Garnant

venerdì, settembre 29, 2006

Oggi sono così tesa che riesco ad ascoltare soltanto Renato Zero.

postato da garnant | 18:47 | p.link |

giovedì, settembre 28, 2006

For lady do or die

postato da garnant | 19:13 | p.link |

Image Hosted by ImageShack.us

Fee Tuxette
da Tux Factory

postato da garnant | 19:03 | p.link |

No, ho detto che non ho la cervicale. Ho la fine di settembre, ma in foma ridotta. Di solito mi ammalo intorno al 25, subito dopo la consegna i progetti estivi. Un bel raffreddore fragoroso con tonsillite e febbre a trentotto e mezzo, è un espediente che il mio corpo ha escogitato da solo. In questo modo mi toglie di torno, ed azzera la possibilità che io cada in una botola, rimanga intrappolata in una rete, la zampa presa in una tagliola, tutti metodi con cui viene catturato il capro espiatorio delle problematiche lavorative post-consegna.
Sapete che i sintomi hanno la funzione di segnalare il problema, di obbligare il corpo a riposarsi, prevenendo il peggio. Ecco, il mal di gola mi segnala che qualcuno sta pensando ora me la prendo con il primo che passa di qua, e previene efficacemente il peggio, cioè che io passi di là.
Quindi, cosa diavolo ci faccio, con ancora addosso la patetica camicetta formale che ho messo oggi per intimidire la nuova collega invadente detta Godzilla? Dovrei essere sul divano, a guardare Harry ti presento Sally da un vhs smagnetizzato bevendo miso bollente. E invece, ho solo l'inflazionatissima sindrome, alla quali tutti danno la colpa di tutto per semplicità, mal di testa, tensione muscolare, nausea. Una banale risposta meccanica alla paura, che qualcosa cada tra capo e collo, da lì il riflesso dell'incassare le spalle, irrigidire i muscoli. Una risposta insufficiente.
Quando mi chiedono se ho il mal d'Africa rispondo di si. In cosa consiste, mi chiedono. Bene, per me consiste una sensazione vaga ma costante, una vocina che dice, sono tutti pazzi, tutti quanti. Ogni tanto, urla. Come John Cale alla fine di Paris 1919. Un pomeriggio l'amica B. ascoltava Fragments of a Rainy Season, quando sua madre passò a trovarla, che bei brani, che voce meravigliosa, commnetò rapita. Poi improvvisamente, lui iniziò ad urlare. Ma perchè urla così, chiese allora allarmata la madre dell'amica B.
Ecco, ora pensate cosa succede quando la voce africana urla mentre ascolto Fragments of a Rainy Season.
Aggiungete al quadro una nuova collega invadente detta Godzilla e i disagi tra Bologna e il bivio A22. Poi un quotidiano che si scandalizza perchè le modelle sono troppo magre. Un settimanale che si allarma perché i bambini sono troppo grassi. La destra che fa i caroselli tricolore. I lampadati che manifestano nello spot della radio.
Aldo Nove che mi fa i conti in tasca seduto comodamente sul tavolino del mio salotto.

Sally - E tra poco avrò quarant'anni!
Harry - Tra otto anni!!!

postato da garnant | 18:46 | p.link |

mercoledì, settembre 27, 2006

When you've begun to think like a gun
The days of the year have suddenly gone

postato da garnant | 23:45 | p.link |

Ma si, mai si, la riproducibilità dell'arte, la citazione pop, la deconstruzione e la moda. Mi chiedo se tutti questi frammenti siano a loro volta esempi di riproducibilità dell'arte, oppure un trend come un altro, o se siano i soliti cocci postmoderni.

Insomma, perché Valentino ha attraversato la strada con questi pantaloni?

Free Image Hosting at www.ImageShack.us

Lo so che risponderete un trend come un altro, lo penso anche io, e lo squallore della nostra condizione è che abbiamo quello che volevamo, certo, ma trasformato in un trend come un altro.

Every line means something.
Jean-Michel Basquiat

postato da garnant | 14:47 | p.link |

Won't you love me barracuda?

postato da garnant | 00:29 | p.link |

lunedì, settembre 25, 2006

Credevo che le installazioni di Yayoi Kusama sarebbero state una esperienza mentale, e invece sono state un'esperienza prima di tutto fisica. Io ci vedo bene. Non devo fare alcuno sforzo per mettere a fuoco le cose. La visione per me è spontanea e rilassante. Guardare i lavori di Yayoi Kusama invece mi ha comportato uno sforzo, perpecibile, del nervo ottico. Non fatica, piuttosto impegno, concentrazione, per mantenere in una posizione complicata. E poi tutti quei puntini, mi rimanevano impressi sulla retina per diversi secondi, scorrendo gli occhi sulle pareti li potevo vedere muoversi lasciando una piccola scia, e entrando in una nuova stanza i vecchi puntini si sovrapponevano a quelli nuovi. Uscendo dalla Palazzina dei Giardini ho sentito i miei bulbi oculari distendersi lentamente, piacevomente attivati e sciolti.
Quando ho iniziato a fare hatha yoga, sei anni fa, non avevo alcun interesse per la meditazione. Apposta avevo scelto lezioni dall'aria esclusivamente ginnica, e un maestro dottore in tuta da palestra. Per parecchio tempo mi sono concentrata sull'aspetto puramente fisico di quello che facevo, allunga la schiena, respira con la pancia, senti che strano muscolo prima non c'era, e intanto pensavo ai fatti miei. Col tempo le percezioni si sono fatte più sottili, distanzia le vertebre, alza il diaframma, tendi un muscolo esatto nel fianco. Dopo qualche anno la mia mente ha iniziato a fare un curioso silenzio durante le lezioni. Raggiungere lentamente una asana e tenerla in modo pulito, i pensieri dovevano solo seguire il movimento, e quello che è necessario fare per produrre un apparente non-movimento. Imporvvisamente, era come se fossero i muscoli a meditare. Quando noi occidentali iniziamo a fare yoga crediamo di doverci sedere scomodi e pensare a comando, metti il braccio qui e la gamba là, pensa questo pensa quello, concentrati sul petalo che cade. Quello che fanno gli orientali invece è mettersi in una posizione ben fatta e stare lì immobili per due ore e mezza. Dal vuoto allora sorge un pensiero, una intuizione, e quel pensiero e quell'intuizione vanno scontornati e seguiti, magari ruotano, magari rimbalzano, e quello è meditare. La meditazione non viene da quello che dice la testa, ma dai muscoli, da quello che dicono i tendini, i tendini dicono cose come per esempio ahia, se tiri ancora un po' mi rompo, fermati qui, ok? Paradossalmente, io ho iniziato a fare yoga per il puro gusto di stare a testa in giù e potermene vantare con la gente, vale a dire per i motivi più sbagliati possibile, il virtuosismo ginnico e la gloria, e ora la gente viene da me e mi chiede consiglio su quale corso scegliere per l'inverno, e io dico cose come non devi meditare con la mente ma con i muscoli, e allora mi guardano come se fossi un guru, con aria ammirata oppure con l'aria di chi cerca una via di fuga dal pazzo.
Comunque, tutta questa sbrodolata pseudo-orientale-chic per dire, funziona tutto così, suono, colore, forma tocca fisicamente senso, bastoncello cono timpano, senso, senso produce chimica, chimica produce sensazione. Eppure non mi succede spesso che le mie esperienze mentali passino tanto consapevolemente attraverso i muscoli, in questo caso quelli del bulbo oculare.

Dalle installazioni ho portato via con me il ricordo esatto di due pois rossi incollati sul condizionatore, poi una cartolina e il catalogo, e mentre sfogliavo il catalogo seduta sulla panchina della gelateria la tizia accanto mi osservava con un'aria di crescente allarme. E oggi leggo di questa sensazione fisica provata da Yayoi Kusama, e penso ai pois persistenti impressi sulla mia retina, e non mi soprendo.

One day I was looking at the red flower patterns of the tablecloth on a table, and when I looked up I saw the same pattern covering the ceiling, the windows and the walls, and finally all over the room, my body and the universe. I felt as if I had begun to self-obliterate, to revolve in the infinity of endless time and the absoluteness of space, and be reduced to nothingness. As I realized it was actually happening and not just in my imagination, I was frightened. I knew I had to run away lest I should be deprived of my life by the spell of the red flowers. I ran desperately up the stairs. The steps below me began to fall apart and I fell down the stairs straining my ankle.

Free Image Hosting at www.ImageShack.us

Il punto di rosa shocking del catalogo, da quanto capisco una elaborazione grafica in negativo di Pink Dots ad opera di Kusama stessa, è piacevole all'inizio, ma anche quello dopo un po' comporta uno sforzo del nervo ottico. D'altra parte è lo stesso punto di rosa shocking che imperava nei negozi di Betsey Johnson proprio due anni fa in questa stagione, quando ero a New York, e questo mi mette una grande nostalgia. Anche le zucche, quelle di Kusama e quelle nelle vetrine di Manhattan, e la birra alla zucca bevuta in un caffè del Village, e per di più sulla tv tedesca in questo periodo c'è la pubblicità della Kürbis Suppe in busta, edizione limitata si stagione. A proposito, alla fine, quello fissato con la zuppa di miso nel libro di Murakami (Ryu), alla fine era un serial killer. Non mi sorprendo neppure di questo.

Free Image Hosting
at www.ImageShack.us

Comunque anche la mostra di Ugo Rondinone alla Galleria Civica mi è piaciuta, in particolare il muro con sopra le foto dei muri. Anche la macchina della neve, un meccanismo silenzioso che fa cadere dal soffitto piccoli quadretti di carta bianca. Ma quando sono arrivata io aveva già smesso. L'atmosfera era sospesa, con tutti quegli alberi invernali, spogli, ho camminato sulla neve caduta e un po' scrocchiava. Se eravate lì e avete sentito un'imbecille chiedere "ma cos'è, l'albero bianco di Gondor?", ecco, quella ero io.

postato da garnant | 19:17 | p.link |

Nonostante i robot non fossero da femmina, così ci redarguivano nel 1980 quando guardavamo Daitarn 3, nonostante le censure di Alessandra Valeri Manera e le lamentazioni del MOIGE, la nostra dose quotidiana di anime non ce l'ha mai levata nessuno. Non mi pare abbiamo riportato grandi danni. L'enjo kosai è rimasto un fenomeno estraneo alla nostra cultura, davanti ad una borsa di Furla abbiamo reazioni tutto sommato composte, e ci guardiamo bene dal morire per il troppo lavoro. Semplicemente ci sono familiari i nomi giapponesi, la libellula stilizzata, lo spirito del ravanello, e ci sembra perfettamente normale che le combattenti vestano alla marinara. Forti della nostra dose quotidiana di anime, il giappone lo capiamo e allo stesso tempo per noi rimane un gran mistero. Però quella faccenda dei manga come mondo fantastico e strampalato che diventa vitale in una società rigidamente strutturata dove l'individuo non ha vie di uscita, ecco, quella mi era particolarmente chiara questa mattina, mentre facevo colazione in piedi, in preda all'ansia da ufficio, e l'unica cosa che mi consolava era una assurda vicenda di liceali che combattono il male con una racchetta da lacrosse. O qualcosa del genere.

postato da garnant | 19:08 | p.link |

domenica, settembre 24, 2006

"L'ascoltatore medio degli Offlaga Disco Pax dovrebbe essere una ragazza dolce, gentile, spiritosa, arguta, appassionata, democratica e antifascista."

Così recita il programma del Fuori Orario, alla voce sabato 28 ottobre 2006, Offlaga Disco Pax. Lo leggo pigiata nel treno/pub, mentre il pusher parla della sua ricetta per cucinare l'astice, F. ed E. mettono in scena l'ultimo tormentone di Weird Weddings, e L. divora la salsiccia alla griglia di apertura stagione. C'ero al Maffia all'inizio, ci sarò anche al Fuori Orario alla fine, anche se il profilo dell'ascoltatore medio non mi calza esattamente a pennello, io non sono gentile e di sicuro non sono dolce, ma si sa, i curriculum si gonfiano sempre un po'.

Weird Weddings
(one year later)

F. - Queste scarpe sono strette...
E. - Hai i piedi gonfi! Sei incinta!
Garnant - Presto! Andiamo in farmacia!
F. - Di questo passo avrò una gravidanza isterica...

postato da garnant | 16:40 | p.link |
weird weddings

venerdì, settembre 22, 2006

Non mi aveva colpito particolarmente Tokyo Decadence, ma ho deciso di perseverare con questo Tokyo Soup, essenzialmente per la presenza della parola soup nel titolo. E' stata uno scelta così, da scaffale della biblioteca, era lì, era gratis. Poi in copertina c'era un astuto dettaglio innocuo di Hiropon di Takashi Murakami. E anche la parola Tokyo mi insospettiva un po', possibile che Ryu Murakami abbia messo la parola Tokyo nel titolo di due romanzi? Ma ho deciso di fidarmi della zuppa, la zuppa non tradisce.
E in effetti, indagando, il titolo originale di questo romanzo è, letteralmente, In the miso soup. A noi è toccata la versione semplificata per principianti con ammiccamento discreto agli iniziati, non vuoi mai che il cliente della grande libreria si spaventi per la parola miso, aaaahhhh, che spavento, di sicuro è pesce crudo, che schifo al giapponese è tutto crudo, e poi sono sapori che stancano, come al cinese che ti danno il gatto spacciandotelo per pollo, e poi c'è l'alligatore nel water, e quando esci devi stare attento ai pipistrelli che ti si attaccano ai capelli, e ai gatti neri che attraversano, no, quelli li hai mangiati prima, aaaahhhh. In effetti, bisogna capirli, questi di StradeBlu, fanno quello che possono.
La copertina della versione Bloomsbury è anche lei attraente, soprattutto per via della tazza di miso. Image Hosted by ImageShack.us
La zuppa casalinga, la zuppa industriale, la zuppa come icona pop, se vi ricorda qualcosa.
Dovete sapere che precotti e liofilizzati mi mettono la tristezza, soprattutto quando il lavoro non mi lascia il tempo per cucinare, per questo li evito il più possibile, e le mie cene infrasettimanali sono per lo più costituite da piatti basilari preparabili from scratch in meno di mezz'ora. Il cibo pronto per me è disfunzionale, invece di dirmi ecco, hai poco tempo ma puoi ugualmente avere una zuppa di farro mi dice ecco, la tua vita fa così schifo che non hai neanche il tempo di prepararti una zuppa di farro. D'altra parte, la certezza di non restare mai senza zuppa, anche nei frangenti più difficili, è molto consolante. Insomma le zuppe liofilizzate sono allo stesso tempo rassicuranti, puoi farcela anche tu in cinque minuti, non temere, la tua infanzia non è perduta, la famiglia non è perduta, ma anche deprimenti, guarda come ti sei ridotto, a mescolare una zuppa liofilizzata. Per me sono ideali per quando ho l'influenza e sono a casa da sola, e mi serve conforto rapido. Oppure per cucinare su un fornelletto da campo, in quel caso una busta di zuppa Campbell se in Nordamerica, Knorr se in Nordeuropa, per l'effetto non ho soldi oppure sono troppo lontano dalla civilità, che in viaggio può essere una sensazione deprimente e curiosamente esaltante insieme. Per questo tengo in casa una confezione di zuppa di miso in busta. Così quando ho la febbre guardo Beautiful sul divano, bevendo miso istantaneo bollente da una grossa tazza bianca, e così rappresento il mio stato d'animo, triste e stranito, per via della febbre e dalla programmazione televisiva della fascia mattutina e pomeridiana, che negli ultimi sette anni non ho quasi mai visto con una temperatura inferiore ai 37.2 le matin, ma anche fiducioso, se bevo qualcosa di caldo starò meglio, una tazza di miso. Come il collega, entusiasta cuoco dilettante, che quando è molto depresso in pausa pranzo mangia un Big Mac davanti al monitor, per rappresentare lo schifo che prova e che lo circonda. E' una performance, si sente la puzza a due uffici di distanza. E poi dice l'arte contemporanea io non la capisco...

Image Hosted by ImageShack.us

postato da garnant | 19:19 | p.link |

giovedì, settembre 21, 2006

E' una strada ben battura quella che prende Winterbottom, scegliendo una storia relativamente nota, fatti provati, una tecnica narrativa rodata. In effetti i Tipton Three avevano già raccontato la loro storia, le torture sono state ampiamente ammesse dai carcerieri, e quanti film abbiamo visto che alternano interviste reali, materiale di repertorio, drammatizzazione e taglio documentaristico. Non è difficile immedesimarsi nei protagonisti, vedendoli lì sullo schemo con la loro faccia vera, e poi seguirli in uno di quei viaggi che si fanno a vent'anni, quando succede di andare in un posto per divertirsi, in un altro per un'ideale vago, e in un altro posto ancora soltanto perché c'è. Aver voglia di un naan somiglia all'aver voglia di una bella bella pan pizza, che c'è di strano. Ed è una sensazione quasi confortante vedere luoghi che sentiamo nominati di continuo, vederli con l'occhio del viaggiatore, quante ore di furgone da qui a là, e vederli anche con l'occhio di chi ci è nato, o ci è nato suo padre, east is east, vi ricordate. Soprattutto, il fatto che i protagonisti siano lì a raccontare, e che più o meno sappiamo tutti cosa accadrà loro dietro le sbarre, e che le torture siano raccontante in modo relativamente distaccato da loro stessi, in qualche modo attenua l'angoscia. Permette di razionalizzare. Ed è razionalizzando un sacco che si esce dal cinema, con in testa considerazioni del tipo, ma come facciamo ad ascoltare tutte le sere Bush che ci dice si ok usiamo la privazione del sonno a Guantanamo, ma ricordate che quelli sono terroristi assassini, e se non lo fossero tutti? Se fosse gente rastrellata a casaccio? Ma certo che è gente rastrellata a casaccio, almeno in parte, perché come il terrorismo colpisce alla cieca, anche la guerra preventiva prende dove prende, allora dobbiamo accettare che per prendere qualche terrorista assassino si prenda anche qualche innocente? Ma poi, anche questo legittimare la tortura contro il terrorista assassino, perché riusciamo ad ascoltarlo tutte le sere, non dovremmo essere leggermente più disturbati? A questo punto tutti in coro, nessuno tocchi caino, salvo poi all'occasione mediatica dire io non sono per la pena di morte, ma per chi fa certe cose ci vorrebbe proprio, che alla fine è solo una frase per esprimere il proprio disgusto in modo socialmente accettabile, e infatti tutti annuiscono. A questo punto la nostra razionale conversazione termina, è ora di andare a dormire.
Io credo che la cautela di Winterbottom, la strada ben battuta, sia una scelta e non un difetto di questo film. Una scelta funzionale, fare un buon film, arrivare al punto, avere un impatto politico. Far discutere le persone. Migliorare le cose. Diventa un difetto quando avremmo bisogno di capire questi ragazzi un po' più a fondo, sotto la superficie dei vent'anni e di un addio al celibato finito molto, molto male. Perchè una volta rasati, vestiti di rosso e torturati, messi davanti a militari addestrati ad essere sadici e ottusi, questi ragazzi diventano tutti uguali, tutti disperati, tutti potenzialmente colpevoli. E' l'America che li vuole così, un nemico indistinto su cui sparare paranoicamente a caso per vendetta? E se finissimo anche noi per volerli così, giusto per semplificare? Certo, è politicamente necessario questo film, così com'è. Ma umanamente, avrei voluto uscire dal cinema con addosso più polvere, e un'idea più precisa di come ci si sente a vivere a Tipton Inghilterra, a volare in Pakistan dopo tredici anni, a viaggiare in camion verso Kandahar, e a scoprire di essere in guerra all'improvviso, perché scoppia una bomba per strada  e muoiono le persone.
Insomma mi serve un naan, datemi un naan. Bello grosso, all'aglio.

postato da garnant | 20:22 | p.link |

mercoledì, settembre 20, 2006

Non sembra tanto difficile fare con i Lego i Death Cab for Cutie, però...

Free Image Hosting at www.ImageShack.us

Brickshelf Gallery
via Hans Werksman

postato da garnant | 20:00 | p.link |

Ieri sono andata in mensa e per tutti i sei minuti in cui ho camminato lungo il marciapiede un carabiniere mi seguito con gli occhi e la mitragliatrice spianata, poi nel pomeriggio un'assicuratrice mi ha accusato di averle rovinato la serata perché pagando con il bancomat l'ho costretta a una lunga procedura burocratica, poi ho guidato per un tempo interminabile ai quaranta all'ora perchè un nugolo di forze dell'ordine con i lampeggianti blu stavano scortando quello che sembrava un semplice pullman, poi ho dovuto allungare la strada perché mezza città era transennata per una partita di calcio, e questo spiega retroattivamente la mitraglia e il pullman, sul perché ci fosse una partita di calcio di martedì sono stufa di sentirmi dire che è per vendere più diritti televisivi, ormai sono certa che mettono le partite tutte le sere per dar fastidio a me personalmente. Una scocciatissima poliziotta ha roteato gli occhi sbuffando perché le ho chiesto informazioni stradali per aggirare i blocchi. Poi improvvisamente un celerino mi si è parato davanti con scudo e manganello in mezzo ad una strada secondarie e buia, e m'è preso un colpo, credevo volesse arrestarmi, e invece voleva far attraversare altri venti celerini, che sono sgattaiolati nel buio in direzione di chissà cosa. Infine alcuni ubriachi contromano in bicicletta hanno cercato di ammazzarsi sotto le mie ruote.
Nonostante tutti questi impedimenti e cattivi presagi, e qui aggiungerei anche il fatto che l'altra sera non ho sentito squillare una chiamata importante perché tre persone mi stavano accusando in coro di essere una insensibile superficiale perché non mi è simpatica Lady D, ho deciso comunque di andare a vedere The Queen di Stephen Frears.
M'è piaciuto molto.
E' un film breve, poco rumoroso e con pochi effetti speciali, proprio come piace a me, e poi sposa perfettamente il mio modo di vedere la vicenda che racconta, fattore di per sé irrilevante, ma che di certo influisce sul "m'è piaciuto molto" di cui sopra, ma in un grado che non so quantificare, trattandosi di un meccanismo inconscio che avviene, appunto, a mia insaputa.
Niente mi incanta nel cinema più dell'identità tra forma e contenuto. Joel e Clementine sdraiati sui loro ricordi che si spezzano, il tempo che passa misurato da una riscrescita colorata, l'impossibilità di toccare gli altri per via delle lame sulle dita, il cavaliere che gioca effettivamente a scacchi con la morte. La possibilità, insomma, di creare un mondo coerente, che abbia finalmente un senso. E ancora, mi affascinano i meccanismi metanarrativi. Poter prendere in mano quel cinematografico mondo corerente e rigirarselo tra le mani, farne un cubo di rubik, un calzino rivoltato, e ogni volta ritrovarne la coerenza e il senso, anche dietro le orecchie.
Elisabetta ha fatto sapere che non vedrà il film di Frears. E' una reazione comprensibile. Come si sentirebbe, seduta sul letto, a Balmoral, in vestaglia, a vedere in tv se stessa seduta sul letto, a Balboral, in vestaglia, a vedere in tv Lady D che spiega di voler essere regina di cuori nei cuori dei sudditi. In effetti tra qualche anno si potrebbe fare un film su come è stato vissuto dalla regina il film di Frears su come era stata vissuta dalla regina la morte di Lady D.
Nel terreno minato della sensibilità popolare, del dolore privato, della politica laburista e delle sorti della monarchia, Frears e Morgan si muovono con una grandissima abilità, come fanno?
Mi pare, affidandosi al fattore umano.
In tutto il patetico circo di mondanità, recriminazioni mediatiche, sceneggiate da tabloid, il protagonista è sempre stato il fattore umano. Folle di sognatori davanti al matrimonio da fiaba con donzella e principe azzurro, lagne regali in diretta per il pubblico vorace di marcio regale, i media che aizzano le folle, poi le stesse folle di prima che piangono il loro sogno infranto. Ma la psicopatologia delle masse è materiale da sociologi.
Se è un ritratto che vogliamo, dei singoli, non possiamo usare solo due categorie, buono e cattivo. Vi sarete imbattuti negli anni in qualche film o pseudoinchiesta giornalistica su queste vicende. Carlo sadico Diana vittima. Diana nevrotica Carlo vittima. Regina accecata dall'odio, Diana vittima di un complotto dei servizi segreti. Questo genere di semplificazione infervora le folle, ma produce cinema mediocre e letture da sala d'aspetto. Di nessuno, neppure di un pazzo, si può fare un buon ritratto con solo due dimensioni, come è facile capire, manca la tridimensionalità. Così per il singolo il fattore umano è complesso, ma anche necessario. Per questo Frears non è esploso sulle mine.
Deve pur la regina aver provato un qualche tipo di dolore. Deve pur Carlo aver provato angoscia. Deve pur qualcuno della famiglia reale aver reagito in modo tanto gretto da sembrare una macchietta. Deve pur qualche laburista ad un certo punto aver messo in discussione la legittimità morale della monarchia.E Blair aver tentato in qualche modo di non far precipitare la situazione. Chi quando e con che parole abbia effettivamente detto a o fatto quello che Frears racconta, è terreno della narrazione, quando si prende il nostro mondo slabbrato ed esasperante e gli si da un senso senso.
Ed eccolo il senso, nell'identità tra forma e contenuto. I sentimenti della regina non possono e non devono essere mostrati, ma per raccontare questo è necessario mostrare i sentimenti della regina. Poi è naturale che lei non voglia vedersi mentre viene mostrata per mostrare che non può mostrarsi. Perchè, poi, saranno anche cambiati i tempi, si saranno modernizzati, dai reali la folla non vuole più il contegno, è vero, ma vuole l'esibizione, che alla fine è un'altra forma del non mostrarsi. E poi l'abbiamo visto, negli anni, cosa intendeva Blair per modernizzare.
Per trovare l'elemento umano privato, bisogna comunque andare lontano dalla pazza folla. Con parecchia attrezzatura cinematografica.

postato da garnant | 19:51 | p.link |

lunedì, settembre 18, 2006

Forse lo spot vuole essere giovanilmente accattivante e allo stesso tempo giovanilisticamente disturbante, e io essendo fuori target non lo capisco, ma mai e poi mai mi laverei la faccia con un detergente che stappa i pori con un cavatappi di metallo.

postato da garnant | 19:31 | p.link |

Free Image Hosting at www.ImageShack.us Neppure Kapuscinski, per quanto illuminante nel parlarmi di certi aspetti dell'Africa, che pure avevo intuito ma non ero riuscita a razionalizzare, neppure lui è riuscito a spiegarmi la faccenda del baobab.
Mi presento al ranger africano di un parco naturale ed esordisco, scusi, vorrei vedere un baobab, dove posso trovarne uno?
Quello con aria di gran sorpresa e perplessità mi risponde, non ho idea di dove tu possa trovare un baobab.
Eppure, penso, i baobab sono grossi, strani, e stanno immobili nello stesso posto per parecchio tempo, non vedo cosa ci sia di tanto difficile.
Semmai sono gli altri che hanno gran pretese, come a che ora si vede il leopardo, dove si vede il ghepardo, che sono esseri relativamente piccoli, mimetici, e vanno dove gli pare infischiandosene di che ore sono nel fuso dell'europa centrale.
Ma allora perché il ranger a loro risponde con dovizia di particolari, verso le diciotto e trenta, alla fine della strada per Lower Sabie, lì si vede il leopardo?
Devo essere caduta in qualche incomprensione interculturale, ma quale?
Forse è strano che il bianco cerchi il baobab dunque banalmente il ranger non si è mai sentito rivolgere una simile strampalata domanda, men che mai da una improbabile italiana?
Oppure è proprio strano per chiunque cercare un baobab?
Ma allora tutte quelle leggende africane?
Ed è possibile che solo io sia rimasta suggestionata dai baobab che occupano l'intera superficie del pianetino del piccolo principe?
E che nessun altro alle elementari, imparando a disegnare i rami degli alberi e le braccia delle persone e continuando a disegnarli all'altezza sbagliata, andiamo, li vedo i disegni dei bambini di oggi e pure loro come noi fanno le braccia a metà tronco e i rami degli alberi che spuntano tutti insieme a casaccio, possibile insomma che a nessun altro la maestra abbia mai detto, devi fare le braccia all'altezza delle spalle, e i rami devono ramificarsi, altrimenti sembra un baobab.
Comunque ecco a voi il mio baobab, alla fine l'ho trovato.

baobab

Questo per ora. Prima o poi andrò in Madagascar, e camminerò nella Baobab Alley, che la solita maestra ci fece disegnare per esercizio della mano e del pensiero, e vedrò i Baobab Lovers, dei quali ho scoperto l'esistenza giusto ora.

Nella prossima puntata, la coda arricciata all'insù del leopardo, e quella lunghissima e a righe della genetta.

postato da garnant | 19:30 | p.link |

domenica, settembre 17, 2006

Che ci fanno Vivenne Westwood e le sue leggendarie super elevated a Vigevano?

Free Image Hosting at www.ImageShack.us

Vivienne Westwood. Shoes 1973-2006

Castello di Vigevano
dal 16 settembre al 19 di novembre

Più di centoventi paia di scarpe per ripercorrere (a piedi) la carriera della Westwood. Se questo non vi dovesse bastare, il biglietto comprende l'ingresso al Museo Internazionale della Calzatura.

postato da garnant | 20:15 | p.link |

In bocca al lupo alle nostre ragazze della Fed Cup, che hanno iniziato a giocare proprio ora il doppio decisivo contro il Belgio, nella finale più rosa del mondo. Allo Spiroudome di Charleroi sono infatti di un inedito rosa i pannelli pubblicitari, i gadget per il pubblico, i pali della rete, lo scanno dell'arbitro, e persino, mi si dice, il palmare segnapunti. Naturalmente sono rosa le sovraimpressioni televisive e il sito web della finale.
Il pubblico è feroce. Il tifo di casa, certo, ma come dimenticare quella vecchia faccenda, anni fa in un carcere dipinsero di rosa le pareti delle celle, alla ricerca di un colore rilassante, e dopo qualche tempo i prigionieri cominciarono a dare di matto.

Free Image Hosting at www.ImageShack.us

postato da garnant | 19:55 | p.link |

Dopo aver pubblicamente ritrattato il mio personale fastidio per il Festival Filosofia, sono andata per la prima volta a sperimentarlo dal vivo. Atmosfera animata nonostante la pioggia, biblioteca coinvolta, stand e bancarelle, staff efficente, evento Cavalli Sforza prontamente spostato al riparo di un affollato Teatro Comunale, con collegamento via maxischermo in piazza. Sotto i portici del municipio, un simpatico distributore con i libriccini-dispensa del festival, le Paginette, al posto di snack e bibite. Trattandosi di un autentico distributore di snack e bibite, le Paginette erano conservate a sedici gradi e mezzo, come il temibile Philadelphia Snack che da diversi mesi si trova all'interno di un analogo distributore aziendale.
Mi chiedo se non avessero freddo là dentro, le Paginette. Quanto al Philadelphia Snack, spero piuttosto che il freddo lo renda il più possibile inoffensivo.
E un'altra cosa, un altro dettaglio disturbante, il fighettame. Mai visto tanto fighettame nel sabato pomeriggio modenese. Anche se probabilmente c'è sempre stato, solo ultimamente è più sgradevole alla vista, con tutti quegli stivalazzi infilati sulle gambe nude, e i pantaloni corti che scoprono ginocchia perplesse.

Annessa, questa mostra-installazione di Yayoi Kusama, che mi riprometto di andare a vedere prossimamente con calma. Qualcuno ricorderà che qui si era già parlato di certi tulipani a pois.

postato da garnant | 19:37 | p.link |

Il nostro mondo, cosiddetto globale, in fin dei conti non è che un pianeta di migliaia e migliaia delle più svariate province che non si incontrano mai. Girare il mondo significa passare da una provincia all'altra, ognuna delle quali è una solitaria stella a se stante. Per la maggior parte delle persone che vi abitano il mondo reale finisce sulla soglia di casa, al limite del villaggio, al massimo al confine della valle. Il mondo che sta oltre è inesistente, insignificante o addirittura inutile, mentre quello intorno a loro e che l'occhio riesce ad abbracciare assurge alle dimensioni di un grande cosmo che oscura tutto il resto.

Ryszard Kapuscinski - Ebano
(grazie a Fio per il consiglio di lettura)

postato da garnant | 19:09 | p.link |

sabato, settembre 16, 2006

Weird Weddings
(one year later)

F. - Ho male al gomito...
E. - Hai il vomito?
F. - No, gomito.
E. - Sei incinta!!!
F. - Ho detto che mi fa male il gomito!
Garnant - Forse hai di nuovo il gomito del tennista. Presto, andiamo alla farmacia notturna.
F. - Ho il Voltaren a casa.
Garnant - Macché Voltaren, prendiamo un test di gravidanza!
F. - ...

postato da garnant | 12:47 | p.link |
weird weddings

venerdì, settembre 15, 2006

Vedere Santoro e stirare tre lavatrici era un programma che non mi aveva convinto fin dall'inizio. Ma Santoro andava pur visto, e i panni non si stirano certo da soli. Del primo servizio ho visto solo le teste delle persone e i tetti delle case, perchè la pila della biancheria oscurava il resto. Piano piano, sono arrivata fino alle scarpe e ai pavimenti. Niente di nuovo, cinesi scalzi in piccole cantine lercie, stivali punitivi sui marciapiedi allagati delle case popolari, scarpe da imprenditore su marmi da imprenditore. Stereotipi su stereotipi, trattati comunque con un certo stile, servizi coinvolgenti, forse un pochino sentenziosi. Accusare Mr. Guru di possedere troppe camicie non è particolarmente sensato, se n'è accorto accorto persino Mr Guru stesso, fate voi. Comunque la casa di Mr. Guru l'ho trovata impressionante ma per nulla desiderabile, figurarsi che non c'era neppure un gatto. Mi chiedo come sia possibile potersi permettere una vasca termale ma non un gatto.
Comunque, il giornalista del momento rimane Fabrizio Gatti, l'inviato dell'Espresso che ha vissuto e firmato l'inchiesta Io schiavo in Puglia. Anche qui nulla di nuovo, a prima vista, che la ricchezza di pochi si basi sulla sfruttamento di molti è una costante sociale che tutti più o meno sperimentiamo consapevolmente nel quotidiano. Ma che la ricchezza di pochi continui a fondarsi sulla schiavitù di molti, oggi in Italia esattamente come sotto le piramidi o sui campi di cotone, è una nozione più ostica da riconoscere. Perchè va bene la nostra etica del lavoro, ma il disprezzo per chi non lavora è un'arma a doppio taglio, soprattutto dovremmo prima decidere cosa è, lavorare, e cosa è invece fare gli schiavi. Perchè magari siamo convinti di saper distinguere, e allo stesso tempo lasciamo scivolare leggi e modi di pensare che rendono la distanza tra lavoro e schiavitù molto, molto breve. Tante società nemmeno troppo lontane nel tempo e nello spazio hanno ammesso la schiavitù, se ne sono servite per fondare la ricchezza di una elite, e hanno cercato di non pagare il prezzo morale, si sono giustificate sostenendo che il bianco è di per sé superiore nero, che la tradizione è sacra, che nons i può andare contro il chiaro volere divino. Suona familiare?
Un altro dettaglio che mi ha colpito è stato il vecchio discorso sul fallimento del sogno del capitalismo, dato che per arricchirsi continuano ad essere necessarie illegalità, corruzione, sfruttamento, o almeno i soldi del nonno. Ma non mi ha colpito tanto il discorso, che non ha nulla di nuovo e non abbisognava certo del parere solenne di Bertinotti, bastava il commento pratico della vicina di casa dell'arricchito , si, ha i soldi in casa, ma anche i carabinieri. Quello che mi ha colpito è stato l'uso della parola "fabbrichétta" al termine del servizio, in cui si dimostra che Mr. Guru non si è "fatto da solo" stile sogno americano, ma è venuto da una famiglia di imprenditori del tessile, e dunque per arricchirsi è necessario perlomeno partire dalla "fabbrichètta" del nonno. A parte il fatto che questa non è una gran rivelazione giornalistica perché si sapeva già, oltre a trattarsi di un meccanismo abbastanza ovvio in una regione dove il settore tessile è molto strutturato, il punto è che in Emilia non si dice "ha la fabbricchétta", si dice "ha i capannoni". Questo è interessante perché Parma viene spesso accusata dai detrattori di essere "troppo milanesizzata", mentre i sostenitori dello stile di vita che vi regna dicono che Parma non è "abbastanza milanesizzata, magari lo fosse". E ora per parlare di un suo imprenditore si utilizza pubblicamente un luogo comune milanese, dunque è vero, la milanesizzazione avanza, e tutto viene ricondotto ai suoi schemi, anche linguistici, che sia per provenienza di chi parla, per valutazione del target di ascolto, o per voluto effetto comico e provocatorio. Sono triste. Di quella tristezza che sapeva procurarmi il collega milanese, detto il comunista vista mare, quando si lamentava della carenza di mezzi pubblici che collegavano la stazione e certe aziende famose dove doveva recarsi, diceva come è possibile, sono aziende famose, tutti i giornali ne parlano, dovrebbero esserci mezzi pubblici ogni dieci minuti. Come se fama, potere e comunicazione aziendale dovessero determinare non solo la reality televisiva, ma ogni aspetto della vita vera, e quindi il trasporto pubblico dovesse servire non il pubblico ma il famoso (con conseguente necessità di modificare la rete urbana ogni quindici minuti). E una simile tristezza mi sa instillare anche l'altro collega milanese, detto Harry Potter, con le sue idee commerciale di prodotti perfettamente inutili e anche fastidiosi per l'utente finale, ma capaci di procurare soldi a chi li produce e pubblicità a chi li compra, quindi assolutamente perfetti secondo certi attuali trend commerciali.
Quanto ero all'università, lì sull'orlo del baratro, leggevo un sacco di saggi a proposito del fenomeno rifiuto del lavoro, era il gusto perverso del quardare giù nel buio. L'altra sera ragionavo con l'amica F. di certe nostre idee imprenditoriali, e mi è sorto uno strano sospetto.

Garnant - Parliamo parliamo, ma non sarà che quello che vogliamo alla fine è stare a casa a girare il ragù?
F. - A me non piace girare il ragù.
Garnant - Pensa ad Outlook, in particolare al calendario. Ora pensa ad un pentolino di ragù che sobbolle, con i pezzettini di carota.
F. - E allora?
Garnant - Adesso vuoi la tastiera o il cucchiaio di legno?
F. - ...

postato da garnant | 14:07 | p.link |

giovedì, settembre 14, 2006

Dopo Warhol e Haring...

The Jean-Michel Basquiat Show

alla Triennale di Milano
dal 20 settembre 06 al 28 gennaio 07

Image Hosted by ImageShack.us

postato da garnant | 19:18 | p.link |

Cari lettori milanesi, come sapete del pattinaggio artistico io apprezzo l'indigesto elemento tecnico, per esempio perché nel triplo axel non si fanno tre giri, e non i frivoli costumi e le mimerie di facile impatto. Questo non mi impedirà di andare in ottobre a questa (grazie Spider per il link) esibizione sventolando uno striscione con su scritto, in cirillico, Victor nudo [Petenko n.d.G], per la realizzazione del quale mi avvarrò della consulenza della bandante della nonna dell'amica S., che è ucraina.
Chi fosse interessanto ad assistere all'evento con il mio commento tecnico in diretta, si metta in contatto con me per i dettagli organizzativi.

postato da garnant | 18:52 | p.link |

Il festival della filosofia m'è sempre stato antipatico, con quella virgola che ammicca dalle pubbliche affissioni, repellendo certuni lontano dalla città, fino al mare se settembre è soleggiato, e incoraggiando cert'altri a credere che la lagna protratta sia un'attività speculativa.
Ma quest'anno c'è Cavalli-Sforza quindi mi rimangio tutto.

Sabato 16Settembre 2006
Ore 15.00

Luigi Luca Cavalli-Sforza
L'uomo: animale genetico o culturale?

Modena
Piazza Grande

postato da garnant | 18:51 | p.link |

mercoledì, settembre 13, 2006

Dal sito di ARCIRE, vi segnalo questo corso di scrittura emiliana. Ugo Cornia l'ho visto una volta e mi ha fatto un po' paura.

Corso Elementare di Scrittura Emiliana (con esercizi pratici)
Maestri: Daniele Benati, Ugo Cornia, Paolo Nori

Programma:

- I semicolti e le loro scritture, il letterario e il non letterario
- Il suono e il senso, la paura e il riso
- Andare fuori tema, straniarsi, non sapere
- Le liste, le fattografie, la storia delle cose
- I riassunti, le sostituzioni, il cosiddetto cut up
- La frase, la ripetizione della frase, diversi modi di ripetere la frase
- La trama e la non trama, il tutto e il niente
- Le biografie, le agiografie, e l'incontrario delle agiografie
- Le poesie, il suono nelle poesie e l'incontrario delle poesie
- L'editoria, le pubblicazioni, il senso dello scrivere
- .... E tanto altro ancora

Periodo: ottobre-dicembre 2006

 

postato da garnant | 19:47 | p.link |

Stavo lì davanti davanti al solito pc dell'ufficio e distrattamente passavo l'indice sul sopracciglio sinistro, cercavo una cicatrice che doveva essere lì. Ma non c'era. Ho cominciato a strofinarmi l'intero occhio, in preda ad uno strano panico. Poi mi sono ricordata che io non ho una cicatrice sul sopracciglio sinistro. Ce l'ha L. E per di più sul sopracciglio destro. Specchio specchio. Tra l'altro qui a casa ho pulito tastiera e monitor con troppo vetril e ora l'odore del vetril mi suggestiona mentre scrivo.

postato da garnant | 19:45 | p.link |

Nel poster disegnato da Staino ci sono la luna, Vittorio Bonetti che suona, e Bibi che ascolta rapita. Bonetti è un'istituzione e una certezza, non staccherà le dita dai tasti per tutte le cinque ore della serata, e non ci sarà un minuto morto. Bonetti iniziava a mezzanotte e andava a avanti ad oltranza, per chi non aveva voglia di andare a casa, e voleva ancora un'altra canzone. Ora Bonetti inizia alle nove ma il meccanismo è uguale, vuoi sempre un'altra canzone.

I Giardini di Mirò mi sono piaciuti, spiritati al punto giusto, peccato per la pessima amplificazione, il cantato incomprensibile, i fischi nelle casse, e pazienza per il basso non amplificato. Peccato anche abbiano iniziato così tardi, posso sforzarmi di avere uno stile di vita sprezzante delle convenzioni borghesi, ma resta il fatto che se poi negli infrasettimanali ho sonno ho sonno, e il pensiero della mia trapunta patchwork mi distrae fastidiosamente, scusate.

E' curioso notare che ho visto Bonetti e Giardini di Mirò nella stessa serata.

postato da garnant | 19:35 | p.link |

martedì, settembre 12, 2006

Non so quanta attenzione avete prestato negli anni alle teorie alternative e cospirazioni varie legate al 9/11. Fino a poco tempo fa io molto poca e saltuaria. Ma ieri sera, mentre guardavo un superficiale ma perlomeno non troppo sentimentale documentario sulla fuga dal WTC, nella mia testa hanno cominciato ad incastrarsi dettagli su dettagli. Iniziamo dal collega R., un informatico diciannovenne con la passione estetica per la distruzione, iniziata dando fuoco ai bidoni della spazzatura da bambino perché il fumo nero della plastica era bello, e poi coltivata nel tempo consultando con entusiasmo feticista il sito rotten.com. Insomma un pomeriggio il collega R. mi guarda con occhi euforici e mi dice, due aerei si sono scontrati sulle torri gemelle, poi alza le mani in aria, le avvicina, e all'imbatto dice "bbuuummm", e porta indietro la testa per simulare l'urto nell'aria. Io lo guardo senza capire, chiedo "ma perché si sono scontrati sulle torri gemelle?", lui non risponde, sta ancora agitando in aria i lunghi capelli da new metal. Poi dico, ma ci sono tantissime persone sulle torri gemelle, ma non so perché intendo solo quelle nel deck panoramico. Non aveva senso. Eppure c'erano le immagini di questi due aerei che si schiantavano dritti nelle torri, poi c'erano le immagini delle torri che crollavano, erano lì, ripetute all'infinito. Nessuno ha più fatto domande, cosa c'era da chiedere, poi. Torre colpita, torre crolla, eccola lì. Eppure, sono passati cinque anni e le domande ci sono ancora tutte. Quel mio naif "perché si sono scontrati sulle torri gemelle" comincia ad assomigliare a quando alle superiori ho telefonato all'amica A. per chiederle se sapeva chi aveva ucciso Kenndy perché dal libro non si capiva. E dal punto di vista più contingente e pratico, perché le torri sono crollate? Nessuno ce l'ha spiegato, o almeno io non ho visto ingegneri civili pallidi dire in tv l'esplosione del carburante ha sviluppato una temperatura di tot gradi, a tot gradi la struttura metallica della torre si scioglie, mi dispiace. Si chiama il costruttore, quello dice se l'acqua entra nella stiva 5 il Titanic matematicamente affonda, mi dispiace. Allora dov'è la nostra spiegazione tecnica? Dove sono le simulazioni, i modellini? Ammettendo anche che l'esplosione dei due aerei, per quanto a occhio nudo dalla tv non sembrasse poi una gran cosa, abbia sviluppato un calore sufficiente a sciogliere la struttura portante degli edifici, cosa ha causato quello sbriciolamento incredibile di cemento e arredi che ha sepolto l'intera Lower Manahattan nella polvere e ammalato i polmoni della gente ? Io l'ho visto Ground Zero, non c'era più mezzo gammo di debris. Dove è stato portato tutto, e perché, e perché così in fretta? Perché gli edifici a nord-ovest del WTC li ho visti completamente sventrati, quando non ci sono stati altri impatti e abbiamo visto tutti che le due torri sono crollate su se stesse senza urtare nulla? La teoria alternativa più diffusa è che negli edifici fossero presenti cariche esplosive, e che si sia trattato di crolli guidati e controllati. Ora, nessuno vuole dire che è stata la CIA, per carità (e poi sa l'originalità), potrebbe essere benissimo stata Al Quaeda, con la sua organizzazione capillare. Perchè allora la teoria non viene in alcun modo presa in considerazione? Ok, si parla dell'aspetto più umano, la gente che prima di morire chiama i propri cari, l'eroismo dei pompieri, va benissimo. Ma per quanto siano affascinanti le vicende emotive, ci serve anche una arida spiegazione tecnica. Ci interessa Sonia del settantesimo piano, certo, proprio per questo ci interessa anche sapere perché, le sono caduti in testa i quaranta piani superiori. Io personalmente, voglio togliermi questa gradevole sensazione che con la storia di quanto era coraggiosa Sonia, qualcuno stia cercando di distrarmi da chi ha ucciso Sonia. Ora io non ho visto il film con Nicholas Cage e mi chiedo perché sia stato fischiato, mi chiedo, non sarà perché non ha osato chiedere perché? Solo teorie. Il fatto è che, data l'entità delle esplosioni causate dagli aerei, ci si aspettava che le torri rimanessero su. Per questo, forse, la gente ha resistito al panico e non è scappata, per questo non è stato ordinato immediatamente di evacuare, e per questo i pompieri sono stati mandati su. Qualcuno avrà pur detto, vista l'entità dell'esplosione, la torre non cadrà, procedete così e così. Ma è caduta, quindi ci devono essere state altre esplosioni. Narrativamente, capite, non ci sono alternative. O se ci sono, l'intreccio è debole. O talmente disumano che non è neppure possibile immaginarlo.

Cara operatrice umana, caro robot, per una volta ce l'hai fatta e hai effettivamente identificato un testo che riguarda l'homeland security, e non la solita ricetta esplosiva del kebab della zia Rania. Sappi però che queste sono solo considerazioni dilettantistiche del lunedì sera, e ti sarà difficile trovare il pericoloso seme del dissenso nel documentario mediocre che le ha ispirate. Comunque buon lavoro, cara operatrice umana, caro robot.

postato da garnant | 18:09 | p.link |

E' straniante leggere le poche ma frequenti parole digitali che i quotidiani dedicano all'Africa. Il re dello Swaziland sceglie la sua quattordicesima moglie, accorrono le giovani illibate dai quattro angoli del paese. Scoperto un nuovo ceppo di tbc resistente ai farmaci in Sud Africa. Cinquantesimo anniversario della marica delle donne su Pretoria. Sembrano un po' notizie da un altro tempo, o da un altro pianeta. Sembra la rubrica delle piccole curiosità dal continente nero, e noi siamo il giovin signore che fa colazione leggendo. Certo meglio poca informazione che niente informazione, d'altra parte poca informazione decontestualizzata e poi infilata nel nostro schema culturale, diventa automaticamente rumore. Questo re dello Swaziland, se la spassa con quattordici mogli, e chissà che bellezza tutte quelle speranzose giovani illibate, che curiosi costumi, e giù un sorso di cappuccino. Quello che non sappiamo, e non possiamo sapere del re dello Swaziland, è che il defunto re suo padre di mogli ne aveva una settantina, quindi l'attuale re è anche moderato, partecipa ad una iniziativa culturale di riduzione numerica della pratica della poligamia, che in un paese dove una persona su tre ha l'aids, non è un elemento da trascurare. Comunque non potrebbe essere monogamo, perché  la tradizione gli prescrive una moglie di un clan e una di un'altro, una moglie scelta dalla famiglia reale e una scelta da lui, qualcosa di nuovo qualcosa di vecchio qualcosa di prestato qualcosa di blu, no, ora scherzo. Se ora pensare che il re dello Swaziland sia molto responsabile considerate che ha una flotta di auto che per comprarle ci vuole il prodotto interno lordo del paese. Se ora pensate che sia un disgraziato considerate che ha rimesso in piedi il parlamento che suo padre aveva abolito. Se ora pensare che non ne sappiamo abbastanza per giudicare, pensate ad una foto che ritrae un giovane principe Carlo e il giovanissimo re dello Swaziland in costume tradizionale, dopo la fine del protettorato britannico, e considerate. Quanto alla tbc, sembra una notizia da puntata esotica di ER, ma in posto dove una persona su quattro ha l'aids capite che la tubercolosi non curabile diventa rapidamente una causa di morte frequente, e questa faccenda di quante persone su quante hanno l'aids è talmente impressionante che per difendesi si finisce per buttare tutto sul piano astratto, e i numeri perdono significato, quindi diciamo che in Africa di tutta la gente con cui hai parlato oggi, poco più della metà saranno vivi tra dieci anni. A proposito di unità di misura di impatto psicologico, noi misuriamo le estensioni in campi di calcio (bruciata un'area boschiva pari a cinquecento campi di calcio), in Sudafrica con tutti quei britannici che si ritrovano misurano le capienze dei laghi in tazze di tè. Comunque la tbc è un problema serio in una popolazione senza difese immunitarie, e il fatto che le nostre asl siano sommerse di opuscoli informativi sulla tbc dovrebbe farci un po' preoccupare. A me personalmente è rimasto impresso il fatto che molti bufali nei parchi africani soffrono di tbc e i leoni si ammalano mangiando i bufali, in particolare i leoni maschi che sono quelli che hanno il diritto di scegliere il primo boccone della preda, e fatalmente scelgono sempre i polmoni. Quanto alla marcia delle donne su Pretoria nel 1956, considerate che oggi in Sudafrica viene denunciato uno stupro ogni sei minuti, che lo stupro è considerato da molti un metodo "normale" per il controllo sociale delle donne, e che mi è capitato di scambiare detti popolari con una donna di Soweto, lei diceva da noi si dice se non ti picchia non ti ama, e io le rispondevo da noi si dice tu picchiala, lei sa il perché. Come vedete dunque c'è ancora molto da marciare e non solo su Pretoria. E così tutta questa intricata rete di fatti credenze e usanze nella mia testa viene colpita dalle due righe giornalistiche decontestualizzare, oggi sulla festa della verginità delle ragazze Zulu, senza discorso sul recupero delle tradizioni tribali dopo il '94, sul valore di non prendersi l'aids, e sui traumi che derivano da entrambi i fattori, e sui diritti umani, e c'è giusto la foto di una sedicenne in perizoma rituale di perline come se le razze Zulu andassero davvero in giro in perizoma rituale di perline. Ma d'altra parte che si può pretendere, da un paese che ha prodotto Calderoli.

postato da garnant | 18:07 | p.link |
1 2
successiva
ultima