Garnant

domenica, aprile 30, 2006

Londra crea dipendenza, lo sappiamo. Un po' rimpianto nevrotico, un po' crisi di astinenza, il sintomo peggiore è quella certezza ovvia e anche irrazionale di non aver fatto tutto quanto si poteva fare.
Io per esempio, non sono andata a vedere Bodies,  non sono andata a vedere Embers. Non ho comprato Warhol Giant Size, un tomo di quindici tonnellate spedibile solo con uno di quei voli cargo che si usano per i cavalli da concorso.
E non ho preso posizione sul tema forse Shakespeare uccide il teatro britannico contemporaneo, dovrebbe esserci una moratoria di cinque anni? Mi sono limitata a prendere atto che in a world without Will... An infinite number of monkeys in front of an infinite number of typewriters for an infinite length of time would have to come up with someone else's complete works... Withnail would lose his final speech outside the wolf enclosures of the London Zoo. (David Jenkins for Time Out).

postato da garnant | 20:17 | p.link |

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Deathstar
2006 - Audio visual equipment and fir plywood

Sapevo che il solo aprire Amazon per ordinare Jpod mi avrebbe esposto ad una feroce irradiazione couplandiana.
Ora voglio anche The Revolution Will Be Accessorized : BlackBook Presents Dispatches from the New Counterculture, cerco tra i blog lo zeitgeist di Vancouver, e non riesco a togliermi dalla testa la Deathstar.

postato da garnant | 19:36 | p.link |

Non sarei dovuta andare in centro ieri a cercare vestiti per i Weird Weddings, brulicante com'era la pubblica via di malvestiti italici.
Ora di Londra mi manca persino Radley.

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postato da garnant | 14:45 | p.link |

sabato, aprile 29, 2006

Lampi di Lester Bangs

Ultimamente c'è gente che ha cominciato ad affermare che, col fatto che il 1967 è passato da tanto tempo, eccetera eccetera, ormai non c'è più niente di cosmico.

Lou Reed ha resuscitato la sua carriera solita soprattutto spacciangosi per il depravato più sfatto che c'è in giro; e non era tutta scena, proprio per niente. La gente continuava ad aspettarsi che morisse, con tanta ostinazione che lui ritornava per perseguitarli, come forse gli piaceva pensare (anche se credo che preferirebbe piazzare un altro successo in classifica, persino se per riuscirci dovesse cantareuna canzone sul fatto che in California non piove mai), ma per far piazza pulita, sul mercato intendo.

Lou Reed è il mio eroe soprattutto perché rappresenta tutte le cose più incasinate che sono mai riuscito ad immaginare. Il che forse dimostra soltanto i limiti della mia immaginazione.

E' come se non si volessa mai guardare la realtà: è troppo morboso guardare uno che si fa le pere e diventa cianotico. Non è come ascoltarlo su un disco.

Il fatto è che Lou, come tutti gli eroi, è lì per farsi pestare.

In più, parte dell'euforia che si prova nell'ammirare qualcuno per i suoi meriti artistici deriva proprio dall'avercela con lui perché non è mai all'altezza delle tue aspettative.

Il punk ha ripetuto proprio gli atteggiamenti che aveva scimmiottato (la NOIA, l'INDIFFERENZA) e stavamo tutti aspettando l'arrivo di un gruppo che almeno fungesse che gliene FREGASSE QUALCOSA.
Ergo, i Clash.
Vedi, caro lettore, molto di quello che viene spacciato per punk consiste semplicemente nel dire io faccio schifo, tu fai schifo, il mondo fa schifo e chi se ne frega, il che in un certo senso, ehm, uh, non basta.

Prima, sentendo parlare del pogo, pensavo fosse la cosa più stupida che mi avessero mai raccontato, ma appenal'ho visto dal vivo, scattante come una molla, ho capito tutto.

postato da garnant | 17:30 | p.link |

Lo so che non dovrei lamentarmi, se anche i cinema della città dove abito hanno virato verso il multisala alienato, e gli spettatori verso la mediocrità reazionaria, perché nella città accanto ben tre cineclub sono stati rinnovati graziosamente, e continuano le attività del cinema cantato dagli Offlagadiscopax. Quindi insomma è solo una questione di tempo e pazienza, prima di poter vedere tutti i film cerchiati su Time Out.

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Ballet Russes
Crazy
Glastonbury
Junebug
The Squid and the Whale
Tony Takitani
U-Carmen eKhayelitsha

postato da garnant | 15:59 | p.link |

No, bella la nuova tratta Ryanair Parma - Londra, comoda. Però c'è qualcosa che continua a sfuggirmi, qualcosa...

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... come un deja vu...

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disturbante.

postato da garnant | 14:07 | p.link |

Il centro sociale milanese responsabile dello spettacolo razzista del 25 aprile (la bandiera israeliana bruciata) dovrebbe rifondere i danni morali e materiali al resto del corteo. Incapaci di crearsi un palcoscenico proprio, i bulli politici di ogni risma  usano i cortei di massa e le manifestazioni altruiper fare pubblicità alla propria scadente propaganda. Ciò che rende pericoloso l'estremismo violento è proprio la sua inettitudine politica: non potendo reggersi su gambe proprie, l'estremismo è costretto a farsi parassita della politica altrui, a farsi trasportare a sbafo, e a colpire alle spalle, e a tradimento, il lavoro e la fatica degli altri. Idee di assoluto insuccesso, sostenute in genere da falliti e frustrati, riescono così a sopravvivere a sbafo, rubando la scena a chi ha faticato per costruire il palcoscenico.
E' un problema antico come la sinistra, quello del parassitismo estremista, ma ancora irrisolto. In Francia, contro i casseurs, è stato restaurato e rimesso in piazza il vecchio servizio d'ordine del sindacato. Da noi, "servizio d'ordine" è un termine che evoca brutti ricordi, e una logica para-militare intollerabile. Ma qualcosa si dovrà pur fare, per evitare che pochi guitti continuino a spacciarsi per protagonisti.

Così scrive Michele Serra, sull'Amaca della Repubblica di ieri. Così la vedo anche io.
L'altro giorno ho cercato la mia vecchia tuta bianca delle azioni di Greenpeace. Nel terzo cassetto dell'armadio a casa dei miei, ho trovato due tute bianche identiche, indistinguibili. A quanto pare mia madre ha lavato la mia uniforme da azione pacifista-ambientalista insieme ad una tuta da operatore veterinario, dovete sapere che si tratta dello stesso tessuto plastificato bianco che viene indossato da chi brucia le carcasse dei maiali soppressi, operazione che in queste terre di allevamento intensivo accade periodicamente per via delle epidemie del bestiame, per esempio la brucellosi o l'afta epizootica. Il perché io sia a conoscenza di questi dettagli zootecnici, e in possesso di una tuta da operatore che brucia carcasse, è molto più noioso di quanto si possa immaginare, e comunque non pertiene a  questo post. Il fatto è che, ai tempi in cui ero una azionista di Greenpeace, la domanda che mi veniva rivolta più spesso era: cosa vi distingue da chi rompe le vetrine. Non era affatto chiaro a chi domandava, che si trattasse del senso di responsabilità, nei mezzi e nei fini. Agli occhi della maggioranza silenziosa quelli che scendono in piazza sono tutti uguali, e quello che fanno si chiama "fare del casino", ed è condannabile a priori perché diverso dallo stare zitti e fermi, zitti e fermi è meglio. C'è poi chi dice che solo da dietro i vetri della presa di distanza si possono vedere le cose oggettivamente, opinione che a volte tendo a condividere e a volte no, preferendo cercare di capire dall'interno, a seconda del grado di disillusione del giorno.
Ma di tutta questa vicenda quello che più mi preoccupa è la difficoltà di manifestare solidarietà senza essere scippiati delle parole, per esempio solidarietà alla popolazione israeliana senza approvare implicatamente la linea del suo governo. Perché quando porto al collo una stellina di Davide argentata, su di essa cadono occhi perplessi e sospettosi. E quando cito Moni Ovadia pochi capiscono. E se mettessi qui un banner pro Israele, dei tanti a disposizione, il suo valore "blogghistico" sarebbe politico e tocque-villesco, molto prima che umano.

postato da garnant | 13:56 | p.link |

Alle medie io e la mia compagna di banco V. gestivamo con successo una rivendita di fogli protocollo con ragionevole rincaro sui prezzi del cartolaio (così impari a dimenticarti ogni volta il foglio protocollo per il compito in classe), e facevamo pagare una tariffa ai compagni di classe che volevano mettere la merenda in caldo sul termosifone accanto al nostro banco (ci meritavamo quei soldi, eravamo noi a soffrire affamate per i profumi costanti di pizza e gnocco durante le lezioni, più per la pizza, infatti la tariffa era più alta). Investivamo poi i ricavi in gelati, patatine, e schedine del totocalcio, che giocavamo al bar del vicino istituto professionale maschile. Compilavamo la schedina al sabato durante l'ora di storia. Il nostro risultato migliore, un nove. Nel complesso era una esperienza soddisfacente, disponevamo di potere, denaro, e di una discreta competenza calcistica utile per conversare con i ragazzi dell'istituto professionale.
Al liceo, sempre a scopo di lucro, inziai a dare lezioni di matematica e informatica agli studenti di prima, e di inglese a quelli delle altre classi. I miei studenti erano invariabilmente ottusi, e io ero una pessima insegnante. Gli amici mi dicevano è ovvio che sono ottusi, se fossero svegli non avrebbero bisogno di ripetizioni. Ma questa teoria non mi ha mai convinto, per questo ostinatamente ho evitato il concorso per l'insegnamento nel '99 e tutto quello che ne è seguito, SISS e compagnia, ci manca solo l'ennesima pessima insegnate. Il problema non erano tanto le nozioni, o meglio erano le nozioni che non entravano in quelle teste ottuse, ma soprattutto il problema era la poesia. I miei studenti più giovani non capivano la bellezza di un raccoglimento ben fatto, e non vedevano aprirsi tutto un mondo, alla notizia che nei verbi inglesi è contenuta una informazione strana e nuova, se l'azione è terminata oppure no. Così all'università me ne andai a lavorare in una birreria pidocchiosa, dove però la maggior parte dei clienti era perfettamente in grado di apprezzare la poesia di una birra ben spinata. Certo, c'erano i momenti difficili, come quando un stupido idiota mi chiese un porto rosso con molto ghiaccio, ma sono cose che succedono. Dovetti smettere perché i miei polmoni non reggevano la mostruosa quantità di fumo passivo, forse con la nuova legge mi si riapre una carriera. 
Ma la mancanza di poesia è sempre stata un problema. Nelle agenzie di traduzione soravvive una scintilla di bellezza o almeno di comprensione, anche se per la maggior parte del tempo si traducono informazioni tecniche sui laminati plastici (sen-za la macchi-na), su macchinari medicali nella migliore delle ipotesi (migliore in senso economico), ma almeno ci sono altri traduttori, si ha qualcuno con cui parlare. In azienda la poesia non c'è punto, perché tutti sono convinti che esista una e una sola traduzione per ogni parola, e il traduttore è quella persona che produce la parola tradotta, sai lo sforzo, e allora "dipende" equivale ad una ammissione di incompetenza. E così periodicamente tutti si accordano per frequentare qualche lezione bisettimanale di inglese, con l'ambizione di sbarazzarsi del traduttore saccente che segretamente considerano inutile e obsoleto, salvo rinunciare poi per sfiducia nei confronti dell'insegnate, pure quello sospettato di essere inutile e obsoleto.
Si viene apprezzati di più come programmatori improvvisati, si ricevono persino suggerimenti cortesi, come "indenta meglio il codice lì", e incoraggiamenti:
Garnant - Sto parlando con il mio codice, è grave?
Collega - No, tutti noi programmatori parliamo con il nostro codice
Garnant - ...
Insomma, accolti in una setta che protegge il fascino del lavoro, perché quando va perso è un problema, un grosso problema.

postato da garnant | 02:23 | p.link |

Le colleghe stanno facendo la dieta del beverone. Che strazio.
Ho ricordi vaghi di quando mangiavo le barrette sportive prima di nuotare, una specie di biada compressa ricoperta di cioccolato, erano quasi gustose, la fame passava, i crampi ai muscoli non venivano, eppure mancava completamente l'esperienza emotiva del pasto. Alle volte, mentre mi asciugavo i capelli nello spogliatorio, l'assenza di endorfine da cibo era quasi dolorosa. Così tornavo a casa e facevo fondere un po' di brie sul pane, felicità sciolta. Dormivo magnificamente. L'anno successivo l'amico A. propose di estendere l'uso delle barrette anche alle pause sciistiche, per ragioni di praticità. Rifiutati con fermezza. Io e l'amica F. comprammo un salame scontato, ogni mattina imbottivamo qualche fetta di pane, e il tutto veniva consumato solido come un sasso e quasi completamente privo di sapore ad una temperatura di meno cinque gradi, sedute su un sasso anche quello a meno cinque gradi, indistinguibile dal cibo. Ma mastica mastica arrivava sempre, una goccia di soddisfazione.
Una dieta non l'ho mai fatta. Sono certa che turberebbe il mio delicatissimo equilibrio chimico-emotivo. Tutta la filiera sociale della prova costume mi è preclusa. Non mangio i dolci perché non mi piacciono, non rinuncio dolorosamente ai dolci in quaresima perchè evidenemente non è una rinuncia dolorosa, e se sto pigramente lontana dalla palestra d'inverno mi innervosisco e mi spengo, non riesco a nutrirmi di beveroni in primavera, e neppure ad iscrivermi a corsi riparatori di aquagym. Per buona parte delle persone che conosco è l'esatto contrario. La solita asociale. Per fortuna c'è la famiglia Addams, per fortuna ci sono gli amici. Perché la normale socialità è un incubo. Le persone mi danno fastidio. A volte persino quelle che mi piacciono.
Certo a prima vista il mio è lo stile di vita favoleggiato a pagina venti di donna moderna, e auspicato da chiunque abbia voglia di fare piccola conversazione. Niente dolci, niente zuccheri ricreativi, niente precotti, niente junk food, pochi fritti, condimenti scelti (qualche volta scelgo il lardo di montagna, e allora?), abbondanza di vegetali e di sport, carboidrati secondo fame, proteine secondo necessità. La concessione senza sensi di colpa, l'alcool. Ma su cosa si regge l'equilibrio? A ben guardare, su un rifiuto non solo fisico dei dolci. Su una critica ostinata e un po' miope alla via più facile, un disturbante sospetto nei confronti della normale, innocua socialità di sperficie, su un certo fanatismo sportivo. E sull'ossessione soddisfatta di un bmi rigorosamente sotto i 20 punti, come se fosse davvero importante.
Se questo vi sembra equilibrio.
Non devi andare in piscina due volte a settimana per tre mesi, dico alla collega del beverone, ma una volta alla settimana per trent'anni. Mi piace spaventarla con la verità.

postato da garnant | 01:47 | p.link |

giovedì, aprile 27, 2006

La mostra della Pixar 20 Years of Animation è strabella.
Mi aspettavo dettagli tecnici, questioni di rendering, animazioni di penne di uccelli e pellicce di mostri, che sono interessanti certo, ma non sono la magia. E invece tutto è centrato sull'idea  creativa, sul segno della matita, del pennello, persino dell'evidenziatore, su come si immagina un mondo, si modella ad un personaggio, si ascolta la storia, sulle parole degli autori. Sull'arte, insomma.
Qualche cubo morbido per sedersi a rivedere Knick Knack e Tin Toy, e qualche computer per esplorare la realizzazione dall'inizio alla fine.
Ma soprattutto disegni preparatori, schizzi e studi per trovare un volto, quadri per esplorare un mondo parallelo, le emozioni disegnate con colori, la tridimensionalità fatta con la luce, lo storyboard dello storyboard, con John Lasseter che scombina le scene alla ricerca della narrazione giusta. Un film di undici minuti come un roller coaster per gli occhi, due dimensioni e poi tre, all'improvviso, in caduta libera.
Poi un favoloso zoetrope tridimensionale con i personaggi di Toy Story, realizzato sul modello dello zoetrope di Totoro al museo dello Studio Ghibli in Giappone. Sotto le luci troboscopiche la scena ruota sempre più veloce fino ad animarsi, i soldatini saltano dal loro secchio e si paracadutano a terra, i piccoli alieni saltellano fino all'altalena, e alll'ultimo saltello vengoni inghiottiti da un buco nero, i pinguini saltellano anche loro sull'altalena alternandosi agli alieni, Woody Cavalca, Jessie ruota il lazo, Buzz salta sulla palla di Luxo Junior, tutto per mostrare cos'è l'animazione per gli occhi, io ci ho creduto tantissimo.

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postato da garnant | 22:13 | p.link |

Del perché la mia fase fotografica è finita.

Quando sul monitor compare Tom Cruise, tutti i passeggeri del bus numero 23 che attraversa Westbourne Grove sghignazzano, ognungo nella propria lingua. Nessun Nick Cave passeggia per strada, che sia visibile dal double deck. Fa freddo.

Chiudo persino gli occhi, ma il Millenium Bridge non vibra neanche un po'.

Gli dico, fai una foto alla Tate Modern da qui, dal ponte. Come la vuoi, chiede. Postindustriale.

Susan Hiller, Susan Hiller dev'essere una pazza pericolosa. Mi piace. Mi piace camminare tra il knick-knack culturalmente contaminato di From the Freud Museum. Esco dalla sala con un sorrisetto.

Cy Twombly, certo, ho preso la cartolina della primavera. Ma era l'autunno che volevo.

L'incubo di Gary Hume lascia gli occhi troppo spalancati, poi è uno shock incontrare Summertime, colori e tutto.

Una bambina di un paio d'anni piange a dirotto seduta a terra, abbracciata a suo padre anche lui seduto a terra, davanti a 1953 di Clifford Still, al terzo piano (dal vivo è più blu).

A Brick Lane c'è talmente tanto aglio nelle melanzane, che l'illuminazione a gas fuori in strada, vista attraverso le finestre, prende una fluorescenza strana.

postato da garnant | 20:03 | p.link |

Tube Map di aprile, David Shrigley per Platform Art
Sulle pareti, 2006 Year of the Dog.

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postato da garnant | 20:00 | p.link |

Qualcuno deve aver saputo della mia compulsione ad acquistare roditori di peluche nelle pause di viaggio, un coniglio bianco con sonaglio all'imbarco dell'overcraft a Dover, una lepre con le orecchie a fiori all'autogrill Chianti, e ho resistito alla mucca pelosa delle highland allo shop della stazione dove si prende il traghetto per l'isola di Skye giusto perché non era un roditore, e proprio due giorni fa a Stansted ho resistito ad un Peter Rabbit con carota in un cesto pieno di Peter Rabbit con carota, quel qualcuno aveva aggiunto un cartello emotivamente subdolo - take me home. Comunque non sono una gran consumatrice, non ditelo a Berlusconi, sono io che abbasso il PIL, con le mie spilorcerie e i miei ponti primaverili. Godo del fantashopping come godo dello shopping, a volte anche di più perchè non spendo, non riordino, non pulisco, non butto, galleggio in una specie di vuoto zen, dove gli oggetti sono sensazione e ispirazione, niente materia. Poi certo, sono contenta di stirare la mia vecchia t-shirt della Guinness, ormai non è più neanche nera. Annuso volentieri la mia borsettina di Furla nel suo assurdo color gambero. Ma mi affeziono a poche cose, e devono essere un po' fuori posto, perché odio guardarmi in giro e vedere sempre la stessa sciarpa Burberry, la stessa giacca Belstaff, le stessa borsa Prada, e sono tutte belle, ma tutta la fatica del lavorare e fare soldi e comprare qualcosa per la soddisfazione di comprarlo, tutta la fatica finisce in uno stupido fumo grigio e inodore.
Insomma quell'abito di Betsey Johnson, pizzo beige su raso verde era troppo caro, soprattutto perché a New York costerebbe una terzo del suo prezzo londinese. E gli stiletto minimali di Jimmy Choo anche, e comunque non saprei muoverci un passo.

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Ma la maglietta di David&Goliath one night stand l'ho presa, era in saldo, e anche una manciata di pennarelli Muji di colori assortiti, e Feeding Frenzy di Will Self e With Nails di Richard E. Grant a metà prezzo, anni e anni indecisa se sapere o non sapere cosa aveva provato REG ad essere Withnail nell'ultima scena, ed è bastato un 50% di sconto da Waterstone per convincermi. Poi il 3x2 da Foyles i Pocket Reference della O'Reilly, io e un tizio con i capelli da rasta gli improbabili clienti davanti allo scaffale e ora la mia scrivania è davvero supercool, anche se nel frattempo ho scoperto che ho solo una delle cinque habits for successful regular expressions, la numero quattro, use lazy quantifiers.
E infine una spilletta presa a Camden, Camden è sempre uguale, quando ci vado torno sedicenne come la prima volta, e mentre scendo nella spiral staircase mi chiedo se sarà così sempre.
La spilletta - Today was a total waste of makeup - per le lunghe giornate in ufficio.

postato da garnant | 19:49 | p.link |

mercoledì, aprile 26, 2006

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postato da garnant | 23:55 | p.link |

Non tutti sanno che io parteggio per Carlo. Fin da bambina ho guardato con sospetto Diana, che possedeva cavalli e scuderie e finimenti a volontà, eppure destestava cavalcare, e lo diceva anche in giro, davvero imperdonabile. E poi quel matrimonio dentro la televisione, e sui rotocalchi che compravano le prozie, lei così uguale alla Barbie sposa che avevo avuto in regalo, romanticismo di plastica. Ma soprattutto era una questione di cavalli, di scuderie e finimenti, case di campagna, stivali e fango. Così mi sono presentata a Windsor il giorno del compleanno della Regina, per caso accanto alla crooked house ho conversato con una anziana signora, aveva lavorato in India e ricordava del treno per l'Italia, mi sentivo una delle prozie. E sventolavo la mia brava bandierina britannica con su scritto a pennarello "Carlo Re". Troppo piccolo comunque perché i cecchini sui tetti potessero notarlo.

postato da garnant | 23:54 | p.link |

A World's End, la parte sbagliata di Chelsea, l'orologio di Vivienne Westwood ha 13 ore e gira velocissimo al contrario. Impossibile fotografare la lancetta dei minuti.

westwood

postato da garnant | 20:38 | p.link |

C'è una vecchia striscia dei Peanuts, il piccolo Linus guarda la neve che cade, cos'è quella, chiede, quella è la neve gli risponde Sally. Oh, credevo fosse il fallout, risponde lui.
Ero così anche io, da bambina, convinta che sarebbe accaduto. E' difficile immaginare il mondo più di dieci, venti anni avanti, e così la fine della guerra fredda chiudeva il mio orizzonte, la terza guerra mondiale, comunque un fungo atomico. E' così che ragioniamo, è così che ragiona l'essere umano di successo, pianifica avanti qualche decennio, far soldi, far figli, sistemare le cose, la ruota poi continuerà a girare in qualche modo. E' così che ragiona anche la società umana, consumare petrolio in modo pianificato ancora per qualche decennio, poi qualcosa accadrà di certo. Guardare oltre è più una questione di gloria eterna, piramidi ed eserciti di terracotta, o di spiritualità, senso del divino, eventualmente di fede. La necessità di pensare a lungo termine nel quotidiano è arrivata solo nel secolo scorso, la riduzione dei cfc, il ritorno all'agricoltura e all'allevamo organici, il problema energetico. Ci abbiamo provato, mentre intorno gli esseri umani di successo sghignazzavano. Ci abbiamo provato, ed era così faticoso, con quella certezza addosso, che tutto sarebbe finito comunque con la bomba.
I giorni di Chornobyl si tinteggiava casa, era caldo, le finestre erano sempre spalancate e noi passavamo tutto il tempo all'aperto. Guardavamo poco la televisione, e le prime notizie passarono inosservate, era normale allora vedere il fungo atomico alla tv, normale come era la guerra fredda, e la consapevolezza che probabilmente saremmo tutti morti fografati dalle radiazioni, come il cavallo grigio di The Day After. Poi dalla tv dissero che era preferibile evitare il latte, e le verdure a foglia larga. Guardavo l'erba alta nel parco, piena di erbacceverde scuro, guardavamo le finestre spalancate, ci guardavamo tra noi e non dicevamo nulla. In qualche modo alla fine la bomba era caduta, e noi eravamo ancora vivi. Alle prese con il cibo radioattivo, i contatori geyger, e la gente che moriva e che sarebbe morta, sapevamo benissimo come. Eravamo sull'orizzonte del nostro futuro, non sapevamo immaginare oltre. Poi in Emilia arrivarono i bambini di Prypiat, ospiti d'estate nelle famiglie, poi arrivarono i pezzi del muro, portati dai ragazzi che tornavano dall'inter-rail, prima veri e propri macigni, poi pezzi sempre più piccoli fino alle schegge grigie, con solo un baffo di pittura rosa luccicante, poi in ufficio arrivarono le lettere dei bambini ucraini nati negli novanta, da tradurre per i bambini delle nostre scuole elementari, e arrivò una copia di Generazione X in casa mia, e quando pulisco il divano con l'aspirapolvere qualche volta ci penso, alla polvere radioattiva. E il riciclaggio, i polli allevati a terra, la verdura biodinamica, la lacca senza cfc, la marmitta catalitica, e anche il Bachtrim Roche cambiò formulazione. Ma gli operai del petrolchimico continuavano a morire, per quanto sventolassimo alte le bandiere di Greenpeace, e nella pancia della terra abbiamo continuato a nascondere scorie radioattive.
E così è ancora tremendamente difficile guardare più di dieci, vent'anni avanti. Solo non abbiamo più la scusa della bomba, e sono già morte abbastanza persone e dovrebbero bastarci, per capire che dobbiamo sfondare quell'orizzonte di vent'anni soltanto, e invece a quanto pare preferiamo crearci da soli qualche confine rassicurante, sempre più vicino, una bella pandemia caduta dal cielo con gli uccelli migratori, o la bomba in Iran, e quasi non sembra importarci da che parte arrivi il pericolo, purché ci sia, e se non c'è ce lo creiamo da soli, ci serve. Per non pensare al futuro.

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Yoshimoto Nara - After the Acid Rain, 2006

postato da garnant | 20:36 | p.link |

Weird Weddings

Dialogo avvenuto di fronte ad un poster gigante di Yoshimoto Nara.

B. - Ho voglia di fare un bambino.
E. - Guarda che adesso puoi farlo!
B. - E' vero, non ci avevo pensato.
E. - ...

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postato da garnant | 20:26 | p.link |
weird weddings

La settimana scorsa un volo Ryanair Parigi Dublino è atterrato d'emergenza in Scozia, con chiusura cautelativa del cielo su Glasgow. Per quanto si sa, qualche buontempone che volava a 1 Euro e 99 più tasse dalle campagne di Bouvais a quelle di Dublino (facile che le lepri corrano insieme all'aereo in atterragio, mentre di solito i corvi osservano con disinteresse), aveva trovato divertente far avere al personale di cabina un biglietto, c'è una bomba a bordo. Magari voleva sfruttare il gigantesco hub scozzese della compagnia per cambiare volo, comunque non credo che fosse quel tizio di Glasgow con cui ho parlato una sera in un pub di Stansted, entrambi stranded there per una coincidenza infelice - e la cucina del pub era già chiusa.
L'attesa sa sempre di salt and vinegar crisps. L'attesa, come l'imbarco e il volo, esistono nei confini di sapone del tempo del viaggio, la bolla di tempo viaggia attraverso lo spazio, lo spazio diventa tempo, e si viaggia persino attraverso il tempo, quando si va abbastanza veloci o la metafora è particolarmente riuscita. E ai confini saponati del tempo del viaggio si tocca facilmente il surreale multicolore, come al mio battesimo dell'aria ormai più di quindici anni fa, un volo Ryanair Bologna Londra Luton, scalo tecnico a Pescara. Scalo tecnico a Pescara? Si, certo. Esisteva già la Ryanair? Si, certo, e per l'occasione si trattava di un charter a basso costo per una comitiva di ex aviatori diretti all'International Airshow di Farnborough, si, c'ero anche io. Il ricordo più vivido dell'Airshow di Farnborough è il fumo nero di certi aerei militari che sapevano stare fermi in aria come elicotteri, fumo nero e denso sulla campagna inglese, e il rumore, e il sole negli occhi, e il mio primo cheeseburger in piena epoca mucca pazza, ma allora queste di queste cose non ci si preoccupava. Certo devo dire che mi fa un po' impressione oggi l'aver sfiorato i sei fatidici mesi di residenza in Inghilterra in quegli anni, condizione che renderebbe il mio sangue totalmente sgradito all'AVIS, e non solo sgradito a intermittenza per allergia stagionale e scarso peso corporeo.
Poi c'è la questione del pacco. Il minacciato pacco bomba sul volo Ryanair della settimana scorsa, ma soprattutto la fatidica domanda di rito all'aeroporto di Stansted, qualcuno ti ha chiesto di portare qualcosa nel bagaglio? La prima volta non capii. L'hostess indicò spazientita la traduzione incollata sul bancone. Certo che avevo capito, ma che domanda era? Ovviamente, nessuno mi aveva chiesto di portare niente. Chi è quell'idiota che trasporterebbe roba per altri? Poi c'è stata la faccenda del pacco alla Malpensa, l'operatrice del nostro charter economico per ci chiedeva un favore, portare un bagaglio a mano pieno di documenti alla sua collega che avremmo incontrato a Cancun. Troppo pesate, rispondemmo. Possiamo imbarcarlo, disse lei. Ma cosa c'è dentro, chiesi, aprendo la zip e rovistando tra le carte. Non è mica droga, disse l'operatrice, con vocetta scandalizzata. Io azai gli occhi da un rotolo di stampe, le vide il mio sguardo e tacque. Per favore, per favore, disse, e va bene, accettammo, allettate dalla promessa di posti migliori nella pancia del charter, migliori di quelli degli altri trecento viaggiatori in economy per quattordici ore, e bella grazia che eravamo seduti, perché proprio in questi giorni l'Airbus sta sperimentando nuovi aerei con i posti in piedi - in piedi. Accettammo anche per la promessa di particolare cura nella spedizione delle nostre valige e zaini, attraverso la grande bocca dei fuori taglia. Ed ecco chi è, quell'idiota che porta roba per altri. Io, corrotta con poco, tra gli addetti della Malpensa che offrivano a caro prezzo cellophan colorato per avvolgere i bagagli, una sorta di pizzo mafioso, qui è molto pericoloso, ci pensiamo noi con il cellophan. Poi a Cancun il controllo passaporti interminabile, domande strane per il visa weaver a proposito di soggiorni in allevamenti di bestiame, per fortuna questa volta non avevo con me salumi emiliani, questa volta, poi solo un momento di timore davanti al semaforo messicano del controllo bagagli, e via nel parcheggio di Cancun, notte, trentacinque gradi, l'operatrice abbronzatissima e in sandaletti afferra il pacco con un sorriso a quarantadue denti, grazie, oh, grazie. Prego, comunque mi sembri un po' troppo contenta per essere una che va a prendere un rotolo di documenti stampati in piena notte all'aeroporto. E la settimana dopo, chi conosco, un tale che dalla Malpensa è appena arrivato con il charter economico, quattro ore di ritardo perché l'aereo ha fatto scalo tecnico a L'Havana per consegnare... un pacco. Succedono cose, in cielo.
E chi porterebbe mai carne attraverso i cancelli di Stansted in piena epidemia di afta epizootica del 2003, da Montichiari a Dublino, tra avvisi minacciosi all'interfono e schifosi tappetini impevuti di disinfettate, su cui crescono muffe verdastre, e su cui è obbligatorio camminare per pulire le scarpe dall'eventuale afta. Io, naturalmente, due salami nostrani per l'amico A. che allora lavorava a Dublino e soffriva di astinenza da cacciatorino. Ma con prudenza, naturalmente, salami sigillati nella plastica, divorati immediatamente all'arrivo, mani lavate con cura e scarpe strofinate sul tappetino muffoso, non si sa mai. Mi sento ancora un po' in colpa ma è stato per una buona causa, e comunque i salami ai raggi X si vedevano benissimo.
Comunque tutto normale ieri a Stansted. Un gran fatica per arrivarci, maledetto signal failure a Moorgate, e lo Stansted Express precedente era stato annullato. Poi c'era un gran puzza di fritto in cabina, troppo caldo, e il tizio accanto a me aveva l'alito fetido. Da un momento all'altro mi aspettavo che passasse il bigliettaio a timbrare il biglietto, quell'atmosfera Ryanair, sapete. Comunque niente pacchi e niente bombe, questa volta. Nemmeno salumi. Volevo portare una latta di Baked Beans per l'amico W. appassionato di Tommy degli Who, non si sa mai che voglia rotolarcisi durante una allucinazione - o i suoi ospiti durante una proiezione casalinga. Ma non c'è stato tempo.

In mia assenza il potos aziendale accanto alla mia scrivania è stato sostituito da un palmizio aziendale. Ora nel mio campo visivo ci sono la finestra sul centro commerciale, parcheggio e finte ciminiere decorative e tutto, e il palmizio che ondeggia nell'aria calda. Si vede proprio che sta arrivando l'estate.

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martedì, aprile 25, 2006

Sono tornata. E mi sento sbilenca come un cappello di Philip Treacy.

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lunedì, aprile 24, 2006

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mercoledì, aprile 19, 2006

All'età in cui atterrai a Londra per la prima volta, ascoltavo quasi esclusivamente musicisti morti o al più moribondi. Ero infatti convinta che la musica autentica, la musica che valeva la pena di ascoltare, richiedesse necessariamente il sacrificio della vita, e dunque la voce dolce di Nick Drake arrivava dall'aldilà, e alzare le braccia verso Nick Cave sul palco significava vivere per qualche istante in una zona grigia. Fu Lou Reed a destare in me i primi dubbi, quando a metà degli anni Novanta si presentò a Correggio con muscoli palestrati stretti in una t-shirt nera e illuminati da uno spot bianco. Ma pensai si trattasse di una suggestione optical. Quando poi Iggy Pop sbottonò i pantaloni di pelle fucsia a mostrare incredibili addominali, pensai si trattasse di allucinazione psicotropa, per di più ero appena stata punta da una grossa vespa e forse era quello lo shock anafilattico, Iggy Pop che si sbottona i pantaloni. Jeff Buckley mi aveva quasi convinto, mi sudava addosso cantado Halleluja (arrangiamento Cale) e io pensavo, tra le altre cose, molto meglio essere vivi. Ma poi morì qualche tempo dopo nei flutti del Mississippi, evento che mi precipitò di nuovo nella disillusione.
A Londra, insomma, non speravo di incontrare nessuno per strada, e il mio sguardo era perso e in preda a deliri musicali mortiferi. Certo, c'è quell'aneddoto in cui vago per le strade di Margate indossando una maglietta di Paul Roland sperando di essere avvistata da lui o almeno da sua zia, ma il Kent è una dimensione a parte, come sappiamo.
E' stato John Cale, presentandosi una caldissima sera estiva con un look "scusate il ritardo sono appena salito dalla spiaggia, la tavola la appoggio qui", e suonando Venus in Furs alla viola elettrica mentre scacciava gli insetti con l'archetto, a darmi in un istante fulmineo la certezza che è meglio essere vivi, e al diavolo il passato. Io per tutto ringraziamento gli ho starnutito sui piedi, ma non è colpa mia se il concerto si svolgeva in mezzo all'erba alta, lo sanno tutti che nell'erba alta è pieno di graminacee.
Il mio vecchio A-Z perde le pagine, credo che dopotutto sia un buon segno.

postato da garnant | 20:41 | p.link |

Finalmente la quaresima è terminata e le conversazioni davanti alla macchina del caffè aziendale non vertono più sul classico fioretto pasquale della rinuncia ai dolci. Già non bevo il caffé della macchina aziendale, perchè secondo me quando la vita diventa lavoro, pausa caffé liofilizzato, lavoro, merendina alla macchina rotante, lavoro, mensa aziendale, lavoro, e alla sera surgelato trendy e poi a letto allora meglio suicidarsi, è un metodo più rapido. Quindi non bevo il caffé aziendale, mi limito a stazionare accanto alla macchina per alcuni minuti al giorno, e con aria insofferente, per non violare del tutto l'aura di socialità foriera di produttivo lavoro di squadra. Per di più io non mangio dolci, in parte perché mi fanno schifo (tutti, a meno che siano amari), in parte perché sono una fanatica dell'addominale tonico. In ultima istanza, ma meno importante dal punto di vista della socialità aziendale, dopo un'infanzia atea (ero convinta si trattasse di favole, come cenerentola), dopo una preadolescenza e dopo un'adolescenza cattolica praticante, da adulta sono tornata atea (indirizzo storico-culturale).
Improvvisamente, un giorno d'estate nel 1993.
San Paolo cadde cavallo e vide una grande luce, io sono caduta da cavallo un sacco di volte ma non ho visto proprio niente, anche se una volta cadendo ho inghiottito un po' di sabbia del maneggio, poi un giorno viaggiavo sul mio motorino Ciao verso il canile nel quale facevo la volontaria, era un bellissimo pomeriggio molto azzurro, quasi sera, quasi blu, guidavo in campagna lungo un argine, velocità di crociera i 45 orari, c'erano le rondini e l'aria fresca, e improvvisamente, ecco, era tutto così bello, sono ritornata atea.
Comunque, di tutte queste mie chiare manifestazioni di asocialità, il non mangiare dolci è quello che più mi aliena i miei conoscenti. Non riescono ad accettare che i dolci mi facciano schifo, perché se non credi nel dolce allora le tue papille gustative non hanno un'etica, allora tutto è permesso, persino il fondente al 99%, e la vita diventa arida ed extradark senza un aldilà di paradisiache nuvole di zucchero filato.
Insomma, il problema non è il mio disinteresse per la rinuncia rituale in sé, ma il mio schifo per i dolci. Allora chiedo, ma la vostra non sarà una rinuncia finalizzata alla prova costume? No, mi rispondono, si rinuncia alle cose materiali che piacciono per capire che non sono importanti come sembrano. Soddisfatta della risposta, decido di provare anche io la rinuncia rituale costruttiva, pensa e ripensa, concludo che la cosa materiale frivola, tentatrice e superflua alla quale devo costruttivamente rinunciare, è il fondotinta.
Così avanzo la mia proposta, rinunciare al fondotinta. Le colleghe, impressionate dal mio coraggio, ammettono che cotanta rinuncia può essere sopportata solo durante la settimana santa, anzi no, solo nel venerdì santo. Galvanizzata dall'idea di variare almeno un elemento della mia opprimentissima routine lavorativa, mi presento in ufficio senza fondotinta fin dal giovedì. Già che ci sono non mi pettino neppure, e guido fino al lavoro ricordando volentieri quell'omelia su Gesù come sovversivo. Come ti senti, mi chiedono le colleghe, mentre sbirciano vogliose i dolci imprigionati nella macchina rotante. Bene, replico appoggiando una mano sulla guancia, è sorprendentemente morbida. Vedi, continuano, ti è servito a capire che il fondotinta non è tutto nella vita - posso offrirti qualcosa, un caffè, una merendina, tu che puoi? E infilano la chiavetta nella macchina del caffè aziendale, quello che secondo me fai prima a suicidarti. Lì accanto, la macchina delle merendine completa un improvviso mezzo giro, con regolarità ruota di mezzo giro per rinfrescare uniformemente i prodotti. Di sua iniziativa. Con uno scatto e un ronzio.

NB. Questo è un post sul vuoto morale e umano della nostra società dei consumi, sulla chimica del cervello e anche il metabolismo degli zuccheri, sul conformismo della fede contrapposto al desiderio di spiritualità e di ascesi, e sull'importanza del fondotinta nella vita di una ragazza. Ogni riferimento ad altre tematiche è puramente casuale.

postato da garnant | 20:12 | p.link |

Certo che Tremonti, quando si tratta di contare...

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martedì, aprile 18, 2006

Tic Tac Tic Tac.
Il piercollega riceva una telefonata, si alza, fa il giro dei colleghi destraioli e bisbiglia, milleduecentonovantasette.
Ma quando finisce questo strazio? La Cassazione dice domani. Domani. Tic Tac Tic Tac.
Nel frattempo Hayao Miyazaki sta progettanto un gigantesco orologio che abiterà sulla torre NTV a Shiodome, Tokyo.

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postato da garnant | 20:25 | p.link |

lunedì, aprile 17, 2006

La mia fronte scotta di hay fever e i riti pasquali mi turbano. In questi giorni ho passato e ripassato l'aspirapolvere, nel tentativo di dare sacro fascino alle pulizie domestiche, eliminare ogni briciola di pane lievitato secondo Pesach. Poi ho osservato un albero di Pasqua e mi sono detta l'anno prossimo lo faccio anche io, verde tradizionale ottenuto con gli spinaci, oppure ispirazioni pietroburghesi e faberge?
E ho nostalgia del Messico e delle calaveras "weird weddings" che non avevamo comprato, per timore di non essere comprese.

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postato da garnant | 20:12 | p.link |

Giovedì sarò a Londra. Qualcuno di voi amatissimi italiani all'estero sa dirmi se per la weekly Travel Card serve ancora la foto tessera?

postato da garnant | 20:10 | p.link |

Tra i boschi mesofili speravo di trovare qualche dente fossile di squalo, ma mi sono accontentata delle orchidee selvatiche. Sono le terre matildiche, il mio naso respira incuriosito le piante strane che popolerebbero anche la pianura, se non ci fossero l'asfalto e l'agricoltura intensiva. Certe foglie hanno un'aria decisamente aliena.

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postato da garnant | 20:03 | p.link |

Nota pasqualina.
Quando addenti le orecchie del Gold Bunny, ricordati che non sono cave.

postato da garnant | 19:01 | p.link |

Weird Weddings

B. - Senti, ma l'hai detto ai tuoi genitori che io sono di sinistra?
Fidanzato di B. - Certo che no.
B. - ...

postato da garnant | 15:24 | p.link |
weird weddings
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