sabato, dicembre 31, 2005
Ho fatto la spesa al mercato, sfornato una focaccia e sono vestita come quella che mangia la zuppa that's amore findus alla finestra. Ora raccatto focaccia, bottiglia di barbera, amaretti, ed esco nella notte fredda e buia, il cast di Weird Weddings mi attende, con tutte le metà perplesse.
Buon anno amici lettori.
Non sono brava con i bilanci, i festaggiamenti e le tappe, così sfuggo per negozi, un abitino a fiori, sembrerò una mondina che va alla risaia, no no, stai bene, non come ieri all'outlet di Armani, centinaia e centinaia di paia di pantaloni a buon prezzo, e neppure uno che non segnasse i fianchi, è riuscita a comprare qualcosa solo l'amica F., un metro e ottanta taglia quarantadue, cosce affusolate, mentre io e l'amica B. la scrutavamo insoddisfatte e risentite. E poi in armeria, stelline tradizionali o scoppiettanti, tradizionali per carità. Osservo un arco compound con le carruccole scintillati, frecce di alluminio e frecce di legno, non ho mai tirato con le frecce di legno, non riesco ad immaginarle volare, gratto la testa della setterina da caccia sdraiata sul pavimento, una setterina da coccole. Il barista somiglia tremendamente al relatore della mia tesi, mi prepara un panino con tonno rosso affumicato, miele e pomodorini di tropea, mi osserva serissimo, potrebbe chiedermi di scrivere un nuovo capitolo da un momento all'altro. L'ordine di lettura della pila di libri ha voluto A.M. Homes per queste ultime giornate dell'anno, in cui non mi riesce di fare bilanci, di festeggiare o valutare tappe. C'è qualcosa di me in tutti i personaggi, più del solito e in più personaggi del solito, persino in Ray che medita con i campanellini di ottone, nella segretaria temporanea con il nome sulla targhetta, o nella figlia che odia i cambamenti. Non ricordavo che la Barbie avesse il dito medio e l'anulare fusi insieme, ma osservavo la copertina e c'era qualcosa di familiare e si, la Barbie aveva il dito medio e l'anulare fusi insieme, a sei anni c'erano diverse teorie, chi diceva che la Barbie facesse le corna, chi sosteneva che studiasse danza classica. Provammo allora a metterla in prima posizione, ma le gambe erano troppo rigide.
venerdì, dicembre 30, 2005
Avevo notato durante l'inverno scorso gli inquietanti corsi di filosofia hobbistica, poi in primavera mi ero chiusa in casa durante il festival relativo, decine, forse centinaia di praticanti della filosofia amatoriale liberi per le strade, sbirciavo preoccupata da dietro le tende, arriveranno anche qui, filosofeggieranno al citofono o vorranno salire? Poi con l'autunno in polisportiva sembrava tutto normale, nessun campo da squash riconvertito per le dispute sofistiche, nessun corso di gag presocratico, i vecchi al bar giocavano come sempre a briscola notando che non si sta poi tanto peggio adesso che si sta meglio. Un ventenne in giacca di pelle e nozioni riciclate entra in discoteca e rimorchia una ragazza che sugge un cocktail, sfruttando una citazione in voga negli anni Novanta.
E ora. Improvvisamente c'è lo spot della filosofia a fascicoli.
se non conosci la filosofia sei out
Ma a cosa serve, era la domanda. Ma a cosa serve la matematica, chiedevamo alla prof. di matematica, lei tentennava, dondolava i piedini sui tacchi, tendeva l'incarnato perfetto, aggrottava la fronticina, poi rispondeva speranzosa, ad acquisire una visione logica del mondo. Non ci convinceva affatto. Ma a cosa serve la filosofia, chiedevamo al prof. di filosofia. Lui faceva crollare i pugni sulla cattedra, ci guardava e diceva, ad acquisire una visione critica del mondo. Ci convinceva già di più, soprattutto perché poi cominciava a borbottare in tedesco.
E' vero, ci lamentavamo perché in discoteca i ragazzi ci rivolgevano frasi deprimenti, vieni spesso qui, ti piace la musica, dove ti ho già vista. Ma desideravamo davvero ascoltare massime di Epicuro sbraitate sopra la musica house? Sarebbe stata pur sempre divulgazione.
Sempre che si possa ancora parlare di divulgazione, termine forse desueto, presto sostituito da marketing culturale. Offerta formatica, portfolio delle competenze, oggi la cultura è un prodotto come un altro, da vendere. L'avete visto il giovane filosofo, è uguale al capitan findus. Perché allora non esce la chirurgia a fascicoli? Con il primo numero in omaggio gli strumenti laparoscopici. Perchè con quelli si può salvare o uccidere, e allora ci vuole una preparazione seria? E siamo del tutto sicuri che con la filosofia non si diventi capaci di salvare o di uccidere? Quanti morti per un errore del chirurgo, e quanti per una visione del mondo?
giovedì, dicembre 29, 2005
Sostanza astrale, carta metallizzata su masonite, non ha alcun senso mostrare Jean Dubuffet in immagine, senza materia. Informale - Dubuffet e l'arte europea 1945-1070 a Modena al Foro Boario, dal 18 dicembre 2005 al 9 aprile 2006, ingresso gratuito.
Sotto il Rotolo di pittura industriale si potrebbe scrivere un blog enorme.
Sono stata in un caffé libreria, ho preso un caffè e un libro, questo volumetto della Taschen, Classic Rock Covers, l'ho preso perché ha il fegato visivo di mostrare in pagine adiacenti L.S.D di Dr. Timothy Leary Ph.D e The Psychedelic Sounds of the 13th Floor Elevators, e più avanti la copertina di Born to Run, che l'amica Vi guardava con bramosia quando io ancora non avevo considerazione di queste cose. Il caffé era discreto, il libro costava da listino, ma l'atmosfera era disturbata da una dozzina di identiche sciarpe Burberry posate su mezza dozzina di tavoli, e da uno stivale probabilmente Pollini, probabilmente numerato, che dondolava nel mio campo visivo mentre la proprietaria dispensava molti bacetti di saluto. Già avevo sopportato l'altro pomeriggio al banco dell'irish pub una borsettina LV con la ciliegia, un paio di stivali Ugg e una cinturina rosa di stoffa.
Con l'amica Va invece sono stata alla libreria new age, lei neofita dell'hatha yoga, seguace un po' perplessa di un maestro che di giorno lavora in banca e di notte insegna la pulizia dei canali energetici, mi guardava perplessa mentre sfogliavo un manuale dove la yogin indossava un top e un paio di pantaloncini, addominali tonici al vento, con il rischio di prendere freddo al chakra del plesso solare. 
Poi alla biblioteca della Sala Borsa, e infine in un'altra biblioteca, dove ho tentato di prendere a prestito il dvd di Incrocio d'amore, storie d'amore nella moderna Taipei, prestabile solo dalla settimana prossima, e sono tornata a casa con Il gusto in 100 ricette del cinema internazionale, volumetto simpatico che include la ricetta del roast beef del dittatore dello stato libero di bananas (il roast beef era solo nel conto), il full English breakfast di Quel che resta del giorno (è necessario bruciare una fetta di pane), il soufflé al formaggio di Sabrina (finiremo per bruciarlo o per dimenticare di cuocerlo?) e la torta al cocco di Harry ti presento Sally (servita a parte perchè non a tutti piace il cocco. Il cocco assorbe molto). Più ovviamente alcune portate di Babette.
Infine, il panino con cui ho pranzato: mortadella, parmigiano e patate tartufate.
Ditemi vi prego che nell'ultimo mese le ferrovie hanno rimpicciolito il font nei cartelloni bianchi e gialli degli arrivi delle partenze, e che io non ho perso diottrie su diottrie con una semplice breve percorrenza. La bisciolina del treno periodico mi è ormai impercettibile, e il panico da vista confusa mi assale mentre una voce tuona i pericoli e le minacce del salire in treno senza biglietto (ma una volta non si cercava subito il capotreno ed eventualmente si pagava la sovrattassa? Forse è stato abolito il capotreno? La sovrattassa? Sostituiti da un controllore ibrido a tre teste?). Schivo l'intercity costoso, evito il regionale lentissimo, per tornare a casa mi rimane in tutto il pomeriggio giusto l'interregionale per Genova.
Metà delle porte non funzionano, fossi nelle ferrovie reclamerei con il fornitore di porte. Ma accanto ad ognuna, fissata ben saldamente, fa mostra di sé questa targa: Non danneggiare la tua carrozza, domani mattina tornerai a viaggiare. A parte il fatto che non le privatizzazioni questa non è più la mia carrozza, ed è anche già danneggiata di suo, quel domani mattina tornerai a viaggiare suona esattamente come una minaccia, una minaccia che ho già udito. L. - E' la maledizione del pendolare.
mercoledì, dicembre 28, 2005
Quando la radio mi sveglia con Coin Operated Boy poi non riesco a togliermi di dosso il ritornello per tutto il giorno. Mi sveglia si fa per dire, giorno si fa per dire. Le mie piccole vacanze procedono per ripetuti cicli rem e sprazzi di veglia ovattata, bevo tazze di the al miele, leggo Banana Yoshimoto, scarto piccoli regali ad occhioni spalancati. E ho sempre freddo, me lo merito, sono due mesi che non vado a nuotare e così addio termoregolazione, mi sento bene soltanto imbozzolata nel mio amato piumone. Mi sento bene anche dentro l'irish pub, ora che ci penso. Dormo, dormo, e sogno banalità, anche il mio subconscio rallenta. Penso all'amica S., quando si prese la tosse asinina e non riuscì a dormire per sei giorni, e lesse per intero il Signore degli Anelli, e non si sa quanto questo contribuì alle sue allucinazioni, tutto ciò almeno fino alla scoperta della codeina. Si, ho rallentato. E il contatto con persone ansiose mi disturba più che mai, dovrei tenere a portata di mano una bottiglia di acqua antisterica di santa maria novella, secondo certi aneddoti farmacistici funzionava perché era sostanzialmente alcool, questo spiegherebbe perché tanti ansiosi sono astemi, dotrei versarla nella loro aranciata amara. Per fortuna tanti intorno hanno rallentato quanto me, se non più di me. Le attività sono gradevoli e fatue. Guardiamo i cartoni di Pucca trovandoli brillanti, stazioniamo davanti alle vetrine cercando di calcolare il giorno in cui l'abitino a fiori minuscoli andrà in saldo, e la probabilità che allora la taglia sia ancora disponibile (un giorno perfezioneremo il nostro algoritmo, e allora saremo le regine dei saldi), vagheggiamo di visitare un certo outlet ma solo dopo aver abbondantemente e tranquillamente pranzato giapponese, deridiamo le televendite dello stepper laterale e del tesmed, osserviamo indolenti la neve sui campi e il gregge di pecore arrivato giusto prima di natale. Ieri sono andata in biblioteca, cercavo qualcosa di Limonov e sono tornata a casa con un romanzo di Neil Gaiman, ho preso la macchina grande e confortevolmente riscaldata, nessuno spiffero, lusso. Grande per i miei metri, è comunque lunga e larga la metà di un freelander, ma io sono una ragazza, non ho certi complessi. Ho percorso cinque chilometri ai quindici all'ora. E' questo che fanno le auto in città, trasportano un passeggero per cinque chilometri, ad una media dei quindici all'ora.
Come dice Beppe Grillo, sono le prestazioni del mulo.
martedì, dicembre 27, 2005
Capita di stringere inutilmente le mani sulla barra di sicurezza dei roller coaster emotivi, e poi capita di sedere su un brucomela natalizio, lento, colorato, carico di anziani nonni e amiche scintillanti, alle antenne del bruco è appesa una vecchia radio a pile.
Regali e pranzi e cene e tequila e concerti e tazze di tè e di caffé con la panna, e birra, e una assurda tavolata di torte, focacce e pasticcio di patate. Questa mattina di vacanza esiste certamente fuori dal tempo, così mi è sembrato fin dal primo risveglio, nevica, ho ascoltato le parole ma non ho aperto gli occhi.
La radio a pile sulle antene del bruco è la vecchia aiwa che da neopatentata tenevo in macchina, sotto il sedile del passeggero. L'idea era stata dell'amico A., entrambi non vevamo i soldi per l'impianto, così ad ogni curva la mia radio a pile cambiava stazione, mentre la sua era più sensibile alle inclinazioni del piano stradale. Provammo una volta ad allungare l'antenna fuori dal finestrino, quasi decapitammo un ciclista.
Nei giorni scorsi una cassa dell'impianto stereo di casa è morta, non è grave, era una cassa di recupero, e così eccomi con la vecchia radio a pile appoggiata sul pavimento. Ha una ammaccatura lunga e profonda, segno del sedile del passeggero, e un suono metallico. Dalla radio esce K.Rock, dalla radio a pile e dalla vera autoradio che adesso ho in macchina, di quelle economiche, ma fa scena perché ha lo stesso colore delle luci del cruscotto. C'è anche un pezzo di gomma infilato al posto del frontalino, il frontalino l'ho perso non l'ho più ricomprato. Così posso ascoltare solo tre stazioni, K.Rock frequenza di Modena, K.Rock frequenza di Reggio, e Isoradio.
Esco di casa, dopo aver visto Ladyhawke, di nuovo, e il video natalizio degli Wham, dove George Michael faceva finta di essere etero, e all'epoca io ci credevo pure, e un uomo di calzamaglia, che confondo sempre un po' con l'altro Robin Hood, quello che per me è di Brian Adams. Esco, accendo l'autoradio e c'è Run to You, Brian Adams quando si faceva adorare in jeans e magliettina in mezzo alla foresta pluviale, prima del trucco in faccia e dei patetici completi bianchi, maledetto il giorno in cui creduto di poter dire addio alla mia adolescenza sovrascivendo la cassetta di Reckless con una registrazione di canti popolari russi.
E così la mia bisnonna aveva avuto la spagnola, ed era guarita, ma i capelli non le erano cresciuti più come prima. E il bisnonno veniva da una famiglia di giardinieri, e nella foto di più di un secolo fa è il secondo da sinistra. Ricordi di ricami fatti con la corda e la corriera e uno solo in paese aveva i guanti di pelle. Sarta, operaio, contadini, qualcuno emigrato in Canadà, poi una protesta sessantottina, e le foto del servizio militare, occhi liquidi, una cinquecento bianca, e capelli a lingua di gatto. Così il passato.
E il passato e il presente stanno chiusi in casa per il freddo, c'è un buffo gatto di stoffa ai piedi della finestra, impedisce agli spifferi di entrare. C'è un quotidiano locale buttato su una sedia, aperto sulle parole di un uomo di chiesa, dice una vita senza fede può avere solo una parvenza di dignità, e qualcuno si sente offeso, è offeso davvero, perché un uomo di chiesa si è preso il diritto di dirgli che la sua vita non è dignitosa, e io sdrammatizzo, dico è per via del papato di restaurazione, facciamo conto di vivere in un medioevo postmoderno, ma lo so che ho impiegato tutte le mie energie per offendermi per quell'altra frase, che contenva entrambe le parole aborto e leggerezza, e ora non so più cosa dire. Ma il rossetto è proprio del colore giusto, le lucine dell'abero prese da mio nonno nel sessantadue funzionano ancora e gracchiano disturbando la tv e questo è tremendamente consolante. L'amica F. poi l'abbiamo convinta a fare l'albero di natale, scartiamo i balocchi e pensiamo che negli anni a furia di regalarci balocchi avremo tutte lo stesso albero di natale e allora pensiamo che ne è valsa la pena, di fare tanto le difficili con questa storia delle consuetudini borghesi.
Vinicio. Vinicio canta al Fuori Orario tutte le notti di Natale e di Santo Stefano, e noi possiamo ricordarlo sconosciuto sulle radio locali forse già alla fine degli anni Ottanta, e poi qualche anno dopo ubriaco perso a ondeggiare sul bordo del palco, noi impavidi in prima fila, e il contrabbassista carino che lo teneva d'occhio, caso mai cadesse o vomitasse. Allora il dubbio era, ma se casca ci spostiamo oppure cerchiamo di prenderlo? Ora Vinicio ha il manager e un repertorio di dieci anni di album ben venduti, d'altra parte anche noi ora abbiamo un'autoradio vera e una carta geografica di storie. Ma ancora ci sembra strano lo stipendio guadagnato in posti dove non si spini la birra. E all'uscita del Fouri Orario ancora non ci orientiamo, non sappiamo dire in quale direzione siano la via Emilia e la vita diurna, e ogni volta mi stupisco che Orione sia così lontana dalla sua posizione infrasettimanale. E l'altra notte non c'erano neppure le stelle, i miei sogni se li è presi l'uomo nero non li ha resi, cantava Vinicio, c'era pioggia che questa mattina è diventata neve, e ora è cielo bianco, luminoso quanto basta per scrivere. E le stelle sono soltanto sulla carta fotografica, catturate attraverso uno Sky Watcher, sfogliate sul divano di una nuova casa, in forno il pasticcio di patate.
sabato, dicembre 24, 2005
Weird Christmas
Dopo la lettura di Babbo Natale giustiziato di Levi-Strauss, e varie meditazioni sulla festa religiosa comandata, sulla festa pagana primitiva e sul loro ruolo nell'organizzazione del tempo sociale, ecco infine arrivare sorrisi, fiocchi e pacchetti. Weird Weddings augura a tutti i lettori buone feste, e ricorda che sottrarsi del tutto ai riti sociali è antropologicamente impossibile.
E. - Vi ho portato la stupidata.
Garnant - No! Io l'ho lasciato a casa, ve la porto il 25.
E. - Ho anticipato perché la mia è da appendere all'albero.
Garnant - Anche la mia. La verità è che ieri sera non avevo voglia di togliere i cartellini.
B. - Io non vi ho preso niente... domani mi toccherà cercare qualcosa.
Garnant - No ti prego, altrimenti poi diventa una di quelle cose fastidiose e obbligatorie da fare per Natale e io mi sento oppressa.
B. - Ok. E comunque F. non fa l'albero.
E. - Infatti speriamo che a forza di ricevere stupidate da appendere capisca che deve farlo.
Garnant - Infatti.
E. - Comunque se volete rimandiamo, lascio tutto nel baule.
B. - No, io voglio la mia stupidata adesso.
Garnant. - Però mi raccomando domani non andare a comprare niente. E ogni anno qualcuno deve dimenticarsi della faccenda.
B. - Va bene. C'è un budget?
E. - Rigorosamente uguale o inferiore alla stupidata da appendere all'albero.
venerdì, dicembre 23, 2005
Devo ammetterlo, le pellicole disturbanti mi attraggono. Quanto sia malsano questo non lo so e non voglio saperlo, alle superiori vedevo e rivedevo Dead Ringers senza chiedermi il perché. Cronenberg aveva scelto Irons per scoprire i miei punti sensibili, poi Miranda Richardson per spaventarmi, questa volta ha scelto Viggo Mortensen per la mia identificazione ippoterapica. C'è il cavallo, l'avete visto. C'è sempre.
Alla ricerca di un'inquietudine che desse un senso alla normalità cittadina, le strade di Modena silenziosamente percorse da decine di cadetti in uniforme, mi sono immersa in History of Violence e ho trovato quello che cercavo, ma non nel racconto di una metamorfosi, né nel tema del doppio. Ho trovato l'inquietudine nella tensione della sceneggiatura, così rigida e quasi di genere, costruita da John Olson secondo canoni del western, del mondo tarantiniano, del noir, e dopo, solo dopo, afferrata e distorta da Cronenberg, presa a colpi di fucile, sbattuta per le scale.
L'inquietudine, come sempre, affonda le dita ossute nella normalità.
Cale da un oscuro bootleg, aprile 1975.
Punk Christmas.
giovedì, dicembre 22, 2005
La notizia del sorpasso è di ieri, la Cina è le sesta potenza economica mondiale.
C'è un scena nella Locanda della Felicità di Zang Yimou, le mani della ragazza cieca si stringono su un barattolino di gelato Häagen Dazs, e il suo viso prende un'aria stupita, incredula. Le mani rimangono sospese in aria quando il gelato le viene strappato via. Con i suoi primi soldi quella ragazza cercherà riscatto, per prima cosa quel gelato, il più buono, costoso gelato industriale del pianeta. Con lei un uomo che si finge ricco, e finiranno a mangiare semplici ghiaccioli e parlare del futuro. E se non è critica sociale questa, che è fatta di attrazione e rifiuto, di consapevolezza, di malinconia e di speranza, non so davvero dove altro cercare. Il pane e il gelato Häagen Dazs. In bocca al lupo alla Cina, per i diritti dei lavoratori.
mercoledì, dicembre 21, 2005
Alla fine della lezione di yoga ci sciroppiamo cinque dieci minuti di esercizio mentale. Nulla contro la meditazione, ma la meditazione per un occidentale è come un cortocircuito. Noi separiamo con scienza il corpo e la mente, ci prende il panico, e allora sovraccarichiamo la mente e andiamo a fuoco. Invece a est i muscoli oppongono resistenza, ed il pensiero deve percorrerli tutti, prima di arrivare.
Comunque concedo quei cinque dieci minuti all'esercizio mentale, perché il maestro è colto, saggio e ha un magnifico tono muscolare, e dunque io sono la sua discepola. Ci insegna a cancellare la percezione di un arto, a cancellare tutto il corpo fino a sparire nello spazio, a disegnare con il nostro peso un'impronta sul pavimento, a sprofondare in quell'impronta, cose del genere. E' divertente, come una parodia del training autogeno, quello che la mia collega praticò al corso pre parto, per imparare a cancellare il dolore localizzato. Durante il corso le veniva benissimo, ma in sala parto il dolore era comunque allucinante, e l'infermiera le disse ma come, non sai fare il training autogeno, e allora lei le sbraitò che sdraiata comoda in palestra e senza contrazioni era più facile che mezza nuda in sala parto con le contrazioni.
Comunque, ieri si trattava di visualizzare qualcosa per noi, un oggetto, o qualcosa che vorremmo essere, e di racchiudere in una bolla rosa (ve l'ho detto che è divertente) l'immagine emersa dalla mente, per lasciarla infine libera nel mondo.
E così a occhi chiusi ho visualizzato, e compiacendomi della mia visualizzazione e del tono di rosa della mia bolla ho notato che quella scena mi era familiare. Perchè era già accaduta. Perché quella era la realtà. E la bolla è scoppiata all'istante, per lo stupore. Allora ho notato la differenza, tra la realtà e l'immaginazione, nell'immaginazione accanto a me c'era un grosso assegno.
Come donna e come anarchica volevo aiutare per la prima volta una donna a diventare sindaco di Milano. Io, da anarchica, non conosco le sue posizioni politiche. Pace e amore. Domenica, ho appena chiuso il giornale del venerdì, la pagina sedici non è sparita ingoiata dal tempo benevolo come speravo, e le parole stanno ancora lì per aria, fanno linguacce con la faccia tonda di Nanda. Martedì, spero ancora, magari ha ritrattato, così cerco Pivano con GoogleNews, il primo riferimento è Il Giornale, nel senso di giornale Il Giornale, figlio Figlio, cane Cane. Allora mi metto in punta di piedi davanti allo scaffale, scelgo tra volumi e volumi, Buk, Hemigway, Fiume, W.S. Burroughs, Romero, Fink, Minganti, La Polla, Pivano, scelgo I miei Quadrifogli, e poi sarà tutto chiaro, penso.
Fernanda Pivano
E lo sapete cosa succede, a sfogliare i diari già letti. I ricordi di un altro ti piovono addosso insieme ai tuoi, e ai tuoi ricordi dei suoi ricordi, e non sai più con cosa ripararti, e finisci fradicio e anche un po' ammaccato e non riconosci più le gocce del tuo sudore.
E per prima quella domanda, "perchè non americana", che Pavese aveva rivolto alla Pivano che sceglieva la sua letteratura, la stessa domanda l'avevo ascoltata da qualcuno di cui non ricordo più il nome, mentre aspettavamo un treno dei pendolari. Non ero stata capace di sollevare le spalle. Americana poi era stata davvero, la letteratura della laurea, e non per inseguire un autore o un critico. Il fatto è che volevo sapere come ci si sente, a credere così tanto in un ideale al punto da rifiutare la rete di sicurezza della storia, la voce materna della ragionevolezza. Rifiutare l'identità ereditata dal tempo, essere disposti a vivere tutto sulla propria pelle nuova, a qualunque costo, far coincidere la propria vita con il proprio tempo soltanto.
Perché per esempio nell'anarchia non avevo potuto credere, e alle superiori sfoggiavo una A cerchiata a penna sullo zaino, per provocazione e per consapevolezza musicale, e G. allora metallaro mi spiegava che lui era anarchico per davvero, e io rimanevo ad asoltarlo a sopracciglia alzate, incredula, davanti a quello che mi sembrava un modello fallito troppo tempo prima. Neppure nel femminismo avevo potuto credere, ideale già spremuto fino all'ultima goccia, non era rimasto nulla per me dell'entusiasmo, le conquiste, certo, ma erano conquiste di altri, ed erano già avvelenate di retorica, e difenderle era ogni volta tremendamente difficile, lo è ancora. E non avevo potuto credere nel mondo dei conservatori, infilavo i guanti in estate, è vero, ma soltanto perché le redini non mi tagliassero le dita, e sulle unghie c'era smalto nero, e a fine lezione correvamo a cambiarci e a sparare i capelli in alto con la lacca e disegnare linee nere liquide sugli occhi, e a raccontarci di Londra. E prima ancora, alle medie, per la chitarra classica ci eravamo procurate una custodia rigida con una enorme scritta argentata Yamaha, e avevamo comprato il lucidalabbra fucsia più fucsia di tutto il supermercato, fingengo di trascinarci dietro chissà quale musica elettrica. E prima ancora, all'asilo, correva voce che babbo natale non fosse mai esistito, e qualcuno disse controlliamo nell'armadio della mamma, se c'è il regalo che abbiamo chiesto allora babbo natale non esiste, e aprimmo gli armadi e c'era effettivamente il regalo che avevamo chieso, nel mio caso la carrozza di Barbie dietro un'anta scorrevole coperta di velluto, e concludemmo che babbo natale non era mai esistito, pazienza, l'importante era che il regalo arrivasse comunque.
E dunque io ho finito per non credere in niente per tutto il tempo, sempre a guardare avanti o indietro o sotto l'angolo del tappeto, attenta a schivare le illusioni, protetta da un sorrisetto saputo, dal cinismo e dalla pratica, mentre la Pivano ha creduto nei guanti di cotone, nel ballo delle debuttanti e nel pianoforte, prima che la guerra si portasse via il suo mondo privilegiato e vellutato di cipria. Ha creduto che fosse possibile essere una diciottenne virtuosa e una moglie un po' vittoriana. Ha creduto nell'anarchia e nel femminismo, e ci crede ancora.
E se credi ottieni moltissimo per te, le parole di Pavese e gli sguardi di Hemingway e i disegni di Sottsass e le confidenze di Jay Mc Inerney, e anche il diritto di sbagliare.
lunedì, dicembre 19, 2005
Questa mattina mi sono svegliata, insomma svegliata si fa per dire, e c'era qualcosa di scuro e immobile dentro la mia testa. Ho scrutato il qualcosa con sonnolento sospetto, dall'interno a occhi chiusi e poi da un fuori pieno di specchi, lavandomi i denti. Non era ansia da stanchezza cronica, quella è una linea lunga distesa, e neppure fastidio per i lavori della quarta corsia dell'A1, quello sembra il moncone di un ponte crollato, era qualcosa di cattivo, di subdolo, eppure finalmente scoperto e riconoscibile nel suo profilo enorme, era il senso di inutilità della mia giornata. E immobile cantilenava una filastrocca, in auto in tangenziale, quattro ore di ufficio a norma, un insoddisfacente pranzo in mensa, altre quattro ore di ufficio a norma, altra tangenziale, infine una riunione di condominio edizione speciale dal titolo "malfunzionamento dell'ascensore, manutenzione e spese relative".
Per tutta la mattina ho lavorato digitando posata, tranquilla, ragionevolmente motivata da certe consegne urgenti, e di fronte al collega commerciale, entusiasta con il luccichio della provvigione negli occhi, ho parlato con misurata cortesia, credo di aver persino annuito con pazienza, e ho avvertito distinta e quasi corporea la sinergia aziendale. Perché il commerciale entusiasta con il luccichio della provvigione negli occhi e il tecnico afflitto con l'ombra dello straordinario gratuito nelle pupille creano sempre una sinergia, sulla quale è basata buona parte della produzione privata nel campo dei servizi.
Allora la collega licenziata è venuta verso di me, camminando a testa alta impavida attraverso la sinergia, come per sbeffeggiarla con il suo sorriso, e ha detto lo sai domani è il mio ultimo giorno volevo lasciarti questo. E tra le mani teneva un gigantesco calendario 2005 di Johnny Depp. Johnny Depp ha opposto al luccichio della provvigione uno sguardo alla Cry Baby, e la sinergia è scomparsa con un gemito impercettibile, svanendo negli interstizi sporchi del contropavimento di legnoresina. Mi sono ritrovata in corridoio, in preda alla commozione, tra le mani la destibilizzante prova dell'umanità dentro il cubicolo.
Il pomeriggio è rotolato via tra irrisolti problemi tecnici a catena, e un crescendo di sfida produttiva ad un problema difficilmente risolvibile. Con questi risultati vado avanti, ho pensato verso le cinque e qualcosa, e il senso di inutilità ha scrollato le spalle del suo profilo enorme. Un'ora dopo, al quinto minuto di strordinario gratuito ho alzato gli occhi sulla finestra, interamente occupata dal profilo natalizio del centro commerciale, e ho notato quanto fosse simile a quello dell'inutilità nella mia testa.
Ed ora eccomi qui, a chiedermi se sia più preoccupante la ragionevolezza composta, o il calore del mal comune, o il vagheggiare omicidi per avvelenamento, per la precisione con l'inchiostro dell'evidenziatore. Ma soprattutto a chiedermi se sia eticamente accettabile mettere su questo blog i Google Ads.
domenica, dicembre 18, 2005
Ascoltato tutto senza attenzione, la radio e le parole del direttore d'orchestra.
Visto due mostre fotografiche, cercando di sfuggire ai volti.
Sfogliato una ricetta per i pierogi, A est di Tokyo di Michele Camandona.
sabato, dicembre 17, 2005
Weird Wedddings - Seconda stagione F. - Ho conosciuto la mia nipote acquisita, ha sedici anni e mi chiama zia, che impressione.
Freddo e nebbia, la vita matrimoniale propone divano di design e coperte Burberry, ma l'amica F. si avventura nella notte per l'ennesimo spettacolo di Luttazzi, alcune birre, e lo straziante ascolto dei Pearl Jam e di JonBonJovi nelle prime sfocate ore del sabato mattina.
Garnant - Magari ascolta anche Tiziano Ferro.
F. - Sono stata in camera sua e le pareti erano piene di poster di perfetti sconosciuti. Su uno c'era scritto a pennarello "sei troppo figo".
Garnant - Niente Tom Cruise in Top Gun?
F. - No, niente Tom Cruise in Top Gun.
B. - Sarà stato Lee Ryan.
F. & Garnant - Chi???
B. - Lee Ryan, il cantante dei Blue.
Garnant - E tu come fai a conoscerlo?
B. - Il mio collega ha accompagnato sua figlia quattordicenne al concerto.
Garnant - ...
venerdì, dicembre 16, 2005
Dopo il laboratorio di decoupage, dopo tre rassegne del mobile antico, e in attesa della mostra mercato delle casse da morto che mi pare sia in gennaio, la qui adiacente struttura fieristica modenese ospita questo fine settimana Aza Mataotra, in lingua malgascia non avere paura, immigrazione intercultura e comunità straniere, ingresso gratuito.
La lingua malgascia è stata la prima lingua africana ad essere udita da queste parti, per via dei delle missioni reggiane in Madagascar. Qui bisogna mettere le scarpe, rispose l'amica M. al ritorno da Antananarivo, alla domanda com'è tornare in Italia. Era la fine degli anni Ottanta, tanto per cambiare, e la maggior parte degli indigeni locali semplicemente assumeva che in tutto il pianeta si mangiasse la pasta a pranzo, il minestrone a cena, e il piatto di cappelletti in brodo a Natale. Qualcuno aveva provato il kebab a Londra, e raccontava che c'era un posto, uno solo, a Milano, che arrostiva la carne di montone nel retro. E l'amico M. andò a cena con i clienti giapponesi e ci descrisse il sushi, una polpetta di riso in bianco, con sopra una fettina sottilissima di pesce proprio crudo crudo, neanche marinato, mentre noi lo ascoltavamo seduti in cerchio ad occhi spalancati per lo stupore. E si narrava di un ristorante africano chissà dove, e i clienti erano obbligati mangiare con le mani, incredibile orrore primitivo. Poi c'era chi tornava dalla vacanza studio pallido e denutrito, balbettando in Inghilterra non c'è cibo. E mia madre chiese, cosa mangi al ristorante cinese, le formiche? In effetti lo chiede ancora, poi aggiunge "mi raccomando non magiare il pollo crudo, che c'è l'influenza aviaria".
Abbiamo fatto qualche passo multiculturale, tra le urla dei legaioli e le occhiatacce dei vicini di casa, abbiamo anche l'apposita fiera. Ma il contatto è dentro lo stomaco, che sia con un the rovente preparato con l'acqua del samovar, un the alla menta offerto dopo il falafel, un esperimento casalingo di guacamole, la differenza tra toro e maguro, le moules frite che non sono cozze fritte. La paura è del piccante.
giovedì, dicembre 15, 2005
Ero andata su Flickr per cercare immagini di scarpette da mezza punta che non fossero retoriche, a corredo del post precedente, ma una volta aperta la pagina di ricerca altre priorità hanno preso il sopravvento, e non ho potuto evitare di scrivere i tag John e Cale.
Non mi aspettavo di trovare il mio fantasma dei concerti passati. Questo è l'Avalon, ex Limelight, NY. Io sono in seconda fila, al centro, dietro al tizio pelato. Sono fuori fuoco, sono buia, e sono esattamente io.
La collega ballerina classica ha deciso che il mio spirito natalizio andava salvato dalla compresenza delle parole leggerezza e aborto in frasi pronunciate da uomini di chiesa, dalle parole stupido e mestierante dirette all'avversario politico da un cantante di crociera furbo, dalle parole matrimonio e scardinare nella comunicazione mediatica ancora di un uomo di chiesa, dove un diritto civile apre un sacramento come fosse una scatoletta di tonno, e così ha imposto Tchaikovsky alle mie orecchie. Per iniziare lo Schiaccianoci, in virtù della sua origine cupa e antica nell'immaginazione di Hoffman, delle non sempre rassicuranti immagini nel conte di Dumas, della vitalità di un già anziano Tchaikovsky e delle suggestioni del Kirov, tutti irresistibili poli di attrazione, questo la collega ballerina classica lo sa.
Ma lo spirito dello Schiaccianoci stride sull''ufficio come le unghie sulla lavagna. Sudore brillante da punte che gocciola sul parquet e sudore acido freddo da dubbia soluzione informatica incollato sotto due strati di sintetico semiformale. Collo del piede inarcato e collo del piede che vibra teso sotto la scrivania a norma. Fiaba natalizia nella magia sospesa del teatro e albero di natale premontato e predecorato sul desk della reception.
Di nuovo la conferma che i miei ascolti devono avere la stessa carica di angoscia del mio cervello, o il contrasto è straziante. GNIIIIIIIIK.
mercoledì, dicembre 14, 2005
Leggo Blocchi di fumo colorato di John Birmingham e mi astraggo dall'orrenda traduzione, cercando di raggiungere uno stato di coscienza superiore in cui il mio cervello riesca a percepire la scrittura originale. I blocchi di fumo colorato, insomma, quando il titolo è The Tasmanian Babes Fiasco, quattro parole di cui tre attrenti, Tasmania, altro che ufficio con il tramonto sul centro commerciale, Babe, magari esserlo, invece di salvarsi appena grazie al matitone correttore, Fiasco, suona così bene nell'altra lingua. che dice di Nick Cave, ma anche di Shine, di Australian Gold, di pareti di sughero e pavimenti di linoleum, e di cucina turca ad un oceano di distanza. O almeno questo dice a me.
Spesso poi il racconto diventa solo un ronzio nel cervello, e sul quel ronzio lentamente emerge questa espressione di Noah Taylor in And He Died with a Falafel in His Hand.
martedì, dicembre 13, 2005
Starnutisco con violenza, spavento la gente.
Il mio antisociale rifiuto dei sintomatici dal nome cretino, degli spray nasali da sei a otto ore, della vaccinazione antinfluenzale, e dell'aerosol di non si sa cosa purchè sia aerosol spaventa ancor più dei miei fragorosi starnuti.
Dopotutto l'equilibrio borghese è precario, basta uno starnuto a scardinarne le certezze.
D'accordo, più tardi prenderò un estratto di echinacea. Ma non crediate che smetterò di starnutire per farvi contenti, per lasciarvi tranquilli a credere che vada tutto bene, che basti una tazza di acqua calda.
lunedì, dicembre 12, 2005
Da quando l'amica S. ha confessato che anche lei in fase preadolescenziale torturava la Barbie con le graffette arroventate, guardo con aperta complicità alla Barbie chiave USB.
domenica, dicembre 11, 2005
Weird Weddings - Seconda stagione
Riassunto delle puntate precedenti. L'alzata di mele, la grande assente sui tavoli dei matrimoni di settembre, torna nei programmi del catering. Mai e poi mai un catering sotto tono. B. - Insomma faccio solo un rinfresco in piedi.
Garnant - E l'alzata di mele?
B. - Preferisco i limoni.
Garnant - Si, l'alzata di limoni, più in là l'alzata di sale e poi l'alzata di tequila.
B. - Esatto. A proposito, nella tua macchina dov'è la retromarcia?
Garnant - Perché?
B. - Perchè l'altra sera non riuscivo a trovare la retromarcia sulla macchina dell'amica V., e lei era troppo ubriaca per spiegarmi come fare, muoveva la mano per aria ma io non capivo.
Garnant - E' avanti a sinistra.
B. - Ok. Meglio essere preparati.
Garnant - E devi premere in basso.
B. - Ok.
E se prima del giudizio universale ci fosse una camera di decontaminazione?
Per poter entrare nella Cappella degli Scrovegni a Padova è obbligatorio prima trascorrere un quarto d'ora in un'apposita sala vetrata chiusa automaticamente, sotto getti d'aria calda, per liberarsi delle polveri e della chimica dell'esterno. In testa rimangono i paesaggi danteschi e le urla di Silkwood.
venerdì, dicembre 09, 2005
Avevo comprato tutti i regali da settimane, scatole di latta per i biscotti, di tutte le misure illustrate da Ioodrine. Un rossetto fine, come dice la mia profumiera. Un pigiama di cotone con le tigri. Un gufo strano al mercatino. Molte decorazioni equosolidali per l'albero di Natale. Due cose che non posso scrivere perchè i destinatari mi leggono. Mi mancava un libro, oggi ho preso Walden con l'introduzione di Wu Ming 2. Mi mancavano anche i bigliettini e i francobolli, tutto fatto.
Oggi ll centro era indaffarato e moderatamente festoso, mi ci sono trovata bene.
Poi l'albero di Natale è pronto da ieri, e dalla mia testa scendono riccioli chimicamente resistenti all'umidità, ringrazio qui la mia parrucchiera per avere acconsentito a farmi una piega così poco trendy senza protestare, senza neanche tentare la riga in mezzo mentre mi appisolavo sotto il phon. Grazie anche per quella maschera alla fragola dopo lo shampoo, lo so che era yoghurt tedesco versato per sbaglio al posto del districante, la mia parrucchiera ha vissuto quindici anni in Germania, ha funzionato benissimo.
Non è una bella giornata? Poi ormai sarete usciti tutti dall'ufficio, partecipate all'atmosfera. Datemi retta.
Due mesi di biblioteca comunale chiusa per rinnovo locali, che senso ha poi inaugurare in un martedì lavorativo, oggi avevo in programma un giretto di ambientamento, annusare l'aria cartacea, provare i computer nuovi e neri, sedermi sui divanetti verdi, dare un'occhiata al catalogo dei dvd e alle postazioni video imbottite. Poi lamentarmi della fila comunque lentissima al prestito, e della promoscuità narrativa, riservatissimi autori esotici costretti a dividere lo scaffale con le scarpe meravigliose ma certo un po' puzzolenti di Sophie Kinsella, probabilmente un tentativo di avvicinare alla lettura chi non entra in biblioteca perchè teme il codice Dewey, voglio sperare non un manifesto buonista sullo scaffale siamo tutti uguali. E già stavo storcendo il naso in direzione dell'area lettura, allegra di colori pastello e legni chiari, ma dove siamo al ristorante dell'ikea, poi vuoi un John Birmingham di qua, una A.M. Homes di là, il dvd dell'angelo azzurro e molti occhi orientali dal cassetto vetrato lettera Z, e l'abito di piume della Yoshimoto finalmente ritornato dal prestito perenne, e gli scaffali montessoriani della sezione ragazzi, bassi e questo andrebbe anche bene, ma troppo stretti per la taglia dei miei fianchi, una gran fatica per prendere Boy di Dahl, ed ecco salire il raptus del topo da biblioteca, un istinto a correre qua e là senza posa, trasportando una pila sempre più alta e pericolante di libri e dvd gratuiti, girare più e più volte intorno all'espositore novità muovendo gli occhietti febbrili di copertina in copertina, accarezzare con le unghie l'etichetta sul dorso, feticismo del codice della disposizione, qualunque esso sia.
giovedì, dicembre 08, 2005
Non ero dell'umore per la solita ricerca di un figlio del passato, probabilmente anche per questo avevo accettato numerosi giri di sake omaggio, in primo luogo per non dispiacere l'ospite gentile, lineamenti esotici nei quali cercare conferme delle abilità acquisite con i film di Kitano.
Certo alcuni dettagli mi rassicuravano, niente che sia fatto per far contento il mio arcinemico il romantico di superficie può ragionevolmente chiamarsi Broken Flowers ed essere diretto da Jarmusch.
Ma tutto quel rosa. Il rosa è ok per la borsetta estiva di Furla e per la maglia sbiadita dello yoga. Ma per la discesa nell'universo di Jarmusch? Bianca e nera la fuga di prigione, bianche le sigarette e nero il caffé, neri gli occhi del dead man.
E invece è proprio rosa il filo conduttore del viaggio, di un road trip come si deve, essenziale e carico di simboli, lucido e onirico, tortuoso dentro l'anima, fa un po' male. Il filo che ci trasciniamo dal passato si annoda irrimediabilmente, nessuna possibilità di tornare indietro a scioglierlo, nessuna possibilità di guardare indietro e ritrovare un percorso sensato. Eppure è in qualche modo rasserenante riconoscere quanto sia autentico il disordine delle nostre vite, quel disordine che a volte ci sembra così insoddisfacente, che a volte crediamo di cancellare con qualche gesto romantico di superficie.
martedì, dicembre 06, 2005
Confesso subito la fonte così mi tolgo il pensiero, ho letto questa intervista rimaneggiata su Marie Claire, a proposito di Wah Wah, il primo film di Richard E. Grant regista, e solo dopo ho cercato l'originale uscito sul Guardian.
E così non avete mai visto Withnail and I? Allora non vorrete intristirvi con i miei pensieri sconnessi, vi suggerisco di fermarvi qui. Richard E. Grant l'avete certamente incontrato nell'Età dell'innocenza, o almeno in Henry & June, quando uscirà Wah Wah farete un figurore esclamando "il primo film da regista di Richard E. Grand, quello di Withnail and I", e così questo post avrà avuto una sua utilità. Withnail. Solo una volta chiesi all'allora moroso slavista, perchè Withnail, e lui disse perchè tu sei Withnail. Mavalà, risposi, guarda come sono in salute, tonica di tennis, solo un birrino al giorno e nessuna ambizione artistica, un piano di studi steso ai miei piedi. Lo ignorai, eppure lo sapevo, anche un orologio fermo segna l'ora giusta due volte al giorno. C'era qualcosa che non volevo sapere. Perchè io ero Marwood, l'amico assennato, e ce l'avrei fatta, a costo certo di qualche dolore. E anche se mi fosse capitato a volte di essere Withnail ce l'avrei fatta comunque, nonostante il bisogno di isolamento, di alcool, l'orgoglio del non voler chiedere aiuto, l'attesa ostinata dei riconoscimenti. Si, Withnail ce l'avrebbe fatta, comunque. Tutto un bel lavoro di identificazione e di rimozione insomma, e poi leggo Marie Claire, che dovrebbe essere la mia lettura frivola e senza riflessioni amare, seduta sul letto morbido di trapunta con una tazza di the verde dal gusto tondo. I can see Withnail in him now and I can feel it's not fair. The eternally out of work wannabe actor, swilling alcohol, chain smoking, a sociopathic ratbag who'd pimp his best friend for a square meal and a bottle of plonk. I wanted to know what happened to him. You know, after the end of the film, where he stood all alone in the pissing rain watching the tragic, limp wolf in its zoo enclosure and you couldn't help feeling sorry for him. And Richard E, who is allergic to alcohol, doesn't smoke and is a thoroughly good egg, was pleased to tell me that Withnail never acted, contracted throat cancer and died of alcoholic poisoning at the age of 48, the list of disasters tripping off his tongue with all the emotion of a man reciting a laundry list. I wish I hadn't asked. No redemption then? No redemption.
Poi per anni ho evitato Withnails, le memorie di REG, persino l'estate del '96, quando tutte le mattine lui mi guardava con un centinaio di occhi dalla vetrina del book shop, mentre andavo a prendere la tube ad Hammersmith.
E non ci credo, così cerco l'originale, e questo è l'originale.
lunedì, dicembre 05, 2005
Kurt l'esordiente speranzoso...























