Garnant

domenica, febbraio 26, 2006

Geek Break

- Tutta la Bibbia in Lego, per esempio Adamo che annaffia il giardino dell'eden.
- Electric Sheep, per i sogni del nostro computer senziente.

postato da garnant | 23:16 | p.link |

Un paio d'ore dalla parrucchiera ho ripreso i contatti con la carta stampata, interrotti nelle ultime settimane. Da Repubblica, Top Girl e Cose di Casa ho letto, rispettivamente, di Carolina Kostner paragonata ad un fenicottero ubriaco (sic), del'aereo della EvaAir abbellito da Hello Kitty, e ho appreso come ristrutturare il mio fienile.

postato da garnant | 23:03 | p.link |

Cerimonia di chiusura simpatica, mancavano solo il virtuoso del mandolino e gli sbandieratori di pizze. Anche utile, perché stando chiusa sempre in ufficio non avevo notato che fosse carnevale. Sto scherzando? Veramente non lo so neppure io. Certo qualcosa ho provato di fronte all'inukshuk di Vancouver 2010, poi per fortuna a salvarmi dalla commozione olimpica è arrivata Avril Lavigne con una artificiosa messa in piega, ho resistito ancora alcuni minuti per rispetto delle First Nations, poi sono scappata avvertendo le vibrazioni dell'arrivo di Bocelli, sapete, quando uno ci sente bene il sesto senso si acuisce per autodifesa.
Oh Canada. Il mese prossimo i mondiali di pattinaggio artistico a Calgary al favoloso Saddledome, già sede olimpica nell'88. Nel bel mezzo dello Stampede Park, dove si svolge l'ominimo annuale rodeo, il Saddledome è un gioiello campagnolo e pratico, la sella è utile, e la neve si scioglie più velocemente su un tetto a forma di sella. Almeno così mi disse il tour guide che mi portò a camminare sulle strutture sospese, e ad annusare l'aura dei giocatori di hockey negli spogliatoi vuoti. C'erano anche padre e figlio di Toronto, e tifosi assortiti dei Calgary Flames.
Se controllate l'ip di questo blog, scoprirete che si trova ad Edmonton.
La mia prima sera a NY camminavo lungo la 55th (and Broadway) insieme ad un tizio di Edmonton che doveva mostrarmi un appartamento, lui era il primo che incontravo a NY che parlasse con un accento familiare. Lì in mezzo alle luci off off off, stabilimmo che è Vancouver la più bella città del Nord America.

postato da garnant | 22:51 | p.link |

sabato, febbraio 25, 2006

Ho dovuto buttare qualche sms, il mio vecchio cellulare ne tiene in memoria solo sei e uno dice "dopo Plushenko il nulla", mi è stato inviato durante la notte di giovedì scorso. Oggi sulla NBC Alexei Mishin ha liquidato le storiche difficoltà femminili come solo lui sa fare: Russian women are not very good for figure skating, they are good for laying railroad tracks in Siberia. They're just too strong and too big for skating, e ha garantito che ci ci sarà un altro campione, dobbiamo solo aspettare.
Poiché soltanto gli stolti si fanno un vanto di contraddire Mishin, liquideremo questo articolo di Joy Goodwin con un you wish!, ma non prima di averlo letto con una certa attenzione.

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Nel frattempo, un metro e novanta per cento chili e sguardo russo di Alexei Yashin non sono bastati contro la Finlandia, perciò la Russia domani si gioca un bronzo, ancora sulle lame.

postato da garnant | 01:22 | p.link |

venerdì, febbraio 24, 2006

Ricorda Fitzgerald quando fu scartato dalla squadra di football alla vigilia di una partita importante, e allora scrisse di quella partita perché poteva sentirla con la stessa intensità, e suo padre fu davvero fiero, come se avesse giocato e forse di più, ma in fondo scrivere invece che giocare fu un modo per non affrontare la realtà.
Sipario sulle olimpiadi, e adesso è il turno di giornalisi e commentatori vari procurarsi un paio di pattini al Palavela e provare un triplo Lutz, poi rispondere ad una pattinatrice coperta di swarowski che incalza, ma sei caduto, perché sei caduto, è stato brutto cadere davanti a tutta quella gente? Se risponderanno ma, questo non è il mio lavoro il mio lavoro è fare domande intelligenti, allora la pattinatrice sarà autorizzata ad investirli con lo zamboni, e sul ghiaccio strane sagome sostituiranno i cerchi olimpici e la scritta Torino 2006.
Io sognavo di diventare ricca e aprire un favoloso centro di pattinaggio in Europa, gli atleti russi non avrebbero più avuto bisogno di emigrare nel Connecticut o nel Delaware, e io avrei avuto un ufficio vetrato con vista sul ghiaccio, accanto allo studio di Galina Zmievskaya. Questo immaginavo, e mi interessavo a film come Il grande freddo, Peggy Sue si è sposata, andai persino al cinema a vedere Gli amici di Peter, e tutti ci impegnavamo con una certa energia e consapevolezza per procurarci rimorsi e rimpianti sui quali piagnucolare dieci anni dopo. Lo sapete cosa intendo, Fry nel passato di The Luck of the Fryrish, quando trova il vinile di Breakfast Club e dice man, I can't wait till I'm old enough to feel ways about stuff.
Così Margherita F. immagina il 2030 nelle sue guide pratiche per adolescenti introversi, quando gli amici saranno stempiati, i Cure non si saranno ancora sciolti, e lei avrà realizzato il suo sogno di costruire un campo da golf al coperto.
E questi pensieri galleggianno nella mia testa mentra ascolto Another Sunny Day dei Belle and Sebastian in loop (Rittberger?) infinito, ghost figures of past, present, future haunting the heart, e spariranno non appena deciderò di spegnere l'ipod, e di andarmene finalmente a casa sulle mie gambette alla Peggy Fleming.
Lo vedo il fumetto sulla vostra testa, dice "gambette alla Peggy Fleming?". Sappiate che in questo momento voi siete Charlie Brown al telefono con Piperita Patty, e io sono Piperita Patty, in una vecchia striscia del Peanuts che non riesco più a trovare.

postato da garnant | 17:21 | p.link |

Incostante e atterrita la Cohen, stanca la Slutskaya in un lungo irriconoscibile, il sole è già alto da un pezzo sul Giappone.
Non vi parlo della Arakawa, per la quale non provo sentimenti di sorta. Vi parlo invece di Mao Asada, il futuro, troppo giovane per competere alle Olimpiadi, ha già dato il suo nome ad una variante della posizione Biellmann.
Non è spaventoso?
Per sollevarci il morale, e in vista dell'atmosfera festosa di domani sera, quando spero Plushenko si produrrà nel suo celeberrimo e autoironico show Sex Bomb, propongo un gustoso blog sulla falsariga di quello su Chuck Norris. I miei post preferiti:

Plushenko ha pattinato fino all'infinito, due volte

Plushenko trita il prezzemolo con i pattini

Una volta Plushenko ha fatto una statua di ghiaccio con un secchio d'acqua. Semplicemente fissandola.

Plushenko pattina sulle certezze degli avversari

postato da garnant | 00:22 | p.link |

giovedì, febbraio 23, 2006

Image Hosted by ImageShack.usQuando un autore di prim'ordine vuole dipingere un'incantevole eroina o una mattinata radiosa, scopre che tutti i superlativi sono stati consumati e falsati dai suoi inferiori. Sarebbe auspicabile una regola in base alla quale gli scrittori da poco dovessero cominciare con eroine un po' scialbe e mattinate comuni; poi, se valgono, potrebbero passare a qualcosa di meglio.

Francis Scott Fitzgerald - L'età del jazz e dintorni
Nuotare sott'acqua e trattenere il fiato - Minimum Fax

E' ll piacere della citazione, trovare qualcosa di sé in un altro, qualcuno grande e distante. Scopri che i tuoi desideri sono universali, che non sei solo, che non sei isolato da nessuno, dice Fitzgerald. Ma a volte è solo un trucco da quattro soldi, voler dimostrare di aver toccato un grande attraverso le sue parole, essere capaci di ritagliarlo per le proprie tasche.
Per questo leggo Fitzgerald, il suo moralismo mi tiene a distanza, non sono capace di abbandonarmi del tutto ai suoi ideali romantici, e citandolo posso condividere il suo sentire, ma sempre conservando il mio ruolo, in questo caso di narratrice di mattinate comuni.

postato da garnant | 13:37 | p.link |

Nei bei tempi andati, quando il mateco comunale sorrideva illuminato dal sole estivo, e non era necessario dopare il tetto di casa con strani dispositivi di ricezione puntati verso lo spazio extraorbitale, Clerici e Tommasi dicevano ecco, ora il pubblico di Wimbledon sta facendo il tifo per la partita.
Per anni ho sostenuto la Slutskaya dolorosa e potente contro la Kwan, la Cohen imperfetta e magnetica contro la Kwan, e ora mi trovo seduta in tribuna insieme proprio alla Kwan, a guardare. Tribuna virtuale, naturalmente, perché i miei incredibilmente importanti e inderogabilissimi impegni di lavoro non mi permettono di allontanarmi dal monitor. Non vorrei mai che il PIL subisse vibrazioni negative, dovessi assentarmi per un giorno.
Comunque, dopo aver ripetuto per anni la Slutskaya guarirà e tornerà sul ghiaccio e sarà grande così grande che tutti dimenticheranno i suoi discutibili abitucci di Tania Bass, e la Cohen pattinerà così liscia e brillante e che arriverà a fungere da Zamboni, improvvisamente le mie previsioni si sono avverate, in contemporanea, e con la Kwan infortunata.
Perciò ora faccio il tifo per la partita, secondo un fair play di sapore direi tennistico.
Ma anche no. Ho sempre sospettato che il pubblico del tennis facesse il tifo per la partita perché a Wimbledon il biglietto costa caro, quindi meglio farlo durare. Quanto al sapore tennistico, sul comodino c'è Erba rossa di Clerici. E qui ora si sgranocchia ghiaccio.
Go Ira!

postato da garnant | 13:36 | p.link |

mercoledì, febbraio 22, 2006

Frammenti dalla Berlinale, l'espressione di Jasmila Zbanic che riceve il Leone d'Oro per Grbavica. Un'immagine da Offside, una da En Soap, gli argenti.
E la locandina di Bye Bye Berlusconi, che da noi uscirà con il titolo di Buonanotte Topolino, sempre che esca, naturalmente.

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postato da garnant | 13:50 | p.link |

Sorridere in equilibrio su un filo esterno. La sicurezza inquietante di Emily Hughes, la motivazione estrema di Sasha Cohen, un virtuosismo di Sarah Meier, l'angelo senza paura di Irina Slutskaya, e l'eleganza dolce di Silvia Fontana.

Con questo post ringrazio i signori uomini, per la pazienza dimostrata durante questa parentesi olimpionica del blog.

postato da garnant | 13:50 | p.link |

martedì, febbraio 21, 2006

Go ира!

Lettore1 - Chi?
Lettore2 - Ira, è il diminutivo di Irina.
Lettore1 - Hey, ma tu sai il russo!
Lettore2 - Stavo con una che faceva la tesi in filologia slava, è una lunga storia.
Lettore1 - Comunque, Irina chi?
Lettore2 - Che ne so. Forse Irina Skassalkazzaja
Lettore1 - Ah, Irina, Irina, l'usignolo della Kamchatka!

Che dire di questo ordine di partenza? Tenete d'occhio Irina Slutskaya, Elena Sokolova, Sasha Cohen, e naturalmente le nostre Fontana e Kostner.

Go ира!

postato da garnant | 13:53 | p.link |

lunedì, febbraio 20, 2006

Figure Skating for Dummies

Le FAQ dello spettatore occasionale, indispensabili per affrontare le olimpiadi invernali con consapevole soddisfazione, e utili per rimorchiare le ragazze (quando lei cercherà di costringevi ad andare a teatro a vedere il lago dei cigni, come paperina col fiocco in testa e paperino che poi finisce addormentato in prima fila, voi potrete fare un figurone invitandola a casa vostra, perché non vieni da me a vedere il pattinaggio artistico?).

- Ho guardato una gara di pattinaggio artistico, sono gay?
Non necessariamente. Niente panico. Magari eravate attratti dalle pattiatrici nei loro costumi succinti. Forse anche un po' dai pattinatori in costumi succinti. Questo ultimo caso forse in effetti è da indagare.

- Se guardo una gara da pattinaggio artistico, la gente penserà che sono gay?
Può essere. Se questo vi infastidisce o temete che vi danneggi sul lavoro potete buttarla sull'hockey, l'hockey è molto macho e veloce e ci si picchia con un bastone. Per massima sicurezza dichiarate che vi interessano gli sport sul ghiaccio, in particolare l'hockey, ma ieri sera in tv l'hockey non c'era, e comunque i pattinatori di artistico sono grandi atleti, e le ragazze indossano costumi succinti.

- I pattinatori sono tutti gay?
No.

- Se i pattinatori non sono tutti gay, perché si vestono così? E perché si truccano?
I costumi del pattinaggio artistico rispondono a due esigenze primarie, la comodita e l'effetto scenico sui giudici e sul pubblico, tradizionalmente piuttosto distanti dal centro della pista. Per impressionare il giudice miope con gli occhiali di tartargua e l'ultimo spettatore in curva sud, e insieme stare relativamente comodi, i pattinatori sono stati costretti negli anni a vestirsi di lycra fucsia e gialla con svolazzi verdi fluo (gli anni ottanta hanno fornito anche parecchi pretesti), e a truccarsi come prostitute nella nebbia padana. Oggi la tecnologia permette di ingrandire le immagini registrate, ma i costumi sono rimasti gli stessi secondo un certo spirito conservatore e nostalgico.

- Se i pattinatori non sono tutti gay, perché decidono di dedicarsi ad uno sport così artistico? Non è roba da effemminati?
Imparare a pattinare comporta grande fatica, numerose vesciche ai piedi, e svariati lividi violacei, senza contare il rischio di traumi assortiti. Inoltre, molti mesi trascorrono nel sudore, prima di riuscire a prodursi in un movimento anche sono vagamente artistico. Queste difficoltà possono essere affrontate con grinta preadolescente unisex, oppure con determinazione sognante e spirito femminile di abnegazione, ma anche ed efficacemente con maschia virilità. O con un mix di queste, a seconda delle inclinazioni personali.

- Ma ai pattinatori non gira la testa quando fanno le trottole?
Si. A questo servono la grinta preadolescente unisex, la determinazione sognante, lo spirito femminile di abnegazione, e la maschia virilità.

- Cammello? Ha detto cammello?
Si, ha detto cammello. Figura molto spettacolare, il flying camel (cammello volante) viene spesso immortalato dai fotografi, per il suo evidente potenziale commerciale.

- I salti mi sembrano tutti uguali. Sono senza speranza?
Al contrario, sei dotato di un certo spirito di osservazione. I salti sono effettivamente tutti uguali, per quanto riguarda la fase di volo (ancora non esiste l'axel carpiato). I salti differiscono a seconda della partenza avanti o indientro, del piede che punta o che scivola, e del filo di partenza e di atterraggio.

- La commentatrice mi irrita con tutti quei nomi ignoti. Come faccio a distinguere i salti da solo?
Distinguere i salti nelle competizioni di altissimo livello non è facile, perché i movimenti sono molto veloci. Ciò no di meno, alcune semplici nozioni permettono di distinguere i salti principali, fornendo all'utente una competenza pratica di grande impatto (baby, quello era un doppio axel, oh, ma allora tu non ti interessi solo di calcio!, baby, naturalmente mi interesso di calcio, ma anche di basket, di fondo tecnica classica, di karate koreano e di hockey sul ghiaccio, e i pattinatori sono grandi atleti, sospiro)

- Cos'è questa storia del triplo Axel?
L'Axel, inventato da un certo Axel Paulsen, è un salto particolarmente difficile perché è l'unico con la partenza in avanti, tutti gli altri hanno partenza all'indietro. Come si capisce bene, affrontare la morte all'indietro è più facile che affrontarla guardandola in faccia perciò l'axel, con la sua partenza in avanti, comporta una maggiore difficoltà psicologica. Possiamo dire che mentre gli altri salti sono come la vita comune, si pattina ignari verso la morte, l'Axel è la vita eroica, la presa di coscienza di sé e del proprio destino mortale. In questa ottica dunque l'axel rappresenta il trionfo dell'uomo sulla morte. Coerentemente, a causa della partenza in avanti, l'axel comporta non una rotazione ma una rotazione e mezzo (la coscienza di sé e del proprio destino è sempre più faticosa e complessa della semplice passività esistenziale), di coseguenza il triplo Axel comporta tre rotazioni e mezzo. Per questo il triplo Axel è il triplo più difficile, e pochi pattinatori a livello internazionale sono in grado di eseguirlo correttamente in gara.

- Perchè fanno tante storie con il triplo axel se poi sanno fare il quadrplo Toe-loop?
Il toe-loop è il salto più semplice, perché la partenza è all'indietro (ricordate la faccenda della morte), si punta con il piede sinistro e si gira a sinistra, eseguendo una rotazione completa (due per il doppio, tre per il triplo). Puntando con il piede sinistro e girando a sinistra metà rotazione è già fatta, quindi completare il giro è piuttosto agevole, per questo il toe-loop è "facile", e si presta agli esperimenti suicidi dell'esecuzione quadrupla.

- Salchow? Ha detto salchow o salto?
Ha detto Salchow, dall'inventore tale Ulrich Salchow. Trattasi di un salto con partenza all'indietro scivolata. Potete riconoscerlo osservando i lunghi movimenti di preparazione, in avanti, mezzo giro sul piede sinistro, piede destro che scivola davanti al sinistro, stacco. Chi desidera fare colpo su una ragazza che ha praticato il pattinaggio artistico a rotelle in gioventù e blandirne la vanità sportiva, potrà menzionare causalmente che la Stella, salto con cui lei si sarà certamente cimentata durante il secondo corso, è dopotutto una variante del Salchow.

- Sforzandomi molto, ho notato che c'è un salto che parte e atterra su una sola gamba, ma lo chiamano sempre in un modo diverso. Che devo fare?
Il Rittberger, inventato da Werner Rittberger, è un salto scivolato con partenza all'indietro sul piede destro, e arrivo all'indietro sempre sul piede destro. Per uniformare i nomi dei salti codificati e anche per confondere la gente, il Rittberger è stato recentemente rinominato "Loop", ma non tutti sono disposti ad arrendersi al cambiamento. E poi Loop si confonde con Toe-loop, è fastidioso.

- Flip? Luz? Spriz? Kibbuz?
Lasciante perdere. Già sapete disquisire dell'Axel e del Toe-loop, e distinguere il Salchow e il Rittberger. A questo punto con la ragazza non dovrebbero essere necessarie ulteriori chiacchiere. Se lei vi dovesse interrompere per chiedervi "hey, ma quello era un flip o un luz?" prendetelo come modo carino e creativo per dire "ho mal di testa".

- Perchè ci sono sempre le coppie in tv?
Le specialità di coppia si distinguono in artistico e danza. Le coppie di artistico fanno quello che fanno i pattinatori e le pattinatrici di artistico (salti, trottole, robe così, un po' acrobatiche), le coppie di danza, danzano (rumba! tango! cha cha cha!). Nell'artistico si pattinano due programmi su due giorni, nella danza tre programmi su tre giorni. Di conseguenza le coppie stanno sempre a pattinà, con conseguente occupazione massiccia degli spazi televisivi.

- E' obbligatorio per le coppie essere sposate o almeno fidanzate ufficialmente?
No. La federazione non discrimina gli atleti e le atlete a seconda del loro stato civile, dell'intenzione a contrarre matrimonio civile o religioso, nè tantomeno delle inclinazioni sessuali. In questo la società civile dovrebbe prendere esempio dall'ISU (International Skating Union).

- Ho sentito dire che un pattinatore sposato con una pattinatrice del singolo pattina in coppia con un'altra pattinatrice. D'accordo, è permesso dalla federazione, ma non è comunque sconveniente?
Appassionati e spettatori occasionali sono invitati a prendere esempio dai principi della federazione, e a mostrare rispetto per i diritti civili e sportivi dei pattinatori. La pattinatrice maritata potrà dunque pattinare in singolo senza essere considerata una svergognata, e dell'uomo ammogliato o della donna maritata che pattinano il doppio con partner diversi dal coniuge si ammirerà l'apertura mentale e lo spirito sportivo. Quanto al pattinatore ammogliato che pattini il singolo, lui è ovviamente approvato in automatico secondo gli stereotipi sociali standard.

postato da garnant | 13:37 | p.link |

domenica, febbraio 19, 2006

Mi sono procurata il libro di Margherita F., Guide pratiche per adolescenti introversi, alla buon'ora. Per mesi ho opposto resistenza, lo ammetto, non riuscivo ad immedesimarmi nel titolo, pur avendo già letto e apprezzato i tanti post di Margherita sulla vita dell'adolescente nirvanica. Il fatto è che io non sono mai stata una adolescente introversa. Per di più, ai tempi di Cobain mi consideravo musicalmente già iniziata ai Velvet Underground, e controculturalmente troppo scafata per esaltarmi con l'abbigliamento e le pose grunge. Per qualche ragione che a tutt'oggi ignoro, la mia inclinazione adolescenziale per i musicisti morti (nello specifico Ian Curtis),  per quelli dediti all'alcool (Tom Waits) e/o alla droghe pesanti (Cave), veniva guardata dai miei coetanei con un certo interesse, quando non esplicitamente incoraggiata. Gli amici metallari si attardavano con me alla fermata del bus, stringendosi nel chiodo nero con la fodera rossa, per parlare dell'ultima mostra mercato del disco usato e da collezione. Il compagno di classe aspirante fumettista disegnava sul mio diario i sogni fumati della sua compagnia di rockettari di provincia con tendenze rockabilly da frazione di campagna, e le avventure nell'immaginaria nell'isola di Capo Cozza, dove saremmo stati tutti felici. E l'amico A. mostrava una certa perplessità, eppure insisteva nel frequentarmi con disinvoltura sportiva, e qualche tempo dopo comparve un best di Nick Cave tra la sua musica da viaggio. Senza contare che l'amica F. un giorno passò da Jovanotti a Jim Morrison senza soluzione di continuità, e prese a leggere avidamente William Blake. Scambi di musica strana, un interesse collettivo per Heathers, Cry Baby e il primo Tim Burton, letture autogestite nella settima fila (l'aula era stretta e lunga) e grandi borse da allenamento buttate negli angoli, per qualche ragione erano gli altri, quelli cosidetti normali, che si ritrovavano a dover essere introversi.

Dunque temevo di non trovare nulla di me in queste guide pratiche per adolescenti, anche per via della mia ampiamente sopraggiunta età adulta.
E invece esco di casa, e scopro che siamo a febbraio inoltrato e l'amica F. non ha ancora smontato l'albero di Natale. Al mio invito a provvedere per il decoro del succedersi delle stagioni, mi risponde che farei bene a liberarmi dalla schiavitù di queste convenzioni borghesi.

Torno a casa, ed ecco i suggerimenti di Margherita F. per la realizzazione di un presepe alternativo.

6. Inserisci le capanne sui due lati opposti del presepio. Questo espediente sarà utile per sconcertare l'osservatore, che non comprenderà in quale dei due luoghi potrà reperire Gesù Cristo e in quale Brian di Nazareth.
7. A questo punto è cosa buona e giusta disporre qualche collina (con impacchi di giornali precedentemente realizzati), un fiumiciattolo di alluminio, un sentiero in ghiaietta e infine (per i più audaci) una spiaggia.
Le colline dovranno essere di misure diverse, possibilmente con qualche margherita qua e là.
Il fiumiciattolo di alluminio dovrà essere tortuoso e ricco di pesce (che andremo a disporre in un secondo momento)
La spiaggia dovrà essere posta il più distante possibile dalle capanne di Gesù ed i Brian.
Essa sarà adornata con ombrellini d agelato, qualche bagnante ingaro della lieta novella e una seppia morta sulla riva.

Margherita F. - Guide pratiche per adolescenti introversi

postato da garnant | 23:39 | p.link |

sabato, febbraio 18, 2006

Oggi il tempo è cambiato una dozzina di volte, mattinata uggiosa con nuvole nebbia e alberi gocciolanti, poi cielo giallastro e cappa di calore fumoso, luce obliqua tra le nuvole e finalmente cielo azzurro, pomeriggio tiepido colorato e allegro, poi vento tra i rami neri spogli e nuvole scure sul cielo violaceo con tramonto (una luce accesa davanti alla casa dei vicini che quasi faceva Magritte).
Ma voi non avete il mal d'Irlanda? No? Fareste bene a procurarvene uno al più presto, allora.
Se invece conoscete la nostalgia inguaribile del perché son qua e non son là, potrete piacevolmente peggiorare la vostra situazione con questa fichissima mappa della Dart dublinese (grazie L.), fate click sui trenini per avvertire acuta e struggente la distanza.

postato da garnant | 19:01 | p.link |

E' sabato, il sole splende, una racchetta con il grip nuovo se ne sta in piedi sotto l'attaccapanni di casa. Il giornale dice che John McEnroe è approdato alle semifinali nel doppio di un torneo ATP, e dalla tv accesa nell'altra stanza si sente urlare "yon can't be serious, it's on the line!". E' o non è un sabato pomeriggio del 1986? Rassicurante.

postato da garnant | 18:46 | p.link |

L'amica M., che coltiva molti interessi ma non quelli musicali,  ha visto Walk the Line e verso metà film non sa perché ha iniziato ad avvertire il vago sospetto che si trattasse di una storia vera. Allora ha chiesto all'amica V., e ha ricevuto per tutta risposta uno sguardo storto nel buio della sala.
Il cinema è sempre finzione, lo sappiamo, e quando è buon cinema allora c'è verità proprio nella finzione.
Un frammento dalla Berlinale.

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The Road to Guantanamo

postato da garnant | 18:25 | p.link |

venerdì, febbraio 17, 2006

ЗОЛОТО!

Invece del solito melodramma giornalistico con informazioni tecniche riclate, vi propongo questa limpida analisi di John Zimmerman, pattinatore americano della coppia di artistico, analisi che condivido in pieno.
Sulle musiche del Padrino Plushenko ha presentato lo stesso programma degli europei di Lione, brillante, potentissimo, così perfetto che una traccia di errore, un flip doppio e non triplo, quasi è sembrata una componente artistica, ad interpretare l'umanità dell'atleta.
Un Plushenko determinato e superiore, non dico freddo, ma talmente concentrato su di sé da determinare una distanza, nei confronti degli avversari ma anche del pubblico. Come fosse una sorta di vendetta, contro chi a Salt Lake aveva amato Yagudin per le sue ostentazioni costruite, più di quanto aveva amato lui per la sua unicità difficile. E così Plushenko si è negato, ha tenuto tutto per sé, quello che mancava, quel reckless abandon di cui parla Zimmerman. Si è negato persino sul podio, piantato a gambe larghe sul gradino più alto, mento in aria, sguardo perfettamente limpido, sorriso superiore. Mentre Lambiel a fianco piangeva come un vitello, così felice del suo argento, quando solo una manciata di minuti prima si rimproverava per non essere riuscito a dare il meglio. Piangeva sull'inno sbagliato, Lambiel, ma come non capirlo, anche io mi commuovo sull'inno sbagliato, e Lambiel ha sempre avuto un'aria così modesta in altre occasioni, quell'aria ho fatto del mio meglio son contento, mentre questa volta alla fine del programma ce l'aveva proprio con se stesso, voleva di più, ed ecco che volendo di più in qualche modo aveva già fatto di più, ed ecco l'argento. Un argento davvero meritato, anche se avrei preferito continuare a credere semplicemente eccentrico il suo costume, corpo zebrato, maniche arancioni e blu, pantaloni neri con fiocchi di neve, mentre vengo a sapere dal buon commentatore italiano che c'è un senso in quei colori assurdi, le maniche blu rappresentano il cielo, il resto non ho capito perché ero distratta, o meglio basita, e quindi rimane un mistero cosa c'entrino le zebre con i fiocchi di neve. Nonostante ciò, fly high lovely zebra, come diceva lo striscione dei suoi fan giusto dietro al podio.
Quanto agli altri, la pressione olimpica ha distrutto Sandhu e Weir, esaltato Lysacek, mentre Joubert si è limitato ad esprimere mediocrità muscolare, risparmiandoci almeno le solite mimerie inutili.
Tutta questa preoccupazione perché non riuscivo a connettermi emotivamente con la tosca e il padrino di Plushenko, ed ecco che in una mattina di sole da casual Friday vengo inghiottita all'improvviso in tangenziale dalla nebbia fitta e bianca tipo nulla della storia infinita, proprio mentre Plushenko è coinvolto in un incidente stradale mentre va all'aeroporto di Milano. Nessun ferito, e adesso finalmente me la sento addosso la vittoria stellare di ieri, e l'oro olimpico in viaggio per San Pietroburgo.
Cari lettori, comprendo che molti di voi non sono interessati agli sport invernali e non hanno idea di chi sia o casa significhi Женя. Ma in questi giorni gli argomenti sono il pattinaggio artistico oppure la maglia della salute di Calderoli, quindi vedete un po' voi.

postato da garnant | 17:49 | p.link |

giovedì, febbraio 16, 2006

Go Женя!

Se il pattinaggio avesse il pallone sarebbe sempre in televisione, diceva qualche giorno fa al Palavela uno striscione appeso dal pubblico. A giudicare dalla guida tv questa sera c'è il calcio su raidue, risulta anche a voi?
In attesa della finale olimpica maschile (perfettamente visibile a-gratis su EurosportDe) vi propongo questo Super Evgeny, collect all the Gold Medals and beat Yagudin, un po' datato ma sempre gustoso, dopotutto Yagudin è a Torino come allenatore di Joubert.

postato da garnant | 17:36 | p.link |

Weird Overtime Work

Già galvanizzato da non so quale sondaggio, il piercollega si bea della sentenza che prescrive la presenza del crocefisso in una scuola di Abano Terme, come simbolo dei valori cristiani e italiani. Allora la collega propone di applicare una croce alla parete divisoria a norma, con un post-it che dice "torno subito". E finiamo a disegnarci gesù-geggiù-gepiù sulle agende aziendali.
Il piercollega sembra per un istante afferrare che l'insistenza pretestuosa ad inchiodare il crocifisso alle pareti statali finisce poi per banalizzare la sacralità, come i tanti padrii pii televisivi finivano per conquistarsi più che altro un posto in un posto al sole. Ma è solo un istante, fuggevole. La luce della comprensione subito svanisce dagli occhi del piecollega, che torna a canticchiare l'inno, e siamo tantiiiisssiiiimiiii.

Alzo il volume, attraverso gli auricolari The Gift mi comunica una curiosa sensazione di equilibrio.

postato da garnant | 17:36 | p.link |

mercoledì, febbraio 15, 2006

Verso la seconda ora di straordinario il collega esce in terrazzo per fumare, osservando l'orizzonte nebbioso dove già si illumina il centro commerciale, la collega si defila, ma 'ndo vai collega du?, scappo prima che qualcuno inizi a secernere muco. Qualcuno mi invia l'indirizzo di questo blog su Chuck Norris, il mio post preferito è "tra i gadget del coltellino svizzero di Chuck Norris c'è Mac Gyver". E io avverto l'orrendo istinto primordiale, gettarmi nello shopping consolatorio non appena uscirò dall'ufficio.

postato da garnant | 18:46 | p.link |

Non potendo in questo periodo rispettare l'importante norma igienica del trascorrere più ore a letto che in ufficio, e non potendola rispettare per uno scarto notevole di ore, sto sviluppando i miei soliti sintomi della claustrofobia da open space a norma. Ho l'impressione che la radio trasmetta molto più blues del solito, e la luna mi sembra più grande, ululo. Per guadagnare tempo cammino più velocemente da e per la mensa, e temo che la collega che non esce per pranzo finisca per invecchare a causa del paradosso dei gemelli. Il senso del tempo è un problema in questi giorni. Qualcuno mi porta un dolce di carnevale e il mio cervello afferra improvvisamente che è febbraio, che da qualche parte camminano le maschere. Bourbon Street oggi è deserta, ma le parate ci saranno, forse sono già iniziate. E leggevo ieri di Guantanamo, del fatto che tanta gente è ancora a Guantanamo, tempo è passato, tempo. Tempo relativo? Questa mattina mi sono incantata a guardare i netturbini al lavoro a Times Square, sembra che tutta la neve dei giorni scorsi si sia già sciolta.

postato da garnant | 15:59 | p.link |

Da sempre quando pattina il mio atleta è tutto difficile, salire contro la forza di gravità, atterrare molti chili sulla pista, bloccare una rotazione e poi persino aprire le spalle. Identificazione. Quando pattina l'avversario invece è tutto facile, leggero, luccicante. L'avversario è distante. Browning volava sul ghiaccio e Petrenko spingeva sui muscoli, Fadeev soffriva a morte sul monte calvo mentre non ricordo neppure chi sorrideva beato ai giudici.
Ma questa sera intorno alle diciannove, quando Evgeny Plushenko è sceso sul ghiaccio, io stavo al supermercato e tentavo oziosamente di scegliere uno shampoo. Per un breve istante ho persino considerato l'acquisto di una lattina di nivea edizione limitata san valentino, con un cuore di crema bianca sulla latta blu. E quando alla fine l'ho visto, Plushenko, pattinare il suo superbo programma corto da record personale è stato tutto così semplice, fluido, senza la minima sofferenza. Al contrario Joubert mi è risultato faticoso nelle sue stupide lentissime mimerie, e credo di aver sentito un paio di scricchiolii nelle ginocchia.
Così ora sono indecisa. Godermi questa suprema trasfigurazione di un Plushenko d'oro, che però mi costringe all'identificazione fisica nel suo tecnicamente più umano avversario, oppure aspettare al varco un Plushenko imperfetto giovedì, in modo da avvertirne la gloriosa fatica fin sul gradino più alto del podio?

Ah, il fascino dello zamboni!

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postato da garnant | 00:15 | p.link |

martedì, febbraio 14, 2006

Ho aspettato seduta in un cinema con pazienza, che questo Libertine mi dicesse qualcosa. Perché non sentivo nulla e mi serviva che qualcuno sentisse per me sullo schermo. Ma neppure quando sullo schermo il secondo conte di Rochester ha confessato che non sentiva nulla e gli serviva che qualcuno sentisse per lui sul palco del teatro, ho sentito qualcosa. Una ricorsione illuminata tutta di candele, osservata con gli occhi di una telecamera a spalla, con Depp che racconta l'autodistruzione e la salvezza che si dovrebbe sentire qualcosa già dal parcheggio del cinema. E spero di riuscire a trovare in fretta l'anello rotto della catena, la sceneggiatura, la regia, i dialoghi, non so, prima di essere costretta a concludere di essere io, l'anello rotto della catena.

Orgoglio e pregiudizio l'ho trovato gradevole, ho ammirato lo spirito dela signorina Elizabeth, mi sono spazientita per la tetraggine del signor Darcy, ho apprezzato la pazienza del signor Bennet, sospirato per le pene d'amore della timida signorina Jane, come deve essere. Indeed.
Ho trovato alquanto sconveniente il comportamento delle spettatrici sedute dietro di me, che rosicchiavano patatine croccanti da sacchetti rumorosi. Spero che quelle patatine si depositino sui loro fianchi e sulle loro cosce per non andarsene mai più. Certo, saranno amate, gli affari prospereranno e le loro rendite saranno significative, le loro figlie non rimarranno zitelle. Ma quel grasso sarà là, sui loro fianchi e sulle loro cosce, e a nulla varrano le diete trovate su Grazia, e la loro vanità femminile sarà minata a ogni giorno, e il senso di colpa strozzerà le lasagne al ragù nelle loro gole.

E così, mentre io me ne stavo ore seduta in ufficio a tentare di risolvere un problema tecnico così evidentemente irrilevante per la vita sul pianeta che il vortice di prospettiva infinita di Douglas Adams non avrebbe potuto mostrarlo più piccolo di quanto appariva già, o seduta al cinema a cercare ispirazione nel Wilmont di Depp, conforto culturale nella signorina Bennet, le ragazze olimpiche cadevano a mazzi durante le prove della discesa libera, battevano la testa sulla pista dello slittino e si procuravano traumi alla schiena atterrando un salto sull'half pipe. Ma soprattutto Zhang Dan cadeva orribilmente sul quadruplo Salchow lanciato, si rialzava da sola, e meno di tre minuti dopo eseguiva con il partner una combinazione di doppio Axel triplo Toeloop, e pattinava una routine non perfetta ma comunque notevole, fino all'argento.
Quello che è accaduto dopo, Gwendal Peizerat ha intervistato una Tatiana Totmianina splendida, acida e insieme commossa, Zhang Dan si è presentata sul podio con il ghiaccio istantaneo fasciato intorno alla gamba, e le medaglie olimpiche a forma di rondella gigante luccicavano, mentre risuonava l'inno russo.

E lo spirito di questi giorni era tutto nei gesti di Armin Zoeggeler nello spogliatoio, mentre si preparava per la discesa con lo slittino.

postato da garnant | 13:33 | p.link |

domenica, febbraio 12, 2006

[segue dal post precedente]
Miglior accessorio invernale dunque le manopole degli svedesi, azzurre con croce bianca, riciclabili anche come guanti da forno. Dicevo dell'abito delle portacartello, di Moschino e ispirato allo stile montano, sbagliato, ispirato proprio alla montagna, nel senso che la gonna era una montagna, con tanto di applicazioni di piccoli sciatori colorati, e per l'Italia con casette illuminate e persino un campanile.
Per l'Italia la portabandiera è di Carolina Kostner, come preannunciato tra varie polemiche. Certo Carolina è giovane, graziosa e sorridente, ma di questo non le si può fare una colpa. I suoi risultati sono insufficienti a meritare l'onore della bandiera? Forse, ma relativamente parlando, risultati simili nel pattinaggio artistico femminile voi quando li avavate visti l'ultima volta? E quanto all'allenatore tedesco e agli allenamenti in Germania, non è certo colpa di Carolina se nel 1999 una frana è caduta sul tetto del palaghiaccio di Ortisei e ora al posto dell'intero palaghiaccio c'è un grande buco franoso. Peraltro, anche a me piaceva quel palaghiaccio, e pattinare nell'adiacente pista invernale mette una certa amarezza a tutti, credo.
Comunque ho salutato con piacere i tanti atleti italiani che sfilavano davanti al pubblico, imbaccuccati in grandi giacconi vistosi che mi ricordavano qualcosa ma non sapevo cosa. Allora la regia mi è venuta in aiuto, inquadrando un ragazzino del pubblico che agitava una borsa termica per surgelati, senza motivo, visto che la temperatura dell'aria era -3 almeno secondo la telecronaca dell'evento. Dunque ho salutato con piacere i tanti atleti italiani che sfilavano avvolti in grandi borse termiche per surgelati, in bocca al lupo a tutti.
Poi Albertazzi ha letto Dante, gli sbandieratori hanno sbandierato, i ballerini hanno danzato una storia italiana godibilmente kitsch, e infine l'uomo futurista ha balla-to tra le avanguardie fino a trasformarsi nel futuro. Ok, a questo punto temevo la solita trita e ritrita metaforma biomeccanica, un uomo del futuro di carne e di metallo, con un'anima illuminata dalla scintilla della passione. Invece l'uomo del futuro era di un bianco indeciso, uniche sue certezze la circolazione venosa e quella arteriosa. La crisi di identità fisica dell'uomo del futuro si è poi espressa in una danza che si affollava di punte classiche e via via trasformava in esibizione di arte marziale lontana, ed ecco la crisi di identità culturale. L'uomo del futuro, insomma, c'ha grossa crisi. Probabilmente si è alzato alle sette meno un quarto, e la bambina ha vomitato nelle scarpe. Come confortarlo, povero uomo del futuro? Dove potrà egli trovare la autentica identità?
Ma in una bella macchina costosa, naturalmente! Incubo di un futuro biomeccanico pussa via! Paranoia spirituale, io ti sostituisco! Ed ecco che entra in scena rumorosamente una Ferrari, sgommando violentemente e ricoprendo gli atleti con fumi di scarico e frammenti bruciati di copertone.
Certo, bisogna capirli. Dovendo far sgommare una macchina non potevano usare una Punto Weekened.
Dopodiché, grazie al cielo, la videocassetta è finita all'improvviso, risparmiandomi l'esibizione di Pavarotti.
Comunque la cerimonia nel complesso devo dire mi è piaciuta, aveva qualcosa di innocente e di sentito, è stato un bel gioco, divertito, in parte volutamente kitsch, e in fondo non pretenzioso. Buone olimpiadi, gente.

postato da garnant | 12:10 | p.link |

sabato, febbraio 11, 2006

Pazzescamente fluide le cinque tappe per complicarsi il venerdì sera, inedita uscita dall'ufficio in perfetto orario, dieci minuti netti per cambiare vestiti e trucco, tratto appenninico dell'A1 tra i camion in corsa disperata contro il tempo e intanto alla radio la cerimonia di apertura delle Olimpiadi, qualcosa sulle scintille di passione e le luci degli stop e dei tunnel, uscita dall'autostrada e ricerca del Teatro Aurora di Scandicci con dodici cambi di direzione in meno di cinque chilometri secondo Viamichelin, e infine trasformazione dei voucher in biglietti strappabili.
Una splendida platea di conoscitori attempati, giovinastri alternativi, coppiette molto avanti e anche un tizio in kimono, pochi i sedili rimasti vuoti. Cale rilassato e spettinato, inediti capelli grigi un po' lunghi, casuali pantaloni neri e camicia. Hi Florence, nice to see you.
Io sarò anche una feticista dei tour, è vero, i bordi metallici dei bauli, gli svolazzi corsivi della scritta Marshall, i pass al collo dei roadie, e ovviamente la polvere sul coach Y-Not parcheggiato nella strada laterale. Ma voi sapete di un concerto che inizia con Venus in Furs? Certo, di questo vi ho già raccontato. Ma non sapete cosa sia Gun in versione elettrica e completamente savage, seguita da Set Me Free chitarra acustica e archi. Cale che alza gli occhi su un silent double bass, Perfect dopo Buffalo Ballet negli encore, e Magritte pinned to the edges of vision.

In autogrill mi hanno dato il caffé gratis lo stesso.

Una volta chiarito perché si scollina sbadigliando in una sera di febbraio, per tornare elettrici stringendo un foglio calpestato che dice venus walkin woman lights femme hush outta the bag guts look horizon magritte gun set me free ship cable things jumbo sold perfect leaving it gravel buffalo heartbreak, e l'ordine non era esattemente quello, ci si può anche sedere per la cerimonia di apertura delle Olimpiadi Invernali di Torino 2006, registrata.

In uno scenario cupamente sanguigno, Yuri Chechi in maschera da saldatore martella una incudine cornuta e accende il fuoco della passione olimpica, che si appicca immediatamente alle teste di alcuni pattinatori sui rollerblade, i quali giustamente fuggono a gran velocità ma purtroppo fuggendo sciolgono il ghiaccio e la neve in un grande lago, e la coreografia si adatta improvvisando un esercizio di nuoto sincronizzato.
Tra più tranquillizzanti luci azzurre e forme bianche arrotondate (una neve di concezione prescolare), suoni di campanacci e di corni montani, segue una delirante coereografia dedicata alle città delle Alpi, con ballerini in abiti pezzati, comparse che trascinano su ruote alcune sculture dell'ultima cow parade, e figuranti che ridono di gusto indossando quelli che spero fossero gli abiti tradizionali delle valli alpine, e non l'ultima creazione di che so, Ungaro.
Poi una coregrafia umana, iniziata un po' come il saggio di pattinaggio del primo corso, e terminata in una favolosa e riuscitissima interpretazione del salto con gli sci, alla qualche non mancava davvero niente, e dico sul serio.
Entrano gli atleti di casa, tutti eterei in bianco Armani, e Carla Bruni consegna la bandiera ripiegata ad un carabiniere impettito. Non esattamente la celebrazione del sudore sportivo, ma insomma, si ammette una certa suggestione.
Segue l'inno cantato da una bambina di nove anni in berrettino coi pon pon e moon boot pelosi.
Ma improvvisamente, in un allarmante scenario postindustriale, acrobati con movenze da ragno si contorcono intorno a grandi cerchi olimpici metallici, spero non a rappresentare gli aracnidi che prendono il possesso dell'officina olimpica quando la ditta fallisce schiacciata dalla concorrenza capitalistica di stampo liberista.
Ed ecco i classici anni ottanta musicali, indispensabili per ogni grande coreografia pattinesca che si rispetti, sfilano gli atleti preceduti da comparse vestite da puffo (le puffolimpiadi), e accompagnati da ragazze portacartello in abiti creati da Moschino ispirandosi allo stile montano.
E questa è davvero la meraviglia olimpica, le due coree che sfilano insieme, gli atleti africani con grandi sorrisi, i tedeschi con tante bandierine italiane in mano. Per ora sono arrivata alla Mongolia, bellissimi copricapi colbaccosi, in concorrenza per il miglior accessorio invernale con i paraorecchie rossi con la croce bianca dei danesi, la classica e simpatica berrettina a righe dei finlandesi, e l'elegantissima sciarpa su cappotto dei britannici.
[segue]

postato da garnant | 14:41 | p.link |

venerdì, febbraio 10, 2006

Cale Alert
Questa sera alle 21:15 al Teatro Aurora di Scandicci (FI) concerto di John Cale (&band).
La data di Bologna in programma per domani, invece, è stata cancellata dopo alterne vicende.

Winter Olympics
Questa sera alle 20:00 cerimonia di apertura delle Olimpiadi Invernali di Torino 2006, che spero non consista in Baglioni vestito da sciatore che canta in playback il suo inno.

Plin Plon
Si avvisa che al banco macelleria è terminato il filetto (mh, volevo il filetto)*.

* e questa vediamo chi la riconosce.

postato da garnant | 10:29 | p.link |

giovedì, febbraio 09, 2006

Reverse language engineering

Tutta quella faccenda del pensare in un'altra lingua, la conoscete.

window dressing

Si può vestire una vetrina, certo, i manichini, lo spazio, perché sia più attraente, è come mettere in vetrina le idee, perchè abbiano un aspetto migliore, almeno in superficie. Si può vestire l'insalata, perché sia più buona, sempre in superficie.
Ma condire una vetrina? Ora me la immagino, la vetrina tutta cosparsa di maionese.

postato da garnant | 16:06 | p.link |

mercoledì, febbraio 08, 2006

LaCollega - Perché questo non funziona?
Garnant - Vediamo. Ci dev'essere un errore nel database.
LaCollega - Maledetto database.
Garnant - Devi averne rispetto invece, ci ha lavorato tanta povera gente, decine e decine di persone, capisci, davanti ai loro piccolo monitor.
LaCollega - Ma io usando il programma il database non lo vedo, e le persone non le vedo.
Garnant - Allora è un problema ontologico. Se cade un albero nel bosco lontano secondo te non fa rumore.
LaCollega - Esatto. Quando io sono qui, la mia casa non esiste. Tranne le scarpe. Le scarpe esistono comunque.
Garnant - ...

postato da garnant | 18:00 | p.link |

La collega ha scritto la sua prima composition, per il corso aziendale di inglese elementary. Ed è fiera di aver usato una parola che non conosceva prima, bud.

Ah, Shakespeare, esclamo.

Roses have thorns, and silver fountains mud
Clouds and eclipses stain both moon and sun
And loathsome canker lives in sweetest bud

Recito, tentando di evitare che la voce scivoli sulle note del vecchio brano di Sting, sapete quale. Lo faccio per lei, così non dimenticherà la nuova parola che ha imparato.

Certo abbiamo guadagnato la postura eretta, pare sia merito soprattutto dei muscoli dei glutei, e certi pensieri complessi nei lobi frontali. Forse abbiamo rinunciato a qualcosa, almeno Jean Auel è convinta di si, e ne ha persino scritto una melodrammatica saga preistorica. Ma i visceri, loro stanno ancora appesi con le loro membrane alla parete dorsale. Erano abituati a penzolare, tranquilli, indipendenti, mentre noi li portiamo in giro tutti ammassati uno sull'altro, per la forza di gravità. Per questo è utile ogni tanto stare nella posizione della candela, si ribalta la posizione dei visceri, si spiega loro che la forza di gravità non è una condanna a senso unico. E poi qualcosa sulle mani e sulle ginocchia, percepire l'evoluzione è rilassante.

E facendo la candela, lasciando scendere le ginocchia sulla fronte, poi ai lati della fronte, e stringendo la testa nelle ginocchia, sembra che qualcuno ci stia abbracciando la testa.

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lunedì, febbraio 06, 2006

Cale News

Durante la scorsa surreale settimana, ho tentato con ossessione disorganizzata di scoprire perché mai il sito ufficiale di John Cale, il sito della sua etichetta, quello dell'agenzia Ponderosa, e persino Pitchfork, dessero per confermato un concerto al Link di Bologna per il prossimo sabato, quando il Link continuava a sostenere con ferma e sintetica determinazione di presentare sabato sul palco Thomas Brinkmann, e di non aver mai e poi mai avuto in programmazione un John Cale.
Un ghost gig. Imbarazzante.

Ringraziamo dunque L., che ha avuto pietà di me e ha deciso di chiamare Ponderosa, anche perché se continuavo sempre e solo io a chiedere informazioni in giro, se ne poteva ricavare la spiacevole sensazione che il concerto di John Cale a Bologna interessasse soltanto ad una fastidiosa insistente tizia con la erre francese.

Ebbene, sono fiera di comunicarvi che l'annunciato concerto di John Cale al Link di Bologna il prossimo sabato 11 febbraio 2006 si terrà effettivamente altrove, in un Teatro San Qualcosa.

Questo almeno per quanto ne so.
Informazioni ulteriori seguiranno.

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postato da garnant | 13:55 | p.link |
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