunque trattandosi di attività tutte in qualche modo dolorose, per precauzione alcuni cittadini hanno promosso una petizione per de-wannizzare il comune.

postato da garnant | 18:16 | p.link |

mercoledì, novembre 28, 2007

Ho comprato una piantina di agrifoglio, e una confezione di bulbetti di daffodil.
Le stagioni mi obbligano a pianificare, con una loro gentilezza.

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martedì, novembre 27, 2007

Decluttering.
De... kipple-izing?

postato da garnant | 22:25 | p.link |

lunedì, novembre 26, 2007

Di questi tumblr mi piace la pulizia formale, e il fatto che sono centrati esattamente su quello che mi piace del blogging, saltare di palo in frasca, collezionare dettagli, prendere appunti, e tenere un diario confortevole per le dita e per gli occhi. D'ora in poi mi vanterò di aver precorso i tempi stando ferma, troppo pigra per inserire i titoli nei post quando hanno inventato l'interfaccia apposita, e poi mi sono sempre chiesta a cosa servisse, non bastava cambiare corpo del testo, mettere in grassetto, e inserire un a-capo? Comunque sono troppo prigra anche per cambiare piattaforma, quindi mi limiterò ad eliminare i commenti.

postato da garnant | 23:57 | p.link |

domenica, novembre 25, 2007

Troppi intrighi di corte, spadaccinerie il giusto, Enrico Lo Verso ben barbuto, e Viggo Mortensen indossa un favoloso cappello.
Alatriste.

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postato da garnant | 23:11 | p.link |

Nonostante le sue qualità sperimentali e innovative, la narrazione transmediale non è del tutto un'invenzione recente.

H. Jenkins - "All'inseguimento dell'unicorno origami"

postato da garnant | 18:14 | p.link |

sabato, novembre 24, 2007

Weird Weddings
The Next Generation

T. (di anni 3) - Questi sono i miei Gormiti.
Garnant - Forti! Ma cosa sono? Mostri? Alieni? Da che pianeta vengono?
T. (di anni 3) - Vengono dall'edicola.
Garnant - ...

postato da garnant | 16:09 | p.link |
weird weddings

giovedì, novembre 22, 2007

Mi ricordo che stavo facendo un turno in più in birreria perchè tutte le colleghe erano ballerine classiche e allora erano andate a vedere Bejart. Poi erano arrivate tardi con i ragazzi, ballerini classici appena ventenni, circondati da sguardi adoranti, e mangiavano, mangiavano, per una volta, e bevevano, ma sempre tenendo l'ombelico in dentro, le spalle aperte e sciolte, e il collo libero.
L'ultima cosa che ho visto di Bejart in teatro è stato Brel Barbara, perchè poi alla fine ho smesso di fare i turni in birreria per coprire le colleghe ballerine classiche, e Bejart sono andata a vederlo in altre città e con altre persone, e credo che anche la birreria abbia cambiato gestione.
Succede di trascorrere un po' di tempo, nel corso degli anni, ad imparare cose complicate e noiose e difficili, che comunque la maggior parte della gente felicemente del tutto ignora, come cambiare galoppo, o combinare il salchow con il toe-loop, stare decentemente in quinta posizione. E sempre si condivide qualcosa con qualcuno, con tutti quelli che hanno speso tempo ad imparare quelle stesse cose. I muscoli doloranti, l'abbigliamento improbabile, una storia, tutto per la bellezza del gesto, e quello che si prova creando quel gesto.

Jorge e Maurice, il Bolero

postato da garnant | 22:47 | p.link |

E' una giornata novembrina e io ridicolmente fischietto, tanto le grane lavorative non se ne vanno, meglio fischiettarci su. Al mattino Second Category dei Tellers, questo sabato al Corallo (si quello di Vinicio), e al pomeriggio Gegen den Rest, la sigla di Kebab for Breakfast - tuerkisch fuer Anfaenger, di tali Karpatenhund.

Ich glaub noch immer daran
Ich bin überzeugt davon
Dass alles richtig war
Dass alles stimmt
Und wenn es jetzt beginnt
Ganz plötzlich ernst zu werden
Plötzlich anders zu sein
Und die ganzen Beschwerden
Und wir sind ganz allein
Gegen den Rest

Nichts kann uns passiern...


Se poi anche voi vi rilassate con le parole, provate un misto di repulsione e nostalgia per i cari vecchi esercizi di vocabulary, e vi piace approfittarvi del fatto che le parole di parentela latina sono considerate difficili dagli anglosassoni, provate questo Free Rice (visto da Comida), con l'occasione pagate il pranzo a qualcuno.

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postato da garnant | 20:04 | p.link |

mercoledì, novembre 21, 2007

Non rileggevo Buzzati da più di dieci anni, e ultimamente avevo questo pensiero ricorrente, che fosse arrivato il momento di rileggerlo. Apposta per spaventarmi a morte, del cambio di prospettiva. Così ho deciso di leggere tutto d'un fiato Il borghese stregato, succedesse quello che doveva succedere. E naturalmente è successo, quello, ma anche qualcosa di più.

I Santi
di Dino Buzzati

I Santi hanno ciascuno una casetta lungo la riva con un balcone che guarda l'oceano, e quell'oceano è Dio.
D'estate, quando fa caldo, per refrigerio essi si tuffano nelle fresche acque, e quelle acque sono Dio. Alla notizia che sta per arrivare un santo nuovo, subito viene intrapresa la costruzione di una casetta di fianco alle altre. Esse formano così una lunghissima fila lungo la riva del mare. Lo spazio non manca di sicuro. Anche San Gancillo, come giunse sul posto dopo la nomina, trovò la sua casetta pronta uguale alle altre, con mobili, biancheria, stoviglie, qualche buon libro e tutto quanto. C'era anche, appeso al muro, un grazioso scacciamosche perché nella zona vivevano abbastanza mosche, però non fastidiose.
Gancillo non era un santo clamoroso, aveva vissuto umilmente facendo il contadino e solo dopo la sua morte, qualcuno, pensandoci su, si era reso conto della grazia che riempiva quell' uomo, irraggiando intorno per almeno tre quattro metri. E il preposto, senza troppa fiducia in verità, aveva fatto i primi passi per il processo di beatificazione. Da allora erano passati quasi duecento anni. Ma nel profondo grembo della Chiesa, passettino passettino, senza fretta, il processo era andato avanti. Vescovi e Papi morivano uno dopo l'altro e se ne facevano di nuovi, tuttavia l'incartamento di Gancillo quasi da solo passava da un ufficio all'altro, sempre più su, più su. Un soffio di grazia era rimasto attaccato misteriosamente a quelle scartoffie ormai scolorite e non c'era prelato che, maneggiandole, non se ne accorgesse. Questo spiega come la faccenda non venisse lasciata cadere. Finché un mattino l'immagine del contadino con una cornice di raggi d'oro fu issata in San Pietro a grande altezza e, di sotto, il Santo Padre personalmente intonò il salmo di gloria, elevando Gancillo alla maestà degli altari. Al suo paese si fecero grandi feste e uno studioso della storia locale credette di identificare la casa dove Gancillo era nato, vissuto e morto, casa che fu trasformata in una specie di rustico museo.
Ma siccome nessuno si ricordava più di lui e tutti i parenti erano scomparsi, la popolarità del nuovo santo durò ben pochi giorni. Da immemorabile tempo in quel paese era venerato come patrono un altro santo, Marcolino, per baciare la cui statua, in fama taumaturgica, venivano pellegrini anche da lontane contrade. Proprio accanto alla sontuosa cappella di San Marcolino, brulicante di ex voto e di lumini, fu costruito il nuovo altare di Gancillo. Ma chi gli badava? Chi si inginocchiava a pregare? Era una figura così sbiadita, dopo duecento anni. Non aveva niente che colpisse l'immaginazione.
Comunque, Gancillo, che mai si sarebbe immaginato tanto onore, si insediò nella sua casetta e, seduto al sole sul balcone, contemplò con beatitudine l'oceano che respirava placido e possente. Senonché il mattino dopo, alzatosi di buon'ora, vide un fattorino in divisa, arrivato in bicicletta, entrare nella casetta vicina portando un grosso pacco; e poi passare alla casetta accanto per lasciarvi un altro pacco; e così a tutte quante le casette, finché Gancillo lo perse di vista; ma a lui, niente. Il fatto essendosi ripetuto anche nei giorni successivi, Gancillo, incuriosito, fece cenno al fattorino di avvicinarsi e gli domandò:
-"Scusa, che cosa porti ogni mattina a tutti i miei compagni, ma a me non porti mai? ".
"E' la posta" - rispose il fattorino togliendosi rispettosamente il berretto "e io sono il postino."
"Che posta? Chi la manda?" Al che il postino sorrise e fece un gesto come per indicare quelli dell'altra parte, quelli di là, la gente laggiù del vecchio mondo.
"Petizioni?" - domandò San Gancillo che cominciava a capire.
"Petizioni, sì, preghiere, richieste d'ogni genere" disse il fattorino in tono indifferente, come se fossero inezie, per non mortificare il nuovo santo.
"E ogni giorno ne arrivano tante? " Il postino avrebbe voluto dire che quella era anzi una stagione morta e che nei giorni di punta si arrivava a dieci, venti volte tanto. Ma pensando che Gancillo sarebbe rimasto male se la cavò con un:
"Be', secondo, dipende". E poi trovò un pretesto per squagliarsela. Il fatto è che a San Gancillo nessuno si rivolgeva mai. Come neanche esistesse. Né una lettera, né un biglietto, neppure una cartolina postale. E lui, vedendo ogni mattino tutti quei plichi diretti ai colleghi, non che fosse invidioso perché di brutti sentimenti era incapace, ma certo rimaneva male quasi per il rimorso di restarsene là senza far niente mentre gli altri sbrigavano una quantità di pratiche; insomma aveva quasi la sensazione di mangiare il pane dei santi a tradimento (era un pane speciale, un po' più buono che quello dei comuni beati).
Questo cruccio lo portò un giorno a curiosare nei pressi di una delle casette più vicine, donde veniva un curioso ticchettio.
"Ma prego, caro, entra, quella poltrona è abbastanza comoda. Scusa se finisco di sistemare un lavoretto, poi sono subito da te" - gli disse il collega cordialmente. Passò quindi nella stanza accanto dove con velocità stupefacente dettò a uno stenografo una dozzina di lettere e vari ordini di servizio; che il segretario si affrettò a battere a macchina.
Dopodiché tornò da Gancillo: "Eh, caro mio, senza un minimo d'organizzazione sarebbe un affare serio, con tutta la posta che arriva. Se adesso vieni di là, ti faccio vedere il mio nuovo schedario elettronico, a schede perforate". Insomma fu molto gentile. Di schede perforate non aveva certo bisogno Gancillo che se ne tornò alla sua casetta piuttosto mogio.
E pensava: "possibile che nessuno abbia bisogno di me? E sì che potrei rendermi utile. Se per esempio facessi un piccolo miracolo per attirare l'attenzione?" Detto fatto, gli venne in mente di far muovere gli occhi al suo ritratto, nella chiesa del paese.
Dinanzi all'altare di San Gancillo non c'era mai nessuno, ma per caso si trovò a passare Memo Tancia, lo scemo del paese, il quale vide il ritratto che roteava gli occhi e si mise a gridare al miracolo. Contemporaneamente, con la fulminea velocità loro consentita dalla posizione sociale, due tre santi si presentarono a Gancillo e con molta bonarietà gli fecero intendere ch'era meglio lui smettesse: non che ci fosse niente di male, ma quei tipi di miracolo, per una certa loro frivolezza, non erano molto graditi in alto loco. Lo dicevano senza ombra di malizia, ma è possibile gli facesse specie quell'ultimo venuto il quale eseguiva lì per lì, con somma disinvoltura, miracoli che a loro invece costavano una fatica maledetta.
San Gancillo naturalmente smise e giù al paese la gente accorsa alle grida dello scemo esaminò a lungo il ritratto senza rilevarvi nulla di anormale. Per cui se ne andarono delusi e poco mancò che Memo Tancia si prendesse un sacco di legnate.
Allora Gancillo pensò di richiamare su di sé l'attenzione degli uomini con un miracolo più piccolo e poetico. E fece sbocciare una bellissima rosa dalla pietra della sua vecchia tomba ch'era stata riattata per la beatificazione ma adesso era di nuovo in completo abbandono. Ma era destino che egli non riuscisse a farsi capire.
Il cappellano del cimitero, avendo visto, si affrettò dal becchino e lo sollevò di peso.
"Almeno alla tomba di San Gancillo potresti badarci, no? è una vergogna, pelandrone che non sei altro. Ci son passato adesso e l'ho vista tutta piena di erbacce." E il becchino si affrettò a strappare via la pianticella di rosa.
Per tenersi sul sicuro, Gancillo quindi ricorse al più tradizionale dei miracoli. E al primo cieco che passò davanti al suo altare, gli ridonò senz'altro la vista. Neppure questa volta gli andò bene. Perché a nessuno venne il sospetto che il prodigio fosse opera di Gancillo, ma tutti lo attribuirono a San Marcolino che aveva l'altare proprio accanto.
Tale fu anzi l'entusiasmo, che presero in spalla la statua di Marcolino, la quale pesava un paio di quintali, e la portarono in processione per le strade del paese al suono delle campane. E l'altare di San Gancillo rimase più che mai dimenticato e deserto.
Gancillo a questo punto si disse: "meglio rassegnarsi, si vede proprio che nessuno vuole ricordarsi di me." E si sedette sul balcone a rimirare l'oceano, che era in fondo un grande sollievo. Era lì che contemplava le onde, quando si udì battere alla porta.
Toc toc. Andò ad aprire. Era nientedimeno che Marcolino in persona il quale voleva giustificarsi.
Marcolino era un magnifico pezzo d'uomo, esuberante e pieno di allegria: "Che vuoi farci, caro il mio Gancillo? Io proprio non ne ho colpa. Sono venuto, sai, perché non vorrei alle volte tu pensassi... ".
"Ma ti pare" - fece Gancillo, molto consolato da quella visita, ridendo anche lui.
"Vedi?" - disse ancora Marcolino. "Io sono un tipaccio, eppure mi assediano dalla mattina alla sera. Tu sei molto più santo di me, eppure tutti ti trascurano. Bisogna aver pazienza, fratello mio, con questo mondaccio cane" - e dava a Gancillo delle affettuose manate sulla schiena.
"Ma perché non entri? Fra poco è buio e comincia a rinfrescare, potremmo accendere il fuoco e tu fermarti a cena."
"Con piacere, proprio col massimo piacere" -  rispose Marcolino.
Entrarono, tagliarono un po' di legna e accesero il fuoco, con una certa fatica veramente, perché la legna era ancora umida.
Ma soffia soffia, alla fine si alzò una bella fiammata. Allora sopra il fuoco Gancillo mise la pentola piena d'acqua per la zuppa e, in attesa che bollisse, entrambi sedettero sulla panca scaldandosi le ginocchia e chiacchierando amabilmente.
Dal camino cominciò a uscire una sottile colonna di fumo, e anche quel fumo era Dio.

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martedì, novembre 20, 2007

Metanarrativo era la parola preferita del mio correlatore. Anche il mio correlatore diceva cose come questo semestre ho cinque corsi, devo seguire due post-doc, e fare tre turni a settimana come bagnino nella piscina del campus.
Comunque, ho visto Vero come la finzione, o meglio Stranger than fiction, almeno per una volta non l'hanno chiamato se mi scopri non t'ammazzo o qualcosa del genere.
Ora, chi tra voi lettori non ha visto questo gilm e ha intenzione di vederlo, oppure per principio non legge mai spoiler di alcuni tipo, o non nutre interesse in generale per la parola metanarrativo, farebbe meglio a fermarsi qui, e tornare domani sperando in un dei solito post sul pattinaggio artistico o sui bicipiti di Nadal.

Bene, allora adesso non è rimasto nessuno e io posso scrivere quello che mi pare, ha!
Dunque, il protagonista di questo film si presenta come il solito protagonista noiosissimo che conta i propri passi da casa alla fermata dell'autobus, le spazzolate di denti, i secondi per annodare la cravatta, fa il funzionario delle tasse, e non ha una vita privata. Insomma uno di quei personaggi che non sarebbero mai scrittori, e che spesso gli scrittori descrivono con un senso di superiorità compiaciuta, senza sapere che persone così non esistono, e quando esistono non sono affatto così, è vero, possono contare le spazzolate di denti, ma di solito possiedono una mente complessa e qualche volta geniale, seppur aliena e incomprensibile nel normale consorzio sociale, al quale sono un po' disadattati. Perciò abbiamo questo personaggio poco riuscito, Harold, che è il protagonista del film e si alza al mattino, e segue la sua routine di conteggi di spazzolate e passi mentre il regista aggiunge compiaciuto alcune didascalie simpatiche, e una narratrice onnisciente racconta i conteggi con uno stile vagamente supponente. Si scopre che Harold è il protagonista, poco riuscito, del romanzo che la narratrice onnisciente sta cercando di concludere, e anche lei (Emma Thompson) è un personaggio del film. Sta cercando un modo per uccidere Harold, ma non lo trova perchè ha il blocco dello scrittore, ed anche evidentemente perchè Harold è un personaggio poco riuscito, quindi è troppo difficile trovargli una morte riuscita. A furia di sforzarsi di entrare in sintonia con il suo personaggio, narrando narrando, la scrittrice finisce per farsi sentire da Harold. Harold vive la sua giornata e nella sua testa sente la voce narrante, una voce che ad un certo punto dichiara che Harold morirà. Harold così si rivolge ad una psichiatra, che lo diagnostica come schizofrenico, e gli suggerisce di rivolgersi eventualmente ad un esperto di letteratura. Così Harold va a parlare con un professore universitario (quello che somiglia al mio correlatore - Dustin Hoffman). Costui cerca di liberarsi di Harold prendendolo per pazzo, ma poi capisce che la voce narrante è onnisciente, e allarmato consiglia ad Harold di scoprire se il genere della sua vita è la commedia o la tragedia, e suggerisce alcuni espedienti per rallentare il plot, con esiti disastrosi. Ma con l'aiuto della critica letteraria, e di una graziosa fornaia quasi laureata ad Harvard che non paga la frazione di tasse che va a finanziare le spese belliche, Harold impara a diventare un personaggio migliore, un personaggio che fa cose interessanti come argomentare con il mio correlatore e cose deliziose come regalare alla giovane fornaia una mazzo di farine (flours).
L'autrice allora ha una intuizione magrittiana, e decide finalmente come uccidere Harold. Ma Harold è diventato un personaggio complesso e riesce a trovarla, si presenta a casa sua, cerca di dissuaderla dall'ucciderlo, e se ne torna a casa con il suo romanzo, la sua morte ancora solo manoscritta. Scopre che la sua storia è davvero significativa solo se finisce con la sua morte, domani. Accetta. L'autrice si siede, inizia a battere a macchina, e rinuncia. Uccidere un personaggio senziente è troppo. Allora appiccica un happy ending, ma anche questo non è giusto nei confronti di un personaggio senziente. Si dovrà scrivere tutto daccapo, niente superiorità compiaciuta, niente luogo comune dell'uomo arido che conta le spazzolate, tutto daccapo intorno ad personaggio finalmente davvero umano.
Bello no? Peccato che tutto insieme il film non scorra granché, proceda piuttosto disunito, e che il meccanismo attraente del personaggio che riesce a sentire la voce della sua autrice non venga indagato più di tanto, ma subito abbandonato in favore di sviluppi più banali. Anche visivamente, il film non offre niente di specialissimo. Certo comunque un lavoro interessante, godibile, a tratti anche brillante e persino commovente, ma sempre un po' al di sotto della sue possibilità, proprio come era stato il precedente lavoro di questo regista, Neverland.

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lunedì, novembre 19, 2007

Avete presente quando parte Heroes, in radio o in una tv accesa in un'altra stanza, e fate finta di niente per quindici secondi, perchè potrebbe essere una pubblicità, perchè adesso siete nel fottuto target di mercato, ma poi qualche volta succede che i quindici secondi passano, e non arriva nessuna voce a cercare di vendervi qualcosa, allora sapete che è il brano vero, tre minuti di Heroes, tutti per voi.
Ecco, avete presente, quello.

postato da garnant | 19:27 | p.link |

domenica, novembre 18, 2007

Tornando a mente fredda su Souvenir of Canada, volevo dire che al di là di tutte le mie vicende personali, lo consiglio a chiunque abbia un interesse per qualcosa. Il Canada non c'entra, e in fondo neppure Coupland. Per apprezzarlo è sufficiente essere in grado di interessarsi ad una cosa qualsiasi (non tutti in effetti ci riescono). E' vero, c'è chi conosce Coupland come autore, per via della generazione X, la geekness e tutto il resto. E c'è chi conosce il Canada, per recenti sviluppi musicali o per aver visto Anna dai capelli rossi, o per aver studiato la letteratura quebecchese, o come la mia nonna perchè una sua amica ci è emigrata negli anni 50 e da allora hanno avuto una lunga corrispondeza.
Ma non è questo il punto.
Il punto è che Souvenir of Canada, il libro ma più ancora il documentario, parla di quello che si prova per per la propria storia e il proprio immaginario, e questo è qualcosa che tutti (quasi tutti) possono capire. Coupland parla del Canada attraverso un milione di dettagli popolari e privati, dai giocattoli di quando era piccolo, ai barattoli nella dispensa di sua madre, alle strade della sua città, agli abiti dei suoi vicini, agli hobby di suo padre e dei suoi fratelli, al viaggio della fine dell'adolescenza, fino al lavoro e alla nostalgia. Il suo scopo è farsi capire dai canadesi attraverso le sensazioni del ripercorrere una storia comune, e farsi capire da tutti gli altri attraverso la sensazioni del ripercorrere una storia non comune, eppure ugualmente comune per comune umanità. Ecco io sono questa persona che abita lontano, ma anche tu hai avuto esperienze del genere e capisci, vero?
Pensate alla Canada House, la classica unifamiliare di truciolo dove quasi tutti i canadesi dei suburb sono cresciuti. Arredata con la memorabilia di una generazione canadese. That only Canadians would get. Ora pensate a come sarebbe la vostra Emilia House, o la vostra Milano House, o la vostra [Interessespecifico] House. La vostra, quella della vostra generazione. Deve esserci di mezzo la nostalgia. Immaginate di scegliere un appartamento IACP, o un PEEP degli anni Ottanta, o un piccolo contesto facciavista, raccogliete tutto quanto fa parte della vostra vicenda, e solo voi e chi vive nel raggio di cento chilomentri può capire (cento chilometri perchè l'Italia è densamente popolata, quindi la varietà culturale è estrema). Dovete immaginare di essere dei designer, però, altrimenti somiglierà semplicemente al vostro solaio.
Adesso pensate cosa proverà qualcuno della vostra stessa età, che non avete mai conosciuto ma che ha abitato nel comune accanto, e frequentato il vostro stesso immaginario. Pensate cosa proverà un canadese. Nulla, forse, o semplice curiosità. Ma se sarete stati bravi, sentirà quello che sentite voi, e la nostalgia, del suo mondo personale e anche un po' del vostro, pensate.

postato da garnant | 14:41 | p.link |

sabato, novembre 17, 2007

Recentemente sono stata spesso accusata di essere una studentessa universitaria. Le prime volte l'ho preso come un complimento, non sembro poi così vecchia. Poi però ho iniziato ad avvertire il tono di accusa.
Per esempio l'altro pomeriggio sono andata in banca per sbrigare certi pagamenti, che dovevano essere effettuati in un noto e pubblicizzatissimo istituto di credito dove non ero mai stata. Sono arrivata in ritardo di tre minuti, e mi sono ritrovata la porta vetrata chiusa davanti al naso. Ho cercato di attirare l'attenzione dell'impiegato, visto che nella mia banca (no, non è quella che la mia banca è diversa) se arrivi in ritardo tardi e chiedi gentilmente, ti fanno entrare lo stesso. Insomma, l'impiegato prima ha cercato di ignorarmi, poi è uscito, ha dichiarato che non potevo entrare per ragioni di sicurezza, poi ha dichiato che il mio pagamento sarebbe stato lungo e complesso, e si è pure lamentato perchè comunque pagando con una assegno avrei fatto perdere al suo povero istituto di credito dodici ore di valuta. Alla mia espressione delusa e infastidita, per il chiaro sabotaggio dei mie tentativi di avere una vita decente nello scarso tempo libero, ha chiesto con un ghigno:

- Ma devi pagare le tasse universitarie?
- Si, magari!

Ma dalla sua faccia era chiaro che non intendeva fare un complimento al mio liscio incarnato, voleva darmi della giovinastra sfaccendata.

L'altra settimana invece sono andata in biblioteca a richiedere l'acquisto del saggio di Henry Jenkins, Cultura Convergente, uscito da poco in traduzione italiana per Apogeo, con prefazione di Wu Ming. Mi sentivo perfettamente a mio agio, volume recente, autore autorevole, prefazione che ti fa fare la figura della biblioteca molto avanti. La bibliotecaria tinta di mezza età mi sorride incoraggiante, finché pronuncio il titolo del libro. Su cultura le sue sopracciglia si aggrottano. Su convergente il suo labbro si storce. Nemmeno la data di pubblicazione le aggrada, se dovessimo accogliere tutte le richieste di novità non riusciremmo a gestire la fila degli utenti, si lamenta. Arrivata alla casa editrice, alza le braccia dalla tastiera. No no no, troppo specialistico, non ci sono fondi per comprare volumi di questo genere di editori, noi acquistiamo testi di interesse generale, divulgativi, questo invece è [espressione di disgusto] universitario. Infatti, cercando, è disponibile alla biblioteca di Economia. Io sorrido accomodante, mi ha preso per una appena ventenne, che bello. Poi però mi ricordo che il mio vecchio tesserino universitario cartaceo con foto bullonata non mi fa più entrare in nessuna biblioteca unviersitaria, oggi non sei davvero nessuno se non ha almeno una banda magnetica. Mi assale un pensiero. Una volta eiettato fuori dall'università, non hai più il diritto di leggere testi universitari, qualunque cosa ciò significhi. Devi andare a lavorare, e basta.

- Vabbè, insomma, allora devo proprio comprarmelo di tasca mia.
- Comunque prova ad inoltrare la richiesta via web, non si sa mai.

Così vado a casa e inoltro la richiesta via web, più che altro per dimostrare alla biblioteca che ci sono almeno due persone interessate a quel volume. Già che ci sono richiedo l'acquisto anche nella biblioteca del comune accanto, per lo stesso motivo.
Insomma io sono affezionata ad Henry Jenkins, spuntava sempre da tutte le parti quanto studiavo per il seminario di linguaggi televisivi, quando facevo le ricerche per la mia tesi sulla fantascienza, vagavo nella rete della metà degli anni 90 (andavano ancora di moda i siti con i frame), e mi sorprendevo di quanto i saggi sui cultural studies e le comunicazioni di massa fossero semplici e illuminanti, tanto più semplici, pur nella loro accademicità, rispetto alle elucubrazioni intellettualoidi che sentivo in giro, e che trovavo tremendamente parruccone e reazionarie. All'epoca Henry Jenkins era già un guru del MIT e il suo Textual Poachers era un cult, difficile da reperire, costoso, si narrava che contenesse il leggendario manifesto della fanficiton.

Fan fiction is the way of the culture repairing the damage done in a system where contemporary myths are owned by corporations instead of owned by the folk.

Curiosamente, dieci giorni dopo aver inoltrato la richiesta, la biblioteca, la stessa che mi aveva dato dell'universitaria, mi ha comunicato di aver acquistato il libro, di avermelo anche messo da parte, tutto nuovo e con la copertina trasparente. Ora è sulla mia scrivania. Chissà poi perchè l'hanno comprato, alla fine. Hanno deciso che pur essendo universitario poteva essere lo stesso divulgativo? Oppure hanno notato che la prefazione dei Wu Ming fa biblioteca molto avanti? O hanno visto la mia data di nascita e non hanno potuto liquidarmi come giovinastra?

Questa idea dei giovani sfaccendati che leggono libri inutili nell'università/parcheggio, mentre gli adulti produttivi, loro si, vengono presi sul serio in banca, le loro richieste di acquisto in biblioteca vengono accolte con rapidità ed efficenze, e poi si riposano guardando la De Filippi, mi inquieta.
Io sono un ibrido che non ha diritto in nessuno dei due gruppi.

postato da garnant | 14:23 | p.link |

venerdì, novembre 16, 2007

Souvenir of Canada l'avevo comprato da Chapters a Victoria, che è una piccola città con i semafori pedonali che cinguettano, invece che produrre quel suono monotono che secondo me i non vedenti in fondo al cuore detestano, mentre il cinguettio dei semafori pedonali di Victoria ti fa venire voglia di attraversare la strada anche tu ad occhi chiusi, tanto la città è piccola, e poi se sei a Victoria probabilmente sei appena arrivato da qualche posto dove gente ce n'è proprio poca, il nord dell'isola e magari da più a nord ancora con il ferry, o dal Pacific Rim, e allora camminare per strada in città ti fa un po' impressione, con tutta quella gente tutta insieme. Souvenir of Canada l'avevo poi letto nella mia camera d'albergo di Victoria, e poi in quella di Vancouver, con le finestre aperte perchè faceva caldo, caldo, almeno rispetto al freddo completamente imprevisto di Calgary, il gelo nelle Badlands dove la guida raccomandava proezione solare e cappello, e invece alla fine ci volevano i guanti di lana, e il -1 Celsius a Banff e Jasper, in tenda, e io avevo dormito in tenda anche sulle Alpi con il temporale, per strada senza tenda in Norvegia, e sul piede del monumento alla Terra a Capo Nord con - 2 sempre senza tenda e pioveva anche un pochino, sdraiata nei corridoi dei treni in Germania, e sul pavimento di cemento del capannone del centro sociale Rivolta di Mestre, ma così tanto freddo, così tanto freddo io non l'avevo mai sentito.
Non voglio parlare di quanto è freddo il wilderness, e neanche di cosa ha significato per me Coupland dal 1999 a oggi. Anche perchè ho sonno e domani mattina devo andare in ufficio presto, ed è inutile riordinare le idee ora, perchè prima del prossimo pezzetto di tempo libero ci sono l'ufficio, la logistica, alcune commissioni burocratiche in comune, altra logistica, altro ufficio, figurarsi. E quando domani mattina in ufficio mi chiederanno cosa ho fatto stasera io dirò sono andata al cinema allora mi chiederanno a vedere cosa e io dovrò dire un documentario sul Canada e tutti faranno una espressione vacua, e ci vorrà tutta la giornata prima di avere di nuovo tempo di parlare con qualcuno che non faccia l'espressione vacua.
Solo volevo dire che m'è parso coerente vedere stasera il documentario ispirato al libro in una sala gelida da non potersi togliere la giacca, peccato però perchè mi ero messa il maglione con una manica diversa dall'altra.
Comunque, il film è davvero bello, personale, divertente, commovente, e mi ha fatto ricordare di quando leggevo Souvenir of Canada di notte in albergo, e di quando poi sono andata in una libreria indipendente di Kitsilano su consiglio di David Duchovny, avevo stampato questa intervista a Duchovny che all'epoca viveva a Brollywood per girare X-Files e c'erano un sacco di consigli, librerie indipendenti, piscine da ironman, ristoranti vegetariani, e così ero finita a Kitsilano in una libreria indipendente e c'era una pila di City of Glass autografati il mese prima da Coupland che era stato lì per un reading. E alla fine in aeroporto a YVR avevo tre sporte di libri, la tenda piegata male e tra i denti la cedola per richiedere il rimborso della VAT.
Mesi dopo mi arrivò il rimborso, un bell'assegno tutto filigranato con la foglia d'acero.
Quando anni dopo uscì Souvenir of Canada 2 lo ordinai, lo lessi, e mi sentii molto disorientata, perchè era tutto tanto familiare, ma fuori dalla finestra questa volta c'era l'Europa, e così il libro diventava una cosa esotica (that only Canadians would get), invece la prima volta lui era di casa, ero io ad essere esotica.
Ma il punto è che è stata proprio la distanza ad avvicinarmi a Coupland, negli anni. Il fatto che ci troviamo ai due estremi della stessa cultura, io nel suo cuore storico europeo, lui sulla frontiera del wilderness, e io posso leggerlo e trovare esattamente me, ed ogni volta è favoloso e spaventoso, attraversare le distanze e trovarsi sempre.
Perchè non pensate che viaggiare non mi faccia paura.
Prima di partire per il Canada avevo un incubo ricorrente, una sorta, andavo in Canada, ma per andare in Canada non bastava un volo intercontinentale, era così lontano che era necessario prima raggiungere una specie di stazione orbitante, ma sono sicura che fosse ancora nell'atmosfera, perchè fuori dalla stazione orbiante il cielo era azzurro, ci voleva una specie di aereo ascensore per arrivarci, e una volta su bisognava aspettare l'aereo ascensore per scendere in Canada, e la stazione era piccola e affollata, questa era la parte più spavetosa dell'incubo, perchè io sono claustrofobica.
Cosa significasse questo sogno non so esattamente. Penso che avesse a che fare con la distanza emotiva e quella fisica. Un tentativo di prendere le misure più o meno simboliche del globo.
Dovevate vedere la mia faccia in terza media quando mi mostrarono una proiezione diversa da quella di Mercatore.
Quest'estate invece prima di partire per il Vietnam avevo il terrore di non riuscire a staccare dalla routine del lavoro, e di trovarmi improvvisamente in mezzo ad un delirio metropolitano asiatico, senza forze.
Io non so se mi passerà mai il panico e la meraviglia del viaggio, a tanti non vengono mai. Partono senza paura e al ritorno non sembrano aver provato granchè, come se fossero sempre stati contornati da una bolla di Italia, e niente li avesse toccati o destabilizzati o resi felici. Non so se potrò mai leggere Coupland come sembrano riuscire a fare in tanti tranquillamente da casa propria, con un bagaglio diconoscenze ordinate, un punto di vista europeo, una prospettiva ben ferma, accettando di non capire alcune cose per via della distanza culturale, emotiva, fisica, e con una disposizione ad essere con moderazione coinvolti e commossi dalla lettura, senza dover per forza rimbalzare emotivamente e fisicamente da un luogo all'altro, da un ricordo ad un aneddoto ad una esperienza diretta di solito troppo fredda o troppo calda o troppo puzzolente, senza dover per forza andare a controllare di persona quanto è soffice il pancake e la forma della bottiglia di birra, e la consistenza delle felpe e il vetro azzurro dei balconi e la forma sediolina di plastica sempre uguale, e l'esatta inclinazione dei quel certo ponte, e l'odore del legno che marcisce o quanto rumore fa un moose uscendo da un cespuglio. Senza fare ogni volta lo zaino, e portarsi dietro l'imodium, il filo per stendere e il saccolenzuolo.
Senza avere per forza il mio aneddoto sul wilderness.
Forse no. Spero di no. Credevo avrebbe potuto spiegarmelo Michele Mari, che sembra avere problematiche simili alle mie, in Tutto il ferro della torre Eifell, ma mi ha confuso ulteriormente le idee, come mi succede con Coupland, mi disorienta, eppure non mi lascia sola.

postato da garnant | 01:02 | p.link |

giovedì, novembre 15, 2007

Le ginocchiaaa...

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postato da garnant | 23:33 | p.link |

mercoledì, novembre 14, 2007

O tempora o mores.
L'amica M., elettrice di Fini e avvocato, sta tifando per la finanziaria perchè ha scoperto che contiene sgravi fiscali per lei, su suggerimento compiaciuto dell'amica V., elettrice di sinistra e commercialista.
L'amico N., elettore di Casini e avvocato, galvanizzato da Beppe Grillo, ha firmato una petizione a proposito di certe questioni di spazzaura, contro il parere allarmato dell'amica E., ecologista militante e impiegata in una municipalizzata.
Nella comunicazione aziendale è comparso un "piuttosto che" al posto di un "oppure".
O tempora o mores.

postato da garnant | 17:54 | p.link |

martedì, novembre 13, 2007

Avete presente quei personaggi con l'articolo determinativo? L'intellettuale alla ricerca di sé, la prostituta che ha nostalgia della figlia lontana, la giovane contestatrice, l'universitaria idealista innamorata, la madre che capisce.
Ecco, i personaggi del nuovo film di Fatih Akin sono purtroppo un po' così, senza speranza di cambiare. Ho qualche riserva anche sulla scenneggiatura, pur premiata a Cannes, eppure secondo me un tantino smagliata. Il resto mi è piaciuto, la messa in scena, l'atmosfera, la Germania, la Turchia, il vivere, il viaggiare. Mi chiedo però se questo dipenda dalla mia affezione per certi dettagli tedeschi, l'espressione del Polizist in verde e giallino, quando alza gli occhi dal tuo passaporto ma senza alzare la fronte, il tentativo di coltivare i pomodori in giardino, i voli per Istanbul. O dalla mia devozione a Akin per via della Sposa Turca.

postato da garnant | 19:31 | p.link |

domenica, novembre 11, 2007

Johnny Weir s'è vinto la Coppa di Cina con questo bellissimo programma corto e questo lungo, frutto degli allenamenti con la sua nuova maestra, la leggendaria Galina Zmievskaya, già allenatrice di Victor Petrenko, sempre vittoriosa con le sue pelliccette e le sue messe in piega. Se non ho capito male, coreagrafato da Nina Petrenko, ballerina, coreografa, figlia di Galina e moglie di Victor.
Lambiel invece è andato piuttosto male nel complesso, solo terzo alla fine, deluso e triste sommerso dai peluche, che alla Coppa di Cina sono tanto numerosi e giganteschi, che le bambine vengono dotate di speciale gerle per raccoglierli.
Spero comunque che saranno entrambi a Torino per il Grand Prix, vedremo le prossime tappe.

Karel Zelenka ha fatto bella figura, ed è già la seconda o la terza volta che mi trovo a fare questa osservazione in occasioni prestigiose, quindi complimenti a Karel..

Purtroppo Carolina Kostner, che aveva fatto molto bene nel corto, ha sbagliato il lungo ed è finita terza. Anche lei dovrà riscattarsi in una delle prossime tappe, nels uo caso il Giappone, per essere ammessa a Torino.
Carolina secondo me manca della miglior dote di Rafael Nadal.

L. - I muscoli sudati?
Garnant - No, l'equilibrio mentale.
L. - Come no.

Se fossi Michael Huth, suggerirei a Carolina di seguire i Masters series in corso a Shangai, avrà pur la tv via cavo negli alberghi delle tappe del Grand Prix.

Nel frattempo, per chi ama l'invenzione della ruota più di quella del motore a scoppio, come potete vedere sono (quasi) tutti italiani i podi del mondiale a rotelle che si sta svolgendo sulla Gold coast australiana. Pare che il lungo di Tania Romano sia stato meraviglioso, vi dirò appena riuscirò a procurarmelo.

postato da garnant | 14:48 | p.link |

Qualcuno mi deve spiegare perchè sempre la colazione.
Shakespeare a colazione. Perchè? Si chiama Withnail and I, capisco che vuoi cambiare il titolo per il mercato italiano, ma perché Shakespeare? E soprattutto perchè a colazione? Nel senso che sono attori ma nella loro vita è tutto sballato? Nel senso che non ce la fanno a diventare attori finchè uno decide di mettere ordine nella sua vita, e mette Shakespeare dopo cena, e l'altro si rifiuta affonda? E Kebab for breakfast. Perchè? Si chiama Tuerkisch fuer Anfaenger, capisco il kabab, e va bene, capisco un po' anche la colazione, il kebab fuori posto ma neanche tanto, visto che al mattino il kebab lo si mette a ruotare in bella vista, la Turchia in Germania con quello che comporta. Non è neppure un brutto titolo, lo ammeto. Mi arrendo.

Dico solo che questa fissazione con la colazione non porta a nulla di buono.

La colazione è il pasto più importante della giornata. Lo dice sempre il TG2.
Bisogna fare una buona prima colazione. Lo dicono tutti, annuite.
La prima colazione deve essere sana, fette biscottate, marmellata, cereali, yogurt, un frutto. Se una volta hai mangiato un uovo fritto e lo racconti ti puoi godere un breve shock culturale sulla faccia del tuo interlocutore.
Ogni tanto qualcuno si interroga, ma perchè si dice colazione di lavoro?
Che bello però colazione da Tiffany.

E allora fatela, la vostra prima colazione importante e sostanziosa. E poi mi raccomando in ufficio sedete con la postura corretta, per dieci ore. Non cambiatela mai e non alzatevi mai, non vorrete assumere una postura scorretta. Dieci minuti di ginnastica a casa poi danno risultati visibili già in due settimane. E infine mangiatevi una zuppa scelta a seconda del colore, E110 depura, E111 vitaminizza, E123 rinforza le difese immunitarie.
Poi mi dite alla fine di tutto questo quanta voglia avete di buttarvi dalla finestra. Ma purtroppo per voi avrete di certo scelto un appartamento in un piccolo contesto tranquillo. Dal secondo piano vi fareste più male che altro. Meglio lasciar perdere. Domani è un altro giorno e lo si inizi con una sostanziosa colazione, la prima colazione è il pasto più importante della giornata.

postato da garnant | 14:03 | p.link |

sabato, novembre 10, 2007

Ieri sera, in una saletta calda e deliziosa, mentre commentavamo alcuni investimenti in arte, e fuori la pizza era così limpida per il vento da sembrare quasi magrittiana, ho avuto la prova che il soffritto è più leggero del burro.

postato da garnant | 12:17 | p.link |

giovedì, novembre 08, 2007

Gli anni 70 me li ricordo grigi e bianchi. Tutto era grigio. La terra dell'orto, l'asfalto della città, la porta del garage, i marmittoni del pavimento, lo schermo della tv quando si accendeva. Tutto il resto era bianco. La carrozzeria della Cinquecento, il giaccone imbottito, la moquette pelosa del salotto, il cartone dei miei giocattoli, il fazzoletto degli Aristogatti da mettere in testa. Qualche quadrato di colore veniva dai dettagli dei giocattoli, plastica azzurra i manici della corda per saltare, rosse le fibbie degli schettini, i pennarelli, ma non erano mai colori squillanti.  I pennarelli dopo un po' sbiadivano, e li si metteva sotto il rubinetto per diluire l'inchiostro e far durare un po' di più il colore.
Era un mondo un po' rigido, le mamme del condominio avevano gli occhi truccati di nero e lavoravano mezza giornata come segretarie, i papà erano sempre in giacca e cravatta e tornavano solo la sera.
Tutti parlavano sempre di cose incomprensibili.
Enzo Biagi diceva cose incomprensibili, e mio padre lo ascoltava con attenzione.

Era parecchio tempo che non mi capitava di rileggere Gianni Rodari e ci sto trovando dentro qualcosa che non ricordavo, o non potevo riconoscere prima. Una critica alla rigidità del quotidiano. Ma anche una gentilezza, nei confronti delle persone comuni che lo abitano. Inventare un filobus che va a desideri, e porta gli impiegati in un prato primaverile, e poi puntuali in ufficio, per una mezz'ora in regalo. Un divieto ad uscire di casa per andare a lavorare quando fa troppo caldo per uscire di casa per andare a lavorare. Un sorriso su un mondo di cambiali, di millepiedi, di seggioloni costosi e televisori che si mangiano le persone.
Ne avremmo bisogno noi ora, adesso che è il nostro turno, di abitare il quotidiano rigido. E non possiamo neanche più ascoltare Enzo Biagi.

postato da garnant | 18:17 | p.link |

L'altra sera m'ha fatto una certa impressione sentire a Ballarò un prete, con tanto di colletto, spiegare la differenza tra rom e cittadini rumeni. Con pazienza ha insistito sul fatto che il popolo rom è itinerante. I cittadini rumeni venuti da noi sono migranti. E' diverso.
Può essere che io sappia la differenza tra un rom e un rumeno perchè ho abitato per una ventina d'anni nella frazione alla quale era stato assegnato il campo nomadi provinciale. Sarà che quando mi sono trasferita nella provincia accanto sono capitata proprio nella frazione alla quale era stato assegnato il campo nomadi corrispondente. Può essere il fatto che sia stata la mia maestra delle elementari a spiegarmi come funzionasse la società degli zingari, che vedevamo passare allora ancora con i carrozzoni e i cavalli. E più tardi proprio un prete, è stato quando ero credente e persino catechista, a spiegarmi la differenza tra il popolo Rom e quello Sinti. Oppure può essere successo quando a Berlino sono stata invitata a cena dalla moglie rumena di un amico di un amico e mi hanno raccontato tante cose mentre bevevamo certe quantità di uno strano distillato di nome zwica. Magari ad altri non sono successe tutte queste coincidenze.
E' pur comprensibile che l'uomo della strada non sappia la differenza tra un rom e un rumeno. O magari uno ha sempre abitato in centro storico, a scuola non è stato attento e invece del catechismo andava a zonzo con il motorino tubolare. E' un quadro che rispetto.
Meno rispetto certi giornalisti che usano rom come nick di rumeno tra una morsa del maltempo e il piccolo Samuele.
A Floris per rimediare gli è toccato invitare un prete, a spiegare in prima serata.
A questo punto c'è solo da sperare che la nozione sia stata recepita, dagli spettatori e anche dagli autori di Gerry Scotti. Così tra qualche settimana gli spettatori più volonterosi, che sono di solito gli impiegati di concetto con la loro lauretta umanistica in tasca e stanchi delle otto ore, potranno urlare la risposta attraverso la tv, mentre rigirano un quattro saldi in padella.

Evangelisti sulla questione.

postato da garnant | 17:42 | p.link |

martedì, novembre 06, 2007

Non so dove ho letto di una scuola elementare a Tokyo, dove i bambini entrando mostrano il proprio tesserino ad un robottone, che registra il loro arrivo, li saluta, li sgrida se sono in ritardo, e scherza anche un po'. In pratica una versione giocosa del cartellino aziendale.
O della voce che ti parla al casello dell'autostrada, inserire prima il biglietto e poi la tessera. Arrivederci.
Ci si vanta tanto che la fantascienza è riflessione sulla realtà, e va bene. Ma quando poi la realtà comincia ad riflettere sulla fantascienza, i risultati non sono granché.

postato da garnant | 21:36 | p.link |

E basta lamentarsi che Halloween è una americanata commerciale, per una volta che si alza il PIL divertendosi! Preferite farvi qualche ora di straordinario gratis? E poi vostra nonna non vi comprava i dolci dei morti? Non vi raccontava neanche della rugiada magica di San Giovanni? Mezzo libro di antropologia culturale, mai? La cristianizzazione attuata anche dalle nostre parti sostituendo le feste pagane con occasioni di messa in latino? Insomma, neanche le Nebbie di Avalon avete letto!
Mia madre invece ha preso tutta questa faccenda molto bene, sa di cosa si tratta, si ricorda benissimo dei dolcetti dei morti, anzi li va a comprare ogni anno nella pasticceria più in voga, ma soprattutto è contenta che Halloween sia finalmente diventata mainstream, perchè quando invece alla fine degli anni 80 era una stramberia undergound per darkettoni di provincia, ecco era un po' perplessa.

postato da garnant | 18:56 | p.link |

lunedì, novembre 05, 2007

Comunque vorrei scusarmi con tutte le persone simpatiche che volevano fare due chiacchiere nei giorni scorsi a Palermo. Essere afoni in seguito ad un potente mal di gola è faticosissimo. Al di là della difficoltà fisica a far uscire la voce, si finisce per sembrare pure imbecilli, non riuscendo ad esprimersi in modo comprensibile. Avete presente quando guardate una persona autistica o per qualche ragione afasica mentre sta per i fatti suoi, e vi sembra che abbia una sguardo intelligente, e vi chiedete cosa pensa, ma poi non vi parla o non vuole o non riesce a parlarvi, e siete quasi quasi costretti a concludere che non pensa come voi, o non sa pensare in modo coerente, visto che non si sa esprimere in modo coerente. Ecco.
L. comunque è parso divertito da questa parentesi di linguaggio dei gesti. Ho sempre accarezzato l'idea di imparare qualche linguaggio dei gesti, ma per ora in quello che si usa in Italia so dire solo "grazie". Le persone mute o sedicenti tali in treno si esaltano e mi fanno gran discorsi gesticolanti, ma io non so dire "scusate, capisco solo grazie". Ho provato a dire a L. "quel passo di hip hop dove si fa finta di pulirsi il naso proprio non lo capisco", ma lui ha capito "mi sento un mostro e per di più non trovo più il fazzoletto da naso".
A proposito, nei giorni scorsi è morta Washoe, lo scimpazè che era stato addestrata ad espriment con un certo successo con l'ASL.
Oggi colleghi e conoscenti hanno interpretato la mia afonia come un semplice peggioramento del mia solita scarsa socievolezza. Amici li ho sentito solo per mail, per fortuna le tonsille non si trovano nelle dita.

postato da garnant | 20:37 | p.link |

Peccato che sono tornata ieri, mi sarebbe piaciuto trovarmi a Palermo questa mattina, davanti al palazzo di giustizia, dove ieri l'altra sera ero spuntata in auto su indicazione gentilissima di una coppietta locale a passeggio, dopo una lunga e tortuosa vicenda attraverso il quartiere, credo, della Zisa (avevamo sbagliato strada con l'auto a noleggio - noi niente navigatore perché il navigatore fa fighetto incapace). Insomma probabilmente era anche una zona a traffico limitato, ma persi nel traffico Palermitato, che pareva Saigon, questi due ci dicono da qui è abbastanza facile andare al palazzo di giustizia, ve lo spieghiamo. E infatti eccolo il palazzo di giustizia, enorme, con cantiere, e più avanti il Teatro Massimo e una zona dove eravamo in grado di circolare. Penso che anche quella fosse a traffico limitato. Avevo pronta una piagnucolata, siamo foresti, ci siamo persi, l'autonoleggio è in zona a traffico limitato, guardate stiamo usando una cartina imprestata dal padrone di casa, e sul portachiavi della macchina c'è scritto "colore griggio" con due gg, volevamo sentirci superiori a quelli che non escono più di casa senza tomtom! Ma nessuna forza dell'ordine ci ha fermato. Erano tutti a pianificare l'arresto di Lo Piccolo! E ha funzionato! Abbiamo portato fortuna.
Comunque mi sarebbe piaciuto oggi andare al palazzo di giustizia, e davanti alla sede della mobile, con quelli di addio pizzo e di ammazzateci tutti.

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postato da garnant | 20:09 | p.link |