mercoledì, maggio 31, 2006
Weird Wednesday
L. - Cosa ti è successo alle braccia, hai fatto la doccia con Wolverine?
S. - No, è stato il gatto.
L. - Ah, il gatto.
S. - ...
martedì, maggio 30, 2006
Weird Weddings and a Wuppertal
R. - Quest'estate andiamo in Germania.
E. - Ma non dovevate fare un bambino, quest'estate?
R. - ...
E. - Potreste fare come Posh e Beckham, che chiamano i figli come i posti dove li hanno concepiti.
R. - ...
Garnant - Se è una bambina Lipsia, se è un bambino Hannover!
R. - ...
lunedì, maggio 29, 2006
Avete visto la foto della Libreria del Teatro nella vetrina della Libreria del Teatro? Spero di si. Ora mi dispiace non aver fatto una foto per voi, alla foto della Libreria del Teatro nella vetrina della Libreria del Teatro. Ci sarebbe venuto anche Nino Nasi, mentre apriva il lucchetto della bici per andare a casa. E naturalmente anche una copia del Piccolo Principe.
domenica, maggio 28, 2006
Arriva il Codice Romano
di Stefano Benni
(da Repubblica, 26 maggio 2006)
Dan Brown è un profondo conoscitore della società e della cultura italiana. Ha studiato il Rinascimento italiano a Las Vegas, ha una collezione di cento gondole veneziane in plastica, e ha visitato il Colosseo in camper. Ma ora dall’Italia arriva la risposta al suo best-seller: il Codice Prodi, assai più complicato e misterioso del suo Codice da Vinci. Anticipiamo la trama: un custode del museo degli Uffizi viene trovato ucciso, con la gola tagliata. Prima di morire, però, riesce a spogliarsi nudo, a fare colazione e scrivere sul pavimento col sangue sei cantiche della Divina Commedia e una lunghissima serie di numeri misteriosi.
Ora voi vorreste leggere anche il resto, vero? Non avendo voglia di trascrivere l'intero pezzo ho provato a cercarlo in rete, e l'ho trovato subito sul sito Margheritaonline, che bello ho pensato, un sito su Margherita Dolcevita! Poi però era il sito della Margherita il partito.
Comunque segue anche qui. Enjoy.

Mi ha ipnotizzato. Alla fine l'ho dovuto comprare.
Ieri il Fuori Orario ha chiuso la sua quattordicesima stagione, e Marino Severini ha compiuto cinquant'anni. Ora potrei lanciarmi in uno di quei post nostalgici in cui vi racconto di quella volta nel 1995 quando solo lo spirito di branco ci ha salvati dall'assideramento mentre tentavamo invano di entrare al concerto dei Modena City Rambles, nel senso che ci siamo messi in cerchio come un branco di buoi per sentire meno il vento della campagna, di tutte le volte in cui siamo entrate splendenti in quanto amiche di, sfilando bel belle accanto alla fila di giovanotti sudati, sentendoci un po' in colpa per il privilegio ma alzando le spallucce nude e pensando, aumentiamo pur sempre di otto punti la presenza femminile nel locale, questo aiuta il locale, motiva i giovanotti sudati a a ballare tanto e a bere altra birra. Oppure di quella volta che sono uscita e le stelle erano tutte spostate perché nel parcheggio del Fuori Orario perdo ogni volta i punti cardinali. O di quando ho bevuto il rum che veniva davvero da Cuba, senza tutte quelle lagne del vivere una notte una sola notte, e il caffè zapatista, e poi la pizza, e poi le bruschette, e altra birra, e vino, e poi per forza che il viaggio verso casa mi sembra lungo e irreale.
Mi limiterò a dirvi che la grigliata offerta nel cortile ieri notte era buonissima, che anche la torta di Marino era molto buona, lo dico io che non mi piacciono i dolci, che non ce l'ho fatta ad andare da Marino a fargli gli auguri perchè ciao sono Veronica questo è il mio trentesimo concerto dei Gang suona alcolisti anonimi, ma poi sono stata sotto al palco e ho cantato Comandante e di certo ci siamo capiti (auguri Marino). Vi dirò anche che l'ultima birra era bella fredda e mi ha fatto piacere berla seduta nel treno per la quattordicesima nostra stagione, mentre fuori c'era White Riot e dal cortile arrivava il familiare profumo di gnocco fritto da autentiche rezdore arruolate per l'occasione. Vi dirò anche che i Clampdown sono dei bei figlioli tatuati, e la vetrata del Fuori Orario offriva una splendida visuale sulla schiena del batterista, se qualcuno è passato in treno ieri notte tra Parma e Reggio Emilia avrà notato. Che un signore anziano con fazzoletto dell'ANPI ha ballato su I Fought the Law (and the law won). Che una trapezista si è esibita su Redemption Song versione Strummer versione Clampdown, e che tutti quei ragazzi sui trampoli mi hanno convinto, l'anno prossimo anche io sui trampoli quando c'è troppa folla e non si riesce ad arrivare al bar.
sabato, maggio 27, 2006
Guida onirica al fine settimana.
Ho dormito dodici ore ma non creadiate che abbia sprecato il mio tempo. E' scientificamente dimostrato che dormire snellisce, e migliora la luminosità della pelle. Dopo le prime cinque ore di sonno senza sogni mi sono svegliata in preda al panico perchè ancora non ho il biglietto aereo per Cape Town. Dopo un'interminabile meditazione incoerente a proposito del fine settimana che mi solleva dal lavoro ma anche dalla possibilità di sollecitare la mia agenzia di viaggi, mi sono riaddormentata. Ho sognato di andare a Sestri Levante per il Premio Andersen, molto bello, certo è stato piuttosto faticoso, perchè nel sogno andavamo con la mia vecchia Panda Dance rossa e sbagliavamo strada molte volte per la Baia delle Favole e finivamo a pranzo in un assurdo agriturismo su una cima rupestre dove tirava un vento gelido ed era anche finito il pollo, ma comunque l'atmosfera era deliziosa, e io comunque questo fine settimana non ho proprio tempo di andare per davvero a Sestri Levante, per di più in tenda come mi è stato proposto, e il sito del Premio non funziona. Dopodichè mi sono svegliata perchè in cortile due mamme mie vicine di casa urlavano a proposito delle loro figlie che hanno vomitato dopo aver mangiato gnocco fritto ieri sera alla festa della scuola. Segue altro tipico sogno compensatorio, non avendo tempo di fare un giro in centro a Bologna sogno di fare un giro in centro a Bologna prima di partire per Sestri Levante. Il centro di Bologna è come al solito, tranne il fatto che in via Zamboni, in particolare tra italianistica e il 38, sono stati installati enormi monitor che permettono di navigare in rete gratuitamente, utilizzando appositi comandi sistemati sotto il colonnato. Mi sveglio preoccupata perchè svegliandomi ho lasciato il blog aperto e il mio utente loggato, là in via Zamboni.
Il secondo pensiero che mi passa per la testa, ma qual era quella poesia della Akhmatova che citava Arkady Renko in Gorky Park? E allora eccola.
Последний тост
Я пью за разоренный дом,
За злую жизнь мою,
За одиночество вдвоем,
И за тебя я пью,-
За ложь меня предавших губ,
За мертвый холод глаз,
За то, что мир жесток и груб,
За то, что бог не спас.
Ultimo brindisi
Bevo ad una casa distrutta,
alla mia vita sciagurata,
a solitudini vissute in due
e bevo anche a te:
all'inganno di labbra che tradirono,
al gelo morto dei tuoi occhi,
al mondo crudele e rozzo,
al Dio che non ci ha mai salvato
venerdì, maggio 26, 2006
Quando racconto a qualcuno della sinestesia, di cui non ho sintomi se non nella mia immaginazione, ricevo sguardi perplessi e noto occhiate laterali, il mio interlocutore chiede aiuto, cerca la via di fuga. Visto che voi non potete scappare, o meglio potete, ma stare qui seduta a scrivere senza lettori è decisamente più comodo e dignitoso che stare in piedi in un parcheggio mentre il mio interlocutore fugge sgommando, vi racconterò di come ho scoperto la sinestesia. Prima era venuto un articolo su Sciam, dal titolo Hearing Colors, Tasting Shapes, dove avevo letto di persone che vedono il colore blu quando sentono un do diesis al piano, o di persone che sentono il sapore amaro toccando una forma tondeggiante. All'epoca l'articolo era completamente gratuito, e così ero arrivata a Blue Cats and Chartreuse Kitten, dove avevo letto i ricordi di una donna che vede ogni lettera di un colore diverso, e per anni crede che il mondo sia davvero così, finché un giorno dice a suo padre, da piccola non riuscivo ad imparare a scrivere la R, poi ho capito che bastava aggiungere un trattino alla P, ma era così strano poter trasformare una lettera gialla in una arancione solo con una linea. Così il fatto che l'aspetto scientifico di tutto questo mi affascini più di quello letterario, ecco, questo mi confonde. Dovrebbe bastarmi sapere delle madeleine, e invece mi interessa che sia possibile vedere e sentire davvero quello che altri immaginano, per quando nei limiti di una sorta di patologia.
Lettera gialla? Lettera arancione? Cosa vuoi dire? Le risponde suo padre.
Lo sappiamo che il mondo non è davvero come lo vediamo, che la nostra è una delle visioni possibili, certo, ma scoprire che la nostra è una visione completamente personale? Che non la condividiamo con i nostri simili? Immaginate le implicazioni cognitive, psicologiche, quotidiane. E così arriviamo a The Man Who Tasted Shapes, e anche a un piccolo test che dimostra che i nomi delle cose non sono completamente arbitrari, e la forma influenza la lingua, come poi in effetti non suona così nuovo, tutti abbiamo sperimentato qualcosa del genere.
Quale di queste forme chiamate Booba e quale Kiki?
Su Wikipedia la risposta.
Spesso dimentico che il collega G. è daltonico e allora critico le interfacce dei suoi programmi con cui mi capita di lavorare, vado da lui e gli dico questo è troppo giallo, il rosso è troppo acceso, scusa perchè è tutto grigiolino, e lui mi guarda esasperato, e io non sono capace neppure di immaginare, come vede lui il mondo.
Ma nello spirito molto pragmatico e scarsamente poetico di questo post ho cercato un modo per vedere, ed eccolo qui, uno strumento che mostra le pagine web come le vede una persona daltonica, o in altro modo colorblind, per esempio la mia pagina secondo l'acromatopsia atipica.
Troppo impegnati a lanciare accuse reciproche di controproducente pessimismo e di ottimismo irresponsabile, ambientalisti e scettici tendono spesso a parlare per fede, credono in gaia vivente, credono nel calore delle biomasse, credono nelle risorse dell'uomo, credono nella provvidenza. Fa piacere allora incontrare una voce che pensa con lucidità ed eleganza, invece di credere a questo e a quello.
Scrive David Biello sul blog di Sciam
Lovelock is not alone. A host of doomsayers--from James Kunstler in his "The Long Emergency" to Matt Savinar on his blog "Life After the Oil Crash"--predict the end of civilization as we know it with the end of our culture's life blood: oil. Not unlike Thomas Malthus predicting mass starvation based on an imbalance between population and food production in the 19th century, they believe that humanity cannot surmount its present addiction to oil.
They may be right. Just because humanity invented its way out of a food crisis to prove Malthus wrong is no reason to think that we can do it again when so much of our lives--the fuel to run our transportation, the electricity to power the computers that dominate our lives (and on which I am writing and posting this screed), and yes, our food production--rely on ever-diminishing and ever-polluting fossil fuel resources, primarily oil.
In essence, humanity is in a race against time. We need new, cleaner energies to power our modern lives. We will either solve the problem or, as Lovelock points out, the problem will solve us.
giovedì, maggio 25, 2006
L'unità di misura giornalistica per il taglio delle foreste è il campo di calcio. Ogni dieci secondi scompaiono sei campi di calcio nella foresta del Borneo! L'Amazzonia tagliata in due metà campo dalla morsa del maltempo! Pandemia! Pandemia!
Il motivo per cui non riusciamo ad immaginare la foresta, se non ridotta ad un rettangolo di zolle erbose e gesso e non sappiamo cosa sia un wildlife tree, o cosa distingua un tree sitter da un tree hugger da un tree planter, è banalmente che siamo Europei, per noi la foresta non esiste davvero. La foresta sta nelle fiabe e basta, è materia per i nostri sogni d'infanzia, eventualmente monografico su Vladimir Propp quando siamo cresciuti.
Finché non ci succede di dover camminare in una clear cut area, e allora la foresta è esistita, ma noi siamo arrivati un giorno troppo tardi.
The world has many jobs awaiting the young, the idealistic and the gullible.
In Canada, one of those jobs is called treeplanting. Typically it's thirty-one days of not bathing, crapping off the ends of logs and swatting blackflies the size of the olives. During merciful forays into Prince George or Nippigong motels, you enter blood brawls over who gets the first shower, and hence all the water. Afterwards, the locals beat you up in the parking lots of pubs, screaming "Tree hugger!"
Douglas Coupland - Souvenir of Canada 2
mercoledì, maggio 24, 2006
In questa stagione del prom dei maturandi mi chiedo se idealizzare pateticamente la propria adolescenza, oppure liquidarla come causa incontrollata di tutti i propri problemi, sia un meccanismo evolutivo necessario, oppure una debolezza da trentenni. Io avevo idealizzato la mia adolescenza prima ancora che iniziasse, avevo deciso che dovevo procurarmi un'adolescenza da idealizzare per scopi futuri. Guardavo il Grande freddo, Peggy Sue si è sposata e persino Thirtysomething e mi dicevo, anche io avrò ricordi fantastici e potrò piagnucolarci su tra quindici anni, sarà bellissimo. Come Fry in Futurama, ah, The Breakfast Club soundtrack. Man, I can't wait till I'm old enough to feel ways about stuff.
E' l'estate del 1993.
Ostentando un'aria truce e grandi occhiali da sole, io e l'amico A. sediamo sui gradini della scuola leggendo un opuscolo dell'Ateneo di Bologna. E' il primo pomeriggio, stiamo aspettando l'amica F. che non ha ancora consegnato il tema della maturità, siamo arrivati insieme, sventolando dal finestrino dell'auto una bandiera da slalom speciale, di quelle che stanno infilate sulle porte, è il souvenir di una nostra zingarata bianca, e intendiamo andarcene allo stesso modo, sventolando una bandiera sciistica verso il futuro, mentre il nostro stantio liceo scientifico diventa sempre più piccolo e irrilevante sulla linea dell'orizzonte, fino a sparire dietro il cantiere di un nuovo complesso residenziale.
Nell'ambito della solita polemica per cui alla maturità ci sono sempre temi sul Novencento e gli insegnanti di storia e di letteratura spesso non vogliono, o non possono, affrontare il Novencento e lasciano così il programma ministeriale monco e i maturandi impreparati, veniamo abbordati da un baldanzoso giornalista locale.
Alziamo gli occhi dal nostro futuro all'Università di Bologna, infastiditi.
Giornalista locale - Ciao, quale tema hai fatto?
Garnant - Quello sulla Repubblica di Weimar.
Giornalista locale - Ma avevate studiato il Novecento in classe?
Garnant - Non che io sappia. [mi giro verso A.] Abbiamo studiato il Novecento in classe?
A. - Che ne so. E' un mese che non vengo a scuola. Devo studiare.
Garnant [al giornalista locale] - Non lo sappiamo.
Giornalista locale - Ah... e tu, che tema hai fatto?
A. - Quello sulle macchine pensanti.
Giornalista locale - Ah...
Il fatto è che noi eravamo davvero convinti di essere migliori del sistema, eravamo incredibilmente adolescenti, è bellissimo. A scuola non si studia il Novecento? E con ciò? Possiamo studiarlo da soli. Ricordo distintamente, in effetti, di aver telefonato un pomeriggio alla mia compagna di banco per chiederle se sapeva con certezza chi avesse ucciso Kennedy, perché dal libro non si capiva.
La nostra intervista non andò mai in onda. Al nostro posto, uno studente dal contagioso sorriso dichiarò che aveva fatto il tema di attualità, perché gli altri argomenti non erano stati affrontati in classe.
Weird Weddings
B. - Allora, in quanto lettrice della sposa puoi scegliere, Prima Lettura, Cantico dei Cantici...
Garnant - La parte in cui il tuo diletto balza per le colline?
B. - Si
Garnant - Oppure Seconda Lettura?
B. - Matteo, voi siete il sale della terra
Garnant - Voi siete la luce del mondo come la lucerna ma mettetevi sopra il lucernario altrimenti non fate luce?
B. - Lucernierie, non lucernario.
Garnant - Non se ne parla. Me la prendevo proprio l'altro giorno con quest'idea del proselitismo. Meglio il diletto che balza sulla collina.
B. - Poi è anche più romantico.
Garnant - Tenace come gli inferi è la passione! Mi sembra appropriato, l'invitata atea legge una delle pagine più profane dell'Antico Testamento, la connotazione allegorica tremerà e allo stesso tempo ne sarà esaltata. Ma il cappello... devo tenere in testa il cappello?
B. - ...
martedì, maggio 23, 2006
Considero lo yogurt non un alimento ma una bevanda. Non che lo disprezzi, anzi mi fa piacere che qualcuno, il fermento, predigerisca il latte per me, in modo che io possa berlo a scopo ricreativo. Immagino i fermenti lattici che muoiono ammazzati dagli acidi gastrici, giocherello con i tristi tocchetti di frutta affogati, suggo divertita gli aromi creativi. Prima o poi doveva succedere, che qualcuno decidesse di vendere davvero gli scherzi tra colleghi del laboratorio. E così adesso abbiamo lo yogurt mela e spinaci, quello finocchio e ananas, e anche quello fragola e pomodoro.
Ma è solo un giochetto, gusto facile di superficie. Mangiare è un'altra cosa, affondare i denti, metabolizzare, generare calore, sudare, vivere. Fletto i muscoli e sono nel vuoto.
Allison: I'm in the midst of doing my thesis.
Alvy Singer: On what?
Allison: Political commitment in twentieth century literature.
Alvy Singer: You, you, you're like New York, Jewish, left-wing, liberal, intellectual, Central Park West, Brandeis University, the socialist summer camps and the, the father with the Ben Shahn drawings, right, and the really, y'know, strike-oriented kind of, red diaper, stop me before I make a complete imbecile of myself.
Allison: No, that was wonderful. I love being reduced to a cultural stereotype.
Alvy Singer: Right, I'm a bigot, I know, but for the left.
Annie Hall, 1977
Raccontava Paolo Rossi di essere stato una sera a vedere uno spettacolo all'Apollo Theater e di essersi un po' allarmato, "ma sono l'unico bianco?", la sua domanda spontanea. "Tu non sei bianco", gli avrebbe risposto un amico, "tu sei italiano".
Siamo addestrati ad identificarci confortevolmente nel protagonista wasp, nell'alleato liberatore, nel bianco postindustriale. Certo è comprensibile, se iniziamo ad indentificarci nella spalla nera il cinema hollywoodiano smette all'istante di essere entertaining, se ricordiamo che eravamo alleati della Germania nazista ci ritroviamo addosso un ricordo duro, con una responsabilità da portarci addosso, e la comoda retorica media smette di funzionare e allora addio consenso facile. E poi, se diventiamo di un tono meno bianchi e un grado di PIL meno postindustriali, cosa ci distinguerà dai temutissimi extracomunitari, in particolare i giorni dispari, in cui non ci aggrada la Comunità Europea? Niente, ci distinguerà. Ammettiamolo, niente, ci distingue. Ci sono solo il pavimento e il tavolo.
Non c'è bisogno di aver dato antropologia culturale per sapere che una scarpa sul pavimento è pulita mentre la stessa scarpa messa sul tavolo è sporca. Lo disse la ragazza che diede l'esame prima di me, prese 30 e lode, e io realizzai che non sarei mai stata capace di fare così bene. Insomma siamo scarpe. Tutti. Il nostro paese, il nostro ambiente è il pavimento, ma altri paesi e altri ambienti sono il tavolo, e allora anche noi diventiamo sporchi, le nostre convinzioni fuori posto. Funziona così ed è molto molto semplice. Qui potremo anche crederci bianchi postindustriali che hanno vinto la seconda guerra mondiale, ma proviamo ad adare a dirlo ad un berlinese guardandolo negli occhi, non risponderà nulla ma negli occhi si vedrà cosa pensa, e non crederemo davvero di poter essere le Sandra Bullock della situazione solo perché abbiamo i capelli scuri e abbiamo pagato il biglietto del multisala. La verità è che a Vancouver, mangiando un kebab in un piccolo locale arabo, mi sentivo a casa. La pelle più simile alla mia nei paraggi, la musica mediterranea, il monoteismo, ero a casa. Eppure ridevo con i canadesi e ascoltavo le loro canzoni sul passaggio a nord ovest, bevevo la loro birra, sapevo scegliere il loro salmone, campeggiavo nel loro backcountry ed ero emotivamente connessa con ogni singolo personaggio di Life after God. Eppure, ero araba. E con chi mi identifico guardando Goodness Gracious Me? Con Nina Wadia, naturalmente. Andiamo, per cucinare qualunque cosa è certamente necessaria una piccola melanzana.
Quando si tratta di noi uguali e gli altri diversi e magari anche un po' pericolosi, passare dall'altra parte è tremendamente facile. E' sufficiente mettersi seduti per terra. Cammini per strada, sei normale, ti siedi sul marciapiede, con uno zaino un cane un vestito strano quello che è, diventi diverso e pericoloso. I passanti ti scansano. Sei una scarpa sul tavolo, che schifo.
A ben guardare, tutta l'educazione che riceviamo è mirata ad evitare che scopriamo che le regole sono convenzioni nelle nostre mani. Certo, prima bisogna conoscere le regole, altrimenti niente potere. Per questo mi piace che a Wimbledon ci si vesta di bianco e si faccia l'inchino ai Duchi di Kent, e mi piace che Sania Mirza indossi una maglietta che dice "well-behaved women rarely make history".
lunedì, maggio 22, 2006
There is nothing so unnatural as the commonplace.
Sherlock Holmes - A Case of Identity
Per ragioni che io stessa non so ricostruire con precisione, mi trovo con due amiche su un binario ferroviario, sono abbigliata in tenere e allegre nuance rosate, spalmata di solare da quattro euro all'oncia fluida imperiale, e tengo in mano un biglietto di prima classe. Accanto a me, un celerino sudato fissa le traversine con espressione di tedio. Poco più in là, alcuni ultras con le magliette legate sulla testa urlano cori in direzione del binario tre. All'arrivo del treno i celerini fanno salire gli ultras urlanti sulle prime tre carrozze a loro riservate, mentre noi passeggere high society, abbandonata l'ambizione di sistemarci in piedi nel vagone di prima declassato, ci accalchiamo con dignitosa disperazione nell'anticesso di un vagone di seconda. Seduta sul mio trolley griffato preso coi punti della benzina, chiacchiero un po' e leggo.
Oppure.
Indistinguibili nel nostro aspetto integrato, io ex ecologista militante, l'amica bertinottiana e l'amica forzista attendiamo il treno con civile serenità, indifferenti tanto alla presenza allarmante della polizia armata, quanto a quella rumorosa e apertamente provocatoria degli ultras. Per i celerini siamo le donne e i bambini (non ci sono bambini con noi, ma l'amica R. sta pianificando una gravidanza). Per gli ultras non esistiamo. Sul treno non c'è posto ma la prendiamo sportivamente. Durante il viaggio sediamo composte nell'anticesso, pianifichiamo di indossare tutte il cappello al prossimo matrimonio, e leggiamo.
A ben guardare.
Siamo tre sfigate sudatissime che hanno scelto il fine settimana sbagliato, tre sfigate di cui una che finge indifferenza mascherata da trentenne media mentre poco più in là, ignaro, c'è lo stesso celerino che l'ha caricata in assetto anni prima durante una manifestazione ecologista. I soliti celerini. I soliti ultras. Come al solito sul treno non c'è posto. Per tirarci su il morale rievochiamo a voce altra i nostri leggendari tre interrail, i treni della altre nazioni erano invariabilmente più puliti, puntuali e comodi dei nostri, compresi i famigerati treni dell'ex Cecoslovacchia, e i pubblici ufficiali erano invariabilmente più belli e muscolosi. Ci sediamo nell'anticesso con l'aria di chi sa come arrangiarsi con i propri bagagli, e ci mettiamo a leggere con gran dignità, impassibili come londinesi pendolari.
A dirla tutta.
Siamo tre fighette, ci siamo prese i biglietti di prima per stare sedute più comode e lontane da giovinastri e chissàchi. Finiamo nell'anticesso. Commentiamo che ci sono tre celerini per ogni ultra, pagati con i nostri soldi. Che gli ultras con cori gratuitamente provocatori disturbano la quiete del nostro fine settimana borghese indispensabile per guadagnare soldi nel resto della settimana. Che le ferrovie hanno riservato tre carrozze per gli ultras che ne occupano solo una e le altre rimangano vuote e chiuse, con i nostri soldi. Che gli ultras devono per ragioni di sicurezza pubblica essere accompagnati in giro da autorità pubbliche su mezzi pubblici riservati, come i bambini delle elementari, oppure si tratta di eccesso di zelo poliziesco e colpevole allarmismo da parte del potere cosituito, in ogni caso sempre con i nostri soldi. Anche l'inutile biglietto di prima è stato comprato con i nostri soldi. Nostri nostri nostri. Soldi. Nostri. In queste condizioni di delirio io e l'amica bertinottiana disperiamo di riuscire a convincere l'amica forzista che ci serve una società senza privilegi di classe. Per consolarci ci mettiamo a leggere. Io leggo un libro in cui Will Self se la prende, nell'ordine, con il primo ministro Blair, con i vegetariani olistici, e con la serie televisiva Friends.
Weird Weddings
Garnant - Allora abbiamo un abito verde corto, uno viola lungo, turchese pantaloni, nero tubino, beige lungo e... fango corto. Mi sfugge l'elemento comune.
B. - Mettetevi il cappello!
M - Il cappello?!?!
B. - Si, lo sposo è in mezzo tight, è appropriato.
Garnant - Ecco, avrei dovuto prendere quello di Philip Treacy che avevo visto da Harrods, con il fiocco a forma di pretzel.
F. - Il cappello?!?!?
B. - Certo. Sarà un colpo d'occhio favoloso.
Garnant - E poi potremo indossarlo anche la prossima stagione ad Ascot!
B. - ...
venerdì, maggio 19, 2006
Ricordo distintamente il mio primo bucato, era la fine degli anni Ottanta ed ero partita per l'Inghilterra con la convinzione che stirare fosse un gesto borghese, imposizione sociale e schiavitù muliebre dalla quale io mi sarei liberata, camminando per le strade di Londra in nero totale stropicciato, monili d'argento e capelli in aria. Quando poi realizzai quale aspetto aveva la mia amata camicia viola con indistinti disegni gotici neri, capii d'un tratto che stirare non era del tutto condannabile, se non proprio stirare, almeno appendere i vestiti in modo molto attento. Capii anche che eliminare le macchie non era faccenda tanto semplice come sembrava dagli spot del detersivo, togliere le macchie, fango, erba, sangue, baked beans, era un lavoro dannatamente difficile.
Ma ormai vi sarete stancati di questi inutili memorie, se vi siete stancati vi prego di pazientare ancora qualche riga e sarete ricompensati, come ricorda Dave Eggers non è necessario essere settantenni e irlandesi per scrivere un po' di sé. Certo, si dovrebbe avere qualcosa di interessante da dire. Ma migliaia di donne pagano per comprare Donna Moderna e leggere con attenzione i consigli sul bucato, qui almeno è gratis.
Le macchie, dicevo, le macchie a volte non se ne vanno, per quanto detersivo che più detersione non si può, addittivo dalla testa calva, candeggina versione delicata o interrogatorio con torture, le macchie rimangono lì, e abbiamo visto gli spot, sappiamo che rimangono lì incastrate nella trama del tessuto, mentre il testimonial famoso ci cammina in mezzo guadagando molti soldi. E l'alone. Perchè rimane l'alone? Odiato alone.
Col tempo, osservando il bucato perfetto di massaie esperte, bianchi splendenti, colori saturi, igiene profonda e profumi d'infanzia idilliaca in Provenza, mi sono convinta che solo con l'aiuto di forze mistiche sia possibile vincere davvero sulla macchia e sull'alone, e vittoriosa e impavida indossare capi puliti, del colore giusto e dalla forma ladyfit impeccabile, e magari avere anche capelli perfetti perché avendo già sconfitto in fretta le macchie, rimane tempo per andare dalla parrucchiera.
Devo aver visto troppi episodi di Buffy.
Comunque, mi servivia un sortilegio. Preferibilmente un malefizio. Qualcosa. Ho provato allora a leggere Donna Moderna al contrario, ma non ne ho ricato alcun aiuto. Poi un sabato pomeriggio, di fronte ad un disastro di sudore e sangue, ho deciso finalmente di invocare le forze del male, ho offerto alle forze del male i miei abiti, purchè diventassero puliti. Ho pensato che fosse appropriato, visto che a quanto si dice il diavolo veste Prada. E così dopo meno di due ore tra bucato a mano e lavatrice, stavo stendendo una magnifica teoria di bianchi accecanti e colori fantastici, da ammutolire persino la nonna ace. Aveva funzionato. Da allora, ha sempre funzionato, P'tor figlio di K'mer, antico demone del pulito, ascolta la mia voce. Certo alla fine i miei vestiti andranno all'inferno, ne sono consapevole.
L'Albert Hall di Cà di Sola di Castelvetro, grande sala da ballo ai suoi tempi e poi truce discoteca per altrettanto truci culturi del metallo, del punk del dark e della new wave in genere, consiste oggi di tre cupole di cemento in un parcheggio abbandonato, sempre che non sia stata rasa al suolo nel frattempo per farci pregevoli piccoli contesti residenziali con finiture di pregio. Un'astronave arenata nella sabbia dell'Area 51. Un sistema di igloo che non riesce a sciogliersi.
Quello che mi piaceva dell'Albert Hall era il cartello che vietava l'ingresso ai minori di sedici anni, perché io di anni ne avevo quindici ed entravo lo stesso, da adolescenti a volte l'obiettivo è semplice e lineare: crescere. Poi mi piaceva lo spot radiofonico in dialetto reggiano, che sulle note della Fiera di San Lazzaro di Guccini cantava di incontri tra darkettoni in notti di pogo selvaggio.
Diceva più o meno...
A sun sté a l'Albert Hall, oilì, oilà,
A sun sté a l'Albert Hall, oilì, oilà,
A iò incuntré du' bi darcoun, com'ieren bi, com'ieren boun,
A iò incuntré du' bi darcoun, com'ieren bi, com'ieren boun*
Il resto non lo ricordo.
Ma queste poche righe non possono certo fare giustizia del patrimonio culturale a cui fanno riferimento, in particolare dal punto di vista dialettologico. Dunque per vostro approfondimento filologico propongo un'agile guida al dialetto reggiano, e un appofondimento sull'ortografia del dialetto emiliano.
*Sono stato all'Albert Hall, oilì oilà
Ho incontrato due bei darkettoni, com'erano belli com'erano buoni
La prima volta che ho preso la metropolitana a San Pietroburgo sono scesa nel sottosuolo sicura e disinvolta, forte della mia esperienza moscovita. Effettivamente l'esperienza moscovita era stata solo in parte incoraggiante, facile acquistare il билет, che ci vuole a capire biliet, però poi il diabolico meccanismo di ingresso era scattato al mio passaggio procurandomi due grandi lividi nerastri e dolenti sulle cosce, e ora ho un riflesso pavloviano ogni volta che entro in una stazione della metropolitana (una qualunque), sento dolore alle cosce. Comunque una solerte e sbrigativa babuschka era intervenuta pronunciando parole incomprensibili che interpretai come "ritenta con l'altro ingresso, sarai più fortunata, forse". Da lì in poi tutto era andato perfettamente liscio, nonostante le indicazioni fossero sempre scritte nello stesso colore e in un carattere miscoscopico. Ero anche riuscita a capire in quali fasce orarie alla fermata di Gorky Park non era possibile prendere la linea circolare, o almeno credo, comunque mi piaceva l'immagine di me mentre leggevo l'avviso appeso al muro e annuivo brevemente con l'aria di aver capito.
Comunque, scendo nel sottosuolo di San Pietroburgo, mi guardo intorno con aria affatto sorpresa, già informata del fatto che le stazioni non sono lussuosamente celebrative come a Mosca, chiedo un билет e scopro che invece serve un жетон, benissimo, che ci vuole a capire geton. Dopodiché mi avvio in direzione del binario, in quello che sembra un lungo corridoio metallico. Cammino cammino, mentre la folla si accoda davanti a diverse porte altrettanto metalliche, concludo che si tratta di ascensori, il binario deve trovarsi più in basso, dunque mi accodo con consumata aria di lieve fastidio, come mi sembra appropriata alla situazione. D'un tratto la porta si apre e vedo non l'interno un ascensore, ma l'interno di un treno della metropolitana. Una vista lì per lì spiazzante, serve qualche secondo per elaborare. Dunque sono già sul binario, c'è una parete metalica tra me e il treno, le porte sull parete si aprono in corrispondenza di quelle del treno. Curioso. Non sconvolgente come quella volta che a Dover presi l'overcraf per Calais senza avere la più pallida idea di cosa fosse un overcraft. Mantenere una espressione di composto interesse, come consigliavano tutte le guide agli interrailer in caso di shock culturale, fu estremamente difficile.
Tutta questa vicenda cirillica per arrivare all'estensione della Jubilee Line a Londra, dove le stazioni sono costruite con lo stesso principio di San Pietroburgo, ma la parete che divide il binario dal treno è trasparente, riducendo così di molto lo shock culturale. Le nuove stazioni della Jubilee sono enormi e spopolate, con un design metallico futuristico e in qualche modo allo stesso tempo retrò, un gigantesco sottomarino del futuro, con un'aria nostalgica degli anni 90, riemerso nei docks londinesi per un paradosso spaziotemporale. Fuori da Canary Wharf c'è poi un ponte pedonale sinuoso e anche lui metallico che ricordo volentieri, perché la prima volta che lo attraversai, parecchi anni fa in effetti, era così nuovo che dall'altra parte un addetto mi chiese, survey form alla mano, ti è piaciuto attraversare il ponte? Sul Millenium Dome preferisco non pronunciarmi.
giovedì, maggio 18, 2006
Archiviato l'inverno, oggi si festeggia il primo giorno di piedi nudi. Piedi autoritari, che ogni giorno di più minacciano di diventare temutissimi piedi ad alto mantenimento.
Tod's - The World of Pop
Tempo fa un mangiapreti ha criticato la mia tendenza ad abbandonare la gente alle sue convinzioni. Mi ha detto che è mio dovere impegnarmi per aprire gli occhi agli altri, altrimenti a cosa servono tutta la mia cultura e la mia intelligenza, diventano solo egoismo. La vicenda mi è tornata alla mente leggendo una frase che il Papa ha detto ieri ai suoi vescovi: "su questi valori siamo debitori di una chiara testimonianza a tutti i nostri fratelli in umanità: con essa non imponiamo loro inutili pesi ma li aiutiamo ad avanzare sulla via della vita e dell'autentica libertà".
Uso qui il termine mangiapreti impropriamente, da queste parti campagnole mangiapreti era, prima della svolta di Occhetto, il termine faceto con cui i democristiani indicavano i comunisti, intendendo chi votava pc e non andava a Messa mai, neanche alla vigilia di Natale. Oggi, dopo che abbiamo visto il cattocomunismo, un inizio di alleanza con Buttiglione, la nascita della Margherita (la prima volta che ho visto i manifesti pensavo fosse una raccolta punti del Conad, osservò l'amica L.), la candidatura di Rutelli e molto altro ancora, il termine mangiapreti non può più essere utilizzato in senso proprio. Lo userò dunque qui per definire grottescamente un credente di estrazione CL rinnegata, particolarmente critico nei confronti del clero.
Comunque è vero, abbandono la gente al suo destino. Dopo aver espresso nei dettagli la mia opinione, mi aspetto sempre che gli altri si arrangino da soli, altrimenti non vale. Quando poi convinco qualcuno lì sul posto quasi mi sento in colpa, gli dico ma ci hai pensato bene, ma sei sicuro di voler cambiare idea solo per il mio discorso, e se invece avessi ragione tu, nel tuo caso? Torno a casa e mi preoccupo, mi ha dato retta, ora cosa accadrà, si farà male?
Il fatto che un mangiapreti e un Papa ragionino esattamente allo stesso modo, e si propongano l'uno di salvare l'altro secondo il medesimo dovere morale, non mi stupisce eppure mi preoccupa. Perché se un mangiapreti non riesce ad affrancarsi dal proselitismo di matrice confessionale, potrà Rosy Bindi riuscire ad essere un ministro laico? Perchè se un mangiapreti ha soltanto il potere di mandarmi in bestia, condannando la morale cattolica per poi utilizzarne gli stessi meccanismi, Rosy Bindi ha il potere di prendere quella morale cattolica e trasformarla in legge dello Stato. E se succederà questo allora la responsabilità non sarà del Papa, di quello che ha detto ai suoi vescovi mentre i giornalisti origliavano, o di quello che ha sbraitato magari un po' sconsideratamente dalla finestra di casa sua una domenica mattina. La responsabilità sarà di Rosy Bindi, e di noi che l'abbiamo messa sulla sedia dove si è accomodata ieri.
mercoledì, maggio 17, 2006
Cari lettori, grazie per aver fatto tanti clic con pazienza e dedizione sui miei sponsor, anche quando per due settimane l'unica inserzione è stata qualla di un aspirapolvere robot. Vorrei a questo proposito salutare l'aspirapolvere robot, che in questo momento si sta ricaricando nella sua casetta ma presto ripartirà per una nuova impegnativa sessione di pulizie domestiche, potete vedere una soggettiva dell'aspirapolvere robot al lavoro qui. Questo post è molto olfativo perché l'allergia sta passando e io gradatamente riacquisto il senso dell'odorato.
Mi sembra giusto farvi sapere come ho speso i soldi incassati fino ad ora, e cioè:
- Uno scrub corpo al cocco. C'era anche alla papaya, ma da quando in Messico ho scoperto che la papaya puzza di pattume guardo con sospetto tutti i cosmetici alla papaya, con il loro oggettivo buon profumo, come hanno fatto a de-pattumare la papaya?
- Una confezione di limette per unghie con marchio FSC. Sanno di abete.
- un paio di ballerine nere con elastico, un po' severe, come indosserebbe Mischa Burton se avesse la mia età e trascorresse la maggior parte del suo tempo da sveglia in un centro direzionale che si sbriciola. Sono molto morbide e per ora sanno di selleria.
- mezza quota di adozione di un orso cinese salvato da una fattorie della bile. La foto che mi hanno mandato, dell'orsa Bottom, è una vera foto che sa di carta fotografica.
Ho questo ricordo di un centro sociale, stavo per addormentarmi nel mio sacco a pelo argentato, un tessuto tecnico termico fichissimo che mi aveva procurato il soprannome Miss Spock, il mio stomaco aveva appena finito di disgregare uno spezzatino di soia, ci credevano vegetariani per via di tutta la faccenda di Greenpeace. Era una specie di magazzino e dormivamo sul pavimento, quel cemento da garage non troppo freddo ma ruvido. In fondo alla stanza c'era una luce ancora accesa, i climber stavano preparando le corde. Le piegavano con un movimento ampio e ritmato, allargavano le braccia e le chiudevano. Le corde erano rosse.
La settimana scorsa una attivista sventola perizomata ha innalzato un cartello davanti ai congressisti riuniti a Vienna per il vertice tra Europa e America Latina, basta de papeleras contaminantes, per protestare contro l'industria della carta che inquina il fiume Uruguay.
Non riesco a non pensare alla mia tuta bianca di tre taglie di troppo, e allo stato dei miei poveri capelli dopo aver dormito sul pavimento del centro sociale Rivolta di Mestre, nel mio sacco a pelo Miss Spock che però all'interno era in cotone a fiori color pastello.
martedì, maggio 16, 2006
Mentre disegno il mio itinerario sudafricano mi rendo conto che non ho nulla, oltre ai ricordi del Mandela Day e di Stephen Biko, per immedesimarmi davvero. Sapete quando Leonard Zelig sta vicino agli irlandesi e gli vengono i capelli rossi, tracanna birra e inizia a parlare della carestia delle patate. Io sono semplicemente un caso meno grave, ansia sociale, gusto dell'immedesimazione, e un po' di abilità nel seguire i consigli della Lonely Planet alla pagina "how to blend in".
Con molti posti avevo già un rapporto emotivo di qualche genere, Douglas Coupland e la monta western per il Canada, il cappotto di Gogol, l'arcipelago gulag, Padre Sergio, il principe Andrej e anche Arkady Renko per la Russia, un certo PJ per l'Irlanda, un elenco interminabile di immagini e suoni e pagine per l'Inghilterra. In molti posti poi c'era un dettaglio che funzionava bene per qualche ragione, in Messico ero latina, a Kreuzberg sembravo turca, a New York avevo una carta di credito. L'apice del mimetismo è stato quando in un campeggio polacco un tizio tedesco mi ha visto uscire con tre borse della spazzatura dal mio camper targato Amburgo e mi ha chiesto se fossi riuscita ad interpretare i bidoni della raccolta differenziata, se non le scritte almeno i colori. Rimase piuttosto spiazzato, cosa ci faceva un'italiana vestita da tedesca e con la spazzatura differenziata in mano in un campeggio polacco su un camper targato Amburgo? Ma se stai zitto e buono, a volte, la tua pelle cambia colore come quella di un camaleonte, e puoi sentirla cambiare. O almeno il tuo tentativo viene apprezzato, e ti offrono da bere. Notevoli anche le due adolescenti americane a Oxford Circus che non sanno quale bus prendere per il mercato di Camden e identificano me in mezzo alla folla come quella che di sicuro lo sa (forse per l'aria annoiata con cui guardo la vetrina dell'ennesimo Zara, probabilmente il quinto in due ore). Ma io adoro immedesimarmi, lo so che è anche ansia sociale, ma la Lonely Planet raccomanda, blend in! Salutare il postino nel piccolo centro del Kent, chiedere la panna acida nel borsch, camminare scalzi in Germania. Dove non mi è riuscito? In tutta la Scandinavia, la mancanza cronica di denario mi costringeva nella categoria separata del backpacker apolide, categoria che aveva comunque una sua rispettabilità. In Olanda, in Danimarca. In Repubblica Ceca e Slovacca, anche se l'abbigliamento era giusto e qualcuno ci cascava lo stesso e mi chiedeva informazioni stradali. E il Sudafrica? Mi servono informazioni, mi servono dettagli per connettermi. Per ora so che non è la stagione ideale per il mio amato bodyboard, ci vuole la muta da 3 mm.
lunedì, maggio 15, 2006
Nonostante il massaggio della buona notte con prodotto apposito, mi sono dovuta sciroppare ieri la visione di due incubi notturni, insieme al solito fastidio dell'afferrare improvvisamente, dentro l'incubo, che tutto il panico è ingiustificato. Nel primo tempo qualcuno, o qualcosa, picchiava ritimicamente una nocca come metallica sulla porta di casa, a lungo, con ostinazione. Del secondo tempo non ricordo la trama, ma c'erano alcune streghe molto spettinate. Insomma, la normale reazione onirica a queste giornate di intossicazione chimica da farmaci, di sovraesposizione da tv, di ansia da prestazione per una delicata demo lavorativa, e di trepidante attesa dell'approvazione del piano ferie estivo, senza contare la fatica sociale per le occhiatacce che cadono sulla mia ricrescita da strega (forse da lì l'incubo), ma se JLo non ha tempo di andare dalla parrucchiera figurarsi io.
Comunque, oggi il mio piano ferie è stato inaspettatamente approvato e io sono corsa a comprare un solare protezione quindici. Non uscivo dall'ufficio prima dell'orario di chiusura dei negozi da tempo immemorabile, altro che pubblicità della Coca Light, che mondo strano che c'è fuori. Ora devo controllare che il passaporto abbia due pagine libere. Se tutto fila liscio per i primi di settembre mi sarò procurata un mal d'Africa come si deve.
domenica, maggio 14, 2006
Sostenitrice del serio, solido, attaccante Federer dall'elegante rovescio ad una mano, mi apprestavo oggi nel mio idillio domestico (le petunie in balcone stanno fiorendo magnificamente) ad alzare le sopracciglia sul solito giovinastro dall'abbigliamento inopportuno, per l'occasione Rafael Nadal. Foto di: Alberto Pizzoli
Ma sarà stata l'inusuale diretta televisiva, pur interrotta da nevrotici spot compreso quello della Coca Light che comunque mi è parso abbastanza spiritoso, questa cosa dell'applauso a chi esce prima con una borsa da palestra la facciamo anche noi in ufficio anche se più silenziosamente, sarà stato il commeto di L. sullo sguardo tarantiniano di Federer , verso la fine del secondo set tifavo per la partita. Alla fine del quarto set tifavo per Nadal, moderatamente ammirata. Per tutto il quinto Nadal con entusiasmo, perchè anche sforzando il mio innato conservatorismo tennistico non riuscivo a pensar male di questi diciannove anni di concentrazione assoluta, di questo muscoloso rovescio a due mani, e neppure di questa maglietta color pallina da tennis e anche color incordatura, che rispettava dopotutto persino la rigida regola dell'eleganza di Wimbledon, un solo colore oltre al bianco.
Una splendida, splendida partita sulla terra rossa del Foro Italico, vinta da Nadal al tie break del quinto set, dopo più di cinque ore di gioco. Partita tecnicamente favolosa, giocata con sportività, di grande soddisfazione per la condizione del tennis in Italia. E imbarazzante il quadretto calcistico domenicale che Studio Aperto ha dovuto mostrare in formato ridotto, tra un game e l'altro.
Perché quando si parla di cartoni animati nessuno si ricorda mai di Banner lo scoiattolo drogato? Orfano in seguito all'abbattimento del suo albero, era stato adottato da una gatta di fattoria ed era poi tornato nel bosco in seguito ad un incendio nel fienile. Di nuovo solo, convinto di essere gatto e completo di campanellino, faticava ad inserirsi nella società del bosco, nonostante l'aiuto di una simpatica scoiattolina che gli insegnava a mangiare le noci e non il salmone, e così finiva per cedere alla tentazione dei funghi allucinogeni, di cui faceva uso lo scoiattolo dandy. Emarginato, orfano due volte, tossicodipendente con problemi di identità, Banner vive una avventurosa storia di formazione, naturalmente a lieto fine. Gli episodi in cui mangiava i funghi allucinogeni poi erano visivamente notevoli. Per uno spettatore di sei anni, intendo. Notate come nell'immagine del titolo la fattoria, luogo dell'infanzia inconsapevole, venga osservata dal bosco, luogo della consapevolezza e della maturità.
sabato, maggio 13, 2006
Weird Weddings
F. - Ho provato un abito color glicine, ma non mi donava.
M. - Il mio è multicolore, una fantasia di Missoni.
E. - Il mio è grigio, con le spalline e una cinturina nera.
Garnant - Il mio è beige... no... grigio... forse... marrone... con i dettagli neri.
V. - Ecrù?
Garnant - No... meno beige e più grigio...
E. - Allora è grigio. Non è come il mio vero? Non ha la cinturina nera?
Garnant - No... è anche un po' marrone...
V. - E' mai possibile che questo colore non abbia un nome?
Garnant - Va bene, va bene. La commessa ha detto che è color... fango.
V. - Ah, ok, fango! Adesso è chiaro.
Garnant - Cioè fango è un colore che esiste?
E. - Certo. E gli accessori?
V. - Ci starebbe bene un bronzo.
Garnant - Dici che se entro in un negozio e dico "buongiorno, vorrei un coprispalle color bronzo" mi danno anche retta?
V - Ovvio!
E. - Secondo me con il fango non ci sta bene il bronzo.
Garnant - Infatti pensavo al nero.
V. - Fango e nero, si.
E. - Certo.
Garnant - ...



























