Garnant

lunedì, febbraio 28, 2005

Sono andata a vedere Gegen die Wand (la sposa turca) ostentando finta indifferenza. Ingredienti secondo il programma: conflitti familiari turco-tedeschi, morte, un ospedale spichiatrico, carcere, Istambul, l'orso d'oro. Non ci si abitua mai, al mondo, al massimo ci si abitua un po' alla sua rappresentazione, il più delle volte, svuotata e patinata.
Così, assuefatti a sceneggiature convenzionali, dove gli avvenimento sono semplicemente infilati uno dopo l'altro nell'ordine stabilito a nostro uso e consumo, un po' di dolore qui, un po' di tenerezza là, la paura e poi il riscatto, così succede che il raro incontro con una sceneggiatura di valore si trasformi in un terremoto del cervello, sospeso nel buio della sala. Si oppone resistenza, per un po', si pensa no, questo andava raccontato anche con le immagini, no, questo non può succedere in assenza, no, questo è di troppo, no no no. Ma poi si incontra una scena talmente preziosa, e si è costretti ad ammettere che è stata costruita dagli eventi raccontati in assenza, e allora improvvisamente si amano i personaggi esattamente per i loro frammenti, composti in un montaggio di soggettività e passione, invece che di condiscendenza. Allora non si riesce a decidere se tutto è finito bene o male, perchè fuori dalla convenzione non esiste davvero il finire bene o male di una storia.

Cahit raccoglie in vuoti dell'Astra dal pavimento del Fabrik, ad Amburgo. Ai parenti di Sibel questo potrà anche sembrare lavoro da poco, ma ad Amburgo raccogliere i vuoti dell'Astra nella sua cassetta rossa, buttare o collezionari i tappi col cuore, ha un significato quasi mistico, è il cuore di Amburgo, è il Pfand al supermercato, è il pezzo dei Birthday Party che senti da lontano. Cahit e Sibel hanno entrambi tentato il suicidio, si incontrano in clinica. Lui la sposa per aiutarla, perchè non sa esattamente cosa fare della sua vita, lei lo sposa per sfuggire al controllo della famiglia turca tradizionale, perchè succede ancora alle donne di essere inseguite da un parente che vuole ucciderle, è successo anche due settimane fa a Berlino. Lei gli sistema l'appartamento e lascia appeso il poster di Siouxsee, lui balla su Temple of Love l'arrivo di lei. E finiscono per innamorarsi davvero, e insieme affondano e si salvano, affondano e si salvano, senza mai completezza, nè rivalsa, nè tregua.

In the temple of love shine like thunder
In the temple of love cry like rain
In the temple of love hear my calling
In the temple of love hear my name

Sisters of Mercy

postato da garnant | 20:06 | p.link |

Viaggiando verso Capo Nord con vari mezzi, spesso indicavamo nell'aria la direzione delle nostre città di riferimento, Londra, Berlino, Mosca, Istambul. Quando tutte si trovarono indistinguibilmente a sud, ci dichiarammo soddisfatti.
Perchè Londra è chiaro, mecca adolescenziale per l'acquisto di vinili polverosi, birre rosse alla spina, vestiti asimmetrici da mercatino stile new wave, ed vita lontano da casa, con la tranquillità garantita dal braccio di mare di lontananza. Berlino altrettanto chiaro, meta adulta per esperimenti di coabitazione e musica, per toccare il muro e la sua cicatrice, che aveva tenuto in scacco la nostra infanzia da guerra fredda. Mosca già Asia e già est, costruzione e decostruzione dei nostri pensieri comunisti, le donne al lavoro e l'arcipelago gulag. Istambul porta araba, fumi di naghilè alla mela, traffico di auto e vapore caldo. E così succedeva di mischiarle, le città, mangiare kebab fuori dalla Victioria Station, rape rosse con la panna acida a Potsdamer Platz, portare nello zaino il fix für currywurst, e da Pizza Hut a Bratislava.
E trovarsi tanto a nord da non notare più nessuna differenza, guardarsi allo specchio e sapere che si potrebbe benissimo essere turchi, dopotutto.

postato da garnant | 19:32 | p.link |

In mezzo a tutto lo squallore dell'Academy, spunta Ryan.
Via BdG.

postato da garnant | 19:22 | p.link |

domenica, febbraio 27, 2005

Ascoltato per caso brano degli OfflagaDiscoPax, reggiani, presentati in radio come "eredi dei cccp", accolti da un mio sopracciglio alzato per l'accostamento impegnativo, e poi immediatamente piaciuti, e anche molto.
Hanno un blog, e Robespierre è il brano che ho ascoltato, riporto per voi il testo trovato da IlluminatoRe.
Se li conoscevate già da tempo, vi prego di non sputarmi in un occhio, adesso ci sono arrivata anche io, meglio tardi che mai.

Ho fatto l’esame di seconda elementare nel 1975.
Il socialismo era come l’universo:
in espansione.
la maestra mi chiese di Massimiliano Robespierre.
le risposi che i Giacobini avevano ragione e che, Terrore o no
la Rivoluzione francese era stata una cosa giusta
la maestra non ritenne di farmi altre domande.
Ma abbiamo anche molti ricordi di quel piccolo mondo antico e Fogazzaro:
- l’astronave da 300 punti di SPACE INVADERS
- Enrico Berlinguer alla TV
- le vittorie olimpiche di ALBERTO JUANTORENA in nome della rivoluzione cubana
- i Sandinisti al potere in Nicaragua
- il catechista che votava Pannella
- gli amici del campetto passati dalle Marlboro direttamente all’eroina (alla faccia delle droghe leggere)
- i fumetti di ZORA la vampira porno e la Prinz senza ritorno
- il referendum sul divorzio e non capivamo perché: se vinceva il No il divorzio c’era e se vinceva il Si non c’era
- Anna Oxa a Sanremo conciata come una punk londinese
- I Van Halen
- la prima sega
- la vicina di casa: un travestito ai più noto come Lola che mia madre chiamava Antonio con nostro sommo sbigottimento
- Jarmila Kratochvilova
- il Toblerone, qualcuno sa perché
- una scritta degli ultras della Reggiana dopo il raid aereo americano su Tripoli negli anni ’80, diceva: "grazie Reagan, bombardaci Parma"
- e poi la nostra meravigliosa toponomastica:
Via Carlo Marx
Via Ho Chi Minh
Via Che Guevara
Via Dolores Ibarruri
Via Stalingrado
Via Maresciallo Tito
Piazza Lenin a Cavriago
e la grande banca non più locale
con sede in via Rivoluzione d’Ottobre
e infine il mio quartiere, dove il partito Comunista
prendeva il 74% e la Democrazia Cristiana il 6%

Robespierre, OfflagaDiscoPax

postato da garnant | 12:48 | p.link |

 Garnant e le altre - Dialoghi per il grande freddo (Joy to the world, all the boys and girls)

In auto

F. - Allora dovete farmi una playlist di quattro ore per il ricevimento.
Garnant - Quattro ore? A nostra totale scelta?
F. - Solo una condizione. Non ci devono essere troppi collegamenti al tema della morte.
B. - Ma i musicisti che piacciono a noi sono tutti morti!
Garnant - Ma no, non tutti!
B. - Vabbè, però ci sono, diciamo, abbastanza vicini.
Garnant - Noi non vogliamo certo discriminare la terza età.
B. - Giusto.
F. - E anche nei testi, voglio poca morte.
Garnant - Non c'è problema, John Cale ha un sacco di canzoni adatte.
F. - Ecco, e niente urli di John Cale, questa è la seconda condizione.
Garnat - Ma quando urla ha le sue buone ragioni, come ti ho spiegato.
F. - Lo so, comunque non voglio che urli al mio matrimonio.
Garnant - D'accordo. In ogni caso, quelle dove urla non sono adatte.
F. - Qualcosa di romantico, ma non melenso.
B. - Ci mettiamo Elvis.
F. - Ma a me di Elvis piace solo Suspicious Minds...
B. - Non va bene per un matrimonio.
F. - No.
B. - Love me Tender?
F. - Troppo melensa.
Garnant - Possiamo mettere i Doors?
F. - Certo! Light my Fire è perfetta.
Garnant - Però rallenta la digestione, non va bene per il ricevimento.
F. - E' vero.
Garnant - Ma lo sposo, dimmi, lo sposo ha preferenze?
F. - A lui piace Iggy Pop.
Garnant - Benissimo.

postato da garnant | 12:19 | p.link |

C'è la neve nei campi, e uscendo dall'ufficio si stringono gli occhi per la gran luce, la sciarpa per il freddo, e ci si lamenta della temperatura percepita di meno dodici. Ma c'erano i pastelli bianchi che alle elementari si usavano sui fogli neri ruvidi per fare la neve. I soggetti erano i campi e le case, i primi disegnati a lunghi tratti di bianco, le seconde con gli spioventi morbidi di neve. Ci creavano qualche difficoltà i campi di grano, ondulati per via dell'aratura e della semina autunnale, e quindi anche la neve era undulata. E qualche difficoltà per i tetti senza spioventi, che gli 70 avevano dimenticato sparsi qua e là per l'abitato, tra gli sguardi perplessi dei bambini. Ma nel complesso, pastelli bianchi e fogli neri ruvidi erano divertenti da usare, e per la temperatura percepita si mettevano i guanti.

Al cinema c'è il film con Bruno Ganz che interpreta Hitler, e si polemizza, e ci si chiede se sia opportuno mostrare Hitler sullo schermo con lineamenti umani. Ma alle elementari c'era il libro di lettura che raccontava di un bambino timido e pallido, quasi verdastro, che si chiamava Dolfi e veniva preso in giro dai compagni di scuola. Era disturbante, e utile, guardare indietro e collegare i fili, e capire che alcuni fili semplicemente non c'erano. Come adesso, necessario.

postato da garnant | 12:01 | p.link |

sabato, febbraio 26, 2005

 Sapevo che esisteva un responsabile in carne ed ossa, un colpevole con il sangue in circolo, per la mia assenza al concerto di Nick Cave il novembre scorso. Ebbene, a causa delle polemiche sulla prevendita dei biglietti degli U2, MTV ha intervistato l'amministratore delegato di Ticketone. E' lui? E' lui che obbliga l'utente normale a collegarsi tremila volte al sito, sito peraltro pesantissimo, a telefonare ossessivamente al call center per sapere quando sarà messo in vendita il successivo, minuscolo, pacchetto di biglietti, per sentirsi dire vai al punto vendita, per sentirsi dire dal punto vendita ticketone non ha mai mandato niente? E' lui? Non lo so. Ma io intanto l'ho visto in faccia. Avrei voluto segnarmi il nome e restituirvi un ritratto corrosivo e sarcastico, ma ero troppo impegnata a perforare il video con lo sguardo. Posso dirvi che è ricciolino, e indossa una specie di ascot.

postato da garnant | 12:47 | p.link |

Dentro una bella busta gialla scopiettina, volando sull'atlantico, è arrivata la registrazione dell'ultimo concerto di John Cale a Chicago, al Double Door Lounge. Jim della lista, pazzoide e gentile, specifica in lettere blu anglosassoni il microfono usato, il registratore, il tape master, il cavo coassiale, e conclude con un Enjoy!. Ho ascoltato i due CD, dicharati sulla busta come 2 CDs, gift, value 2$, e JC conclude con una delirante Pablo Picasso, e il suo usuale "see you soon". Lo dice sempre. La prima volta gli ho creduto, è stato bello sentirlo. A dire il vero gli avrei creduto allegramente anche se avesse detto "look, over there, a flying pig!", ma cosa volete. Poi a Milano lo ha detto di nuovo, e ho iniziato a insospettirmi. Anche a Berlino, e allora l'ho guardato con una smorfia del tipo "si, si, dici sempre così". E a NY. A Londra no, ma lì c'era la BBC per le registrazioni, l'atmosfera era un po' diversa. Ma adesso comincio anche ad afferrare il vero senso della frase. Non intende dire "ci vediamo presto qui", ma "ci vediamo presto comunque, tanto lo so che voi lì sotto vi rivedo alla prossima data del tour".

postato da garnant | 12:32 | p.link |

venerdì, febbraio 25, 2005

Me ne stavo sotto il piumone, acciambellata intorno alla nausea, è cercavo nell'ipod qualcosa che non mi arrivasse nello stomaco, che si fermasse nella testa. Ma niente da fare. La stanza era tutta azzurra, nella lampada a cubo di vetro tengo solo una lampadina azzurra, e le pareti sono blu. La lamapada è di modernariato, vale a dire, è un pezzo originale dell'arredamento che avevo a quattro anni. Il tavolo basso di vetro è stato elimato quando ci ho sbattuto sopra la faccia nel 1978. Il tappeto bianco peloso è stato eliminato quando è apparsa la nozione di massa di acaro della polvere. Gli scendiletto bianchi pelosi quando il mio gatto se n'è innamorato perdutamente. Il giradischi con le finiture in legno l'hanno tenuto i miei, io ho preso la lampada a cubo di vetro, e ci ho messo dentro una lampadina azzurra. Le pareti sono di un blu scelto da una mazzetta di seimila tinte ad acqua, che l'imbianchino mi presentò con aria di sfida. Volevo che fosse a metà tra la casa di Monica di Friends e l'ostello della gioventù dover ero stata a Budapest. Appurato che dentro l'ipod dalla superficie metallosa e serica, non possiedo musica che si fermi nel cervello, e questo è forse il motivo per cui trovo così noiosa l'ora del progressive su k-rock, che tra l'altro è proprio all'ora di pranzo, quando i caffè non bastano mai, appurato ciò, ho deciso di scoltare Hey You, e mi ci sono acciambellata più comodamente intorno alla nausea. E mi mancava un po' il puntino rosso luminoso nel buio, della mia radiolona a pila prima, del cd di L. poi, quello che lampeggiava, perchè c'era, vero, un cd dei Pink Floyd che lampeggiava...

postato da garnant | 18:38 | p.link |

giovedì, febbraio 24, 2005

Non mi sento molto bene, sarà colpa dei napellini ai carciofi della mensa. Me lo dice sempre L. che i carciofi sono alieni venuti a conquistare il pianeta Terra. Una volta l'ha detto anche Corrado Guzzanti. Comunque stasera  le scale di casa sapevano al piano terra di antiflogestina, al primo piano di mele al forno, al secondo piano di detersivo al limone. Io sono nel piano del detersivo al limone, ma il mio appartamento sa di sapone al cocco perchè ho dimenticato aperta la porta del bagno. Non mi sento molto bene. Sento tutti gli odori strani e amplificati. 

postato da garnant | 19:15 | p.link |

mercoledì, febbraio 23, 2005

Web workers dagli occhi lucidi, dipendenti pallidi del terziario avanzato (tipo me), stagisti molto molto volonterosi, neocontrattati a progetto ebbri di stipendi ridicoli, vecchie conoscenze aziendali senza più speranze, dico a voi.
 
Work Your Proper Hours Day - 25 Feb 05

postato da garnant | 20:19 | p.link |

 Domani fanno venti giorni.
Le foto scattate da Giuliana Sgrena in Iraq.

postato da garnant | 19:54 | p.link |

 In questi giorni sto leggendo I gesti bianchi, di Gianni Clerici. La settimana scorsa ho letto Il castello magico di Howl, di Diana Wynne Jones. Quella prima ancora, Il Lester Bangs portatile edizione Arcana. Continuando all'indietro, una quarantina di libri dal marzo scorso, quando è iniziata la campagna Non Pago di Leggere. Un anno di libri gratis, o meglio, di libri pubblici, di tutti, che chiunque può leggere se gli va, in quanto cittadino. Fate i vostri conti.

postato da garnant | 19:50 | p.link |

Attivati nuovi feed, ora potete scegliere tra rss e atom, i vecchi XML rimangono.  A malapena so cosa ho scritto, comunque spero che tutto ciò vi sia utile.
Grazie a Delio per la segnalazione.

postato da garnant | 19:34 | p.link |

martedì, febbraio 22, 2005

Dopo le azioni enel, ora a Sunday Morning tocca adoperarsi a vendere pure le corrispondenti obbligazioni. Visto che dobbiamo subire questa cosa, almeno subiamola in modo consapevole e costruttivo.
Racconta Tim Michell su Sedition and Alchemy, del periodo in cui Cale usciva con Lynne Tillman, oggi scrittrice, durante le registrazioni di Velvet Underground & Nico.

"On another occasion, when the three went out together Saturday night turned into Sunday morning, and by around 5 or 6 a.m. they were in an apartment building on East 15th Street, where a friend of Reed's lived. Cale sat at a small pedal pump organ and began to play. Words were spoken and then sung and repeated. A song began to take shape out of the time and the circumstances, its "tone and melody... completely right for the plaintiveness of Sunday mornings" - and so was born the song that would become the opening track on The Velvet Underground & Nico."

postato da garnant | 20:29 | p.link |

lunedì, febbraio 21, 2005

Scusate, ma voi avete capito che Lilja 4-ever alla fine muore? Insomma, ha le ali finte da angelo del cielo sopra l'Estonia e salta sul tetto con Volodja, ma allora che senso ha quando apre gli occhi in ambulanza? E poi non si muore con i Ramstein e l'asfalto di Malmö, no, quelli sono segni di speranza. Ops, non l'avevate visto? Ma dai, è del 2002. Moodysson ha fatto altri due film, nel frattempo, o almeno credo che quelle due stringhe di caratteri in svedese siano film... 

postato da garnant | 23:46 | p.link |

Con la stessa allucinata allegria con cui si aspetta lo skibus nelle gelide albe alpine, allucinazione causata di solito all'ipotermia e dall'abbagliamento da neve, ho atteso questa mattina l'autobus alla fermata sotto casa, crogiolandomi nella nozione che quando nevica nessuno può prensersela con te se non sei puntuale e/o produttivo. Le cause di forza maggiore sono istruttive, secondo me, insegnano ad allentare la catena del produci-consuma-crepa. Comunque, ho chiamato in ufficio e qualcuno ha alzato il telefono al dodicesimo squillo, la voce della collega rimbombava nell'open space deserto. Fiocchi grandi, strade abbadonate a se stesse e auto vuote sparse qua e là. Silenzio e neve che scrocchiava sotto le ruote dell'autobus. Il vecchietto vicino di posto spiegava che avrebbe preferito andare in bici, ma le strade erano troppo scivolose, e in generale si rammaricava di essere troppo vecchio per percorrere la nuova ciclabile lungo il Mincio. La vecchietta quasi novantenne spiegava che l'autobus così puntuale l'aveva colta di sorpresa mentre sorseggiava il cappuccino, e spiegava cosa si deve mangiare per diventare vecchietta quasi novantenne che a momenti perde l'autobus per un cappuccino, ve ne rendo partecipi, magari funziona:
pane integrale
olio di riso
uova
fagiolini
miele
caffè d'orzo
Mi raccomando, sei piccoli pasti al giorno, zuccheri solo al mattino.
La donna obesa in ecopelliccia amaranto e cappellino blu osservava meditabonda i campi bianchi.
La donna sovrapperso in giaccone grigio spiegava che le sta tanto tanto piacendo il codice brown, quasi quasi quasi quasi ora legge anche l'Iliade..
Fuori, tutto era bianco ad eccezione dei manisfesti elettorali, busti ingiacchettati, di tre quarti come da fototessera, pelle ritoccata all'aerografo, e piccoli occhietti lucidi e volitivi per la destra. Maglioni di lana, sorrisi aperti e guance da lambruscone di scandiano per la sinistra. Cosa si vuole comunicare? La fredda determinazione dello sfidante, a far leva sulla minoranza rampante e frustrata, e la calorosa familiarità del campione fiducioso, a rassicurare l'elettore di tradizione emiliana. In particolare, interessante il manifesto del grande Vasco Errani, che inclina la testa di lato, e mostrare la serena fiducia in se stesso e nell'elettore. Difatti il collo si offre solo quando non si percepisce l'altro come predatore, o come vampiro, a seconda che all'università si sia dato antropologia culturale o un seminario sulla letteratura fantastica.
Passa il tempo e scendono quasi tutti, vecchietti e non, il brano nell'ipod diventa Nancy Sinatra, Bang Bang, nella neve alta cammina solo un rasta con un grosso cappello dai colori giamaicani.

postato da garnant | 20:08 | p.link |

Land of Plenty non è male dopotutto, un po' retorico, un po' disunito, ma certo affascinante, come è sempre lo sguardo di Wenders, anche quando non colpisce il segno e si lascia vagare nel deserto e nella città. Michelle Williams è brava. Non lo dico per discolparmi del fatto che guardo Dawson Creek. E' brava. E poi c'è qualcosa di rassicurante nel trovare gli stessi attori nelle varie declinazioni dei propri gusti.

Ma posso essere obiettiva? No. Land of Plenty è Leonard Cohen, devo aggiungere altro. Wenders è Wenders, che ha inquadrato gli angeli pallidi sulla siegessaule, la luce del deserto, le città del nord europa una dopo l'altra, i vestiti storti di Yamamoto. Mi ha sempre colpito quanto sapesse dell'America e dell'Europa, quanto fosse capace di mostrarci con le immagini. E questa volta Los Angeles.

And I don’t really know who sent me,
To raise my voice and say:
May the lights in The Land of Plenty
Shine on the truth some day.
Leonard Cohen - Land of Plenty

postato da garnant | 19:33 | p.link |

domenica, febbraio 20, 2005

 Per anni ho creduto che Masolino D'amico fosse traduttore e dialoghista insuperabile. Ma i tempi cambiano e Masolino D'amico si dedica al mediocre Fantasma dell'Opera, mentre Tonino Accolla, già Homer indiscusso, sale alto nel mio empireo personale dei dialoghisti. D'ho, replica D'amico.

Il Mercante di Venezia è un lavoro un po' convenzionale, ma si vede e si ascolta con piacere, e trascina nel finale.

Una vecchia conoscenza per me Jeremy Irons. Polacco sdraiato in un appartamento londinese, a guardare la foto della moglie che indossa una occidentale maglietta Wrangler, e poi a piedi verso Heathrow con i carrelli della spesa, una immagine che non sono più tolta di dosso, in particolare viaggiando sulla interminabile Piccadilly Line con il mio zaino, che guarda caso si chiama Jeremy. Un backpack come si deve ha un nome, secondo me. Il mio Ferrino Elite 80lt classe 1991 si chiama Jeremy, fate un po' voi. Vecchia conoscenza. Doppio, gemello, speculare, inseparabile, occhi negli occhi, Cronenber non sarà dimentato. Barbuto con i piedi nel fiume. Studente sull'isola di Wight, fratello del compagno di classe della conoscente J. Poi Kafka nel castello. Uomo solo a ricordare la sua Butterfly. Ridicolmente ricciuto in sudamerica. Voce di leone subdolo. Mellifluo Snape nella Hogwarts del Red Nose. Moribondo in Toscana. Simon Gruber che ti chiedi come abbiano fatto a convincere quelli di Die Hard lui e Rickman. Humbert Humbert, con una Lolita più spietata del solito. Inglese a Hong Kong che stringe tra le dita la giada regalata da una donna cinese. E una fila di ruoli che persino io ho trovato poco rilevanti. Questo è un trivia, se volete giocare. E poi Antonio. Cosa si nota?

ANTONIO
I hold the world but as the world, Gratiano;
A stage where every man must play a part,
And mine a sad one.

William Shakespeare, The Merchant of Venice, Act 1, Scene I

postato da garnant | 18:42 | p.link |

Ed ecco notizie del film di David Duchovny, scritto e diretto, in uscita in aprile e già visto al Tribeca Film Festival, per il quale Duchovny si è trasformato in un barbuto cineasta indipendente. Uno sguardo nostalgico sul Village degli anni '70, credevo che House of D non sarebbe mai uscito dal soggiorno di casa Duchovny, e invece ecco qui il trailer

postato da garnant | 18:18 | p.link |

Il trailer al cinema di Garden State toglie il fiato, e considerando il premio al Sundance e il consiglio in anteprima irlandese di Fio, non resta che tenere d'occhio le sale, e nel frattempo leggere il blog di Zach Braff. Il trailer della Guida galattica per autostoppisti invece mi preoccupa un po', insomma, Douglas Adams, l'universo e tutto quanto. Ancora non ho letto The Long Dark Tea Time of the Soul, perchè poi non mi rimarrebbe altro di suo, ancora da leggere. Terreno minato, insomma.

Anything that happens, happens.
Anything that, in happening, causes something else to happen, causes something else to happen.
Anything that, in happening, causes itself to happen again, happens again.
It doesn't necessarily do it in chronological order, though.
Douglas Adams, Mostly Harmless

postato da garnant | 13:48 | p.link |

sabato, febbraio 19, 2005

Ben poco convita dagli occhi truccati di Johnny Depp nella locandina di Neverland, e dall'espressione simil-Titanic della Winslet, espressione che ogni volta mi riporta sgradevolmente l'immagine della facciotta tonda dell'odiato Leonardo di Caprio, me ne sono andata al mio cinema preferito, dove sono affondata febbricitante nell'enorme sedile verde. Gli effetti collaterali del richiamo anti-difterite-tetano adulti sono dolore del sito di iniezione, febbre, brividi, sonnolenza, irritabilità, e un sacco di altre cose che nel mio caso non si sono presentate. Temevo che l'associazione irritabilità-film-ad-alto-potenziale-di-buoni-sentimenti avrebbe distrutto per sempre la mia percezione dei ruoli per i quali Johnny Depp viene pesantemente truccato. Ma dopotutto non ero tanto più irritabile del solito, anche se i rumori dell'auto di mio padre, a prestito per la serata a causa di poco interessanti vicende che coinvolgono un meccanico e soldi da spendere, mi irritavano moltissimo, in particolare rumori come un sommesso miagolio dal cofano quando il motore era a 2000 giri e un poco rassicurate ticchettio dal baule quando il motore era in folle. Direi però che l'effetto collaterale più fastidioso è stata la malinconia, che mi premurerò di segnalare al servizio igiene dell'usl al più presto, e la malinconia si è rivelata lo stato emotivo ideale per vedere Neverland. In primo luogo perchè mi ha distratto dalla sceneggiatura notevole e dai bei movimenti di macchina, lasciandomi il tempo di concentrarmi più in generale sulla complessa condizione dell'uomo britannico del tempo, costretto al rigido decoro sociale, al sostentamento di famiglie intere, circondato da fumi industriali, consunzione e tisi. E orfanotrofi ricolmi di bambini costretti a mangiare il gruel tutte le mattine. E così, io che ho sempre considerato Peter Pan una storia insulsamente allegra, che ho osservato solo distrattamente una volta la statua a Kensington Gardens mentre passeggiavo un pomeriggio di sole con l'ex-moroso slavista, che nel mentre pronunciava frasi da slavista come "sulla transiberiana non sapevo come lavarmi i piedi" oppure "dovrei farmi crescere ancora di più la barba, secondo te?" in totale dissonanza con il sogno di britanniche fatine volanti che la statua avrebbe dovuto ispirarmi, ebbene, proprio io, in virtù delle tossine del batterio del tetano e della difterite che si diffondevano nei miei muscoli, nel pieno della febbricitante attività del produrre i rispettivi anticorpi, mi sono davvero immedesimata, e oserei dire che mi sono immedesimata in ogni singolo personaggio. Compreso il cane. D'accordo, non è un film particolarmente significativo. E' ben fatto, è ben recitato, possiede anche una interessante cifra fantastica, ma non arriva dove potrebbe arrivare. Neanche ci prova, in realtà, accontentandosi semplicemente di una buona prova. Con una metafora sul ghiaccio, si può dire che questo film è un triplo lutz invece di un triplo axel. Il fatto che abbiate probabilmente sentito nominare l'axel ma non il lutz vi dimostra come il secondo non sia poi tanto interessante da parlarne in giro. O come ha commentato in sintesi l'amica E., un film così così, naturalmente ho pianto. Johnny, Johnny, ti ho visto sai, mentre recitavi la parte del britannico che recita l'indiato, pitture in faccia penne in testa e sangue cherooke, è stato bello lo straniamento, sapere che sapevi e che noi sapevamo. E così ho scoperto che Peter Pan non è una storia insulsamente allegra, ma è allegra perchè è molto triste, non l'avevo mai notato. Ma dopotutto non avevo mai visto Peter Pan in teatro, da piccola. Nessuno mi aveva mai raccontato la storia, e nessuno mi aveva mai regalato le illustrazioni. Capite, la bassa emiliana non ha propensione per le fatine di luce. E più avanti ero distratta, vedevo la statua mentre un ex-moroso slavista parlava a raffica di quanto è bello attraversare gli Urali verso Mosca in treno dall'ungheria, e vedevo  il film Hook alle superiori mentre l'evento della serata era l'essere arrivati al cinema in quattro con le moto anche se i due motociclisti erano minorenni e quindi non potevano portare passeggeri. Vorrà dire che la prossima volta mi metterò seduta con calma sulla panchina, a Kensigton Gardens. 

postato da garnant | 14:50 | p.link |

venerdì, febbraio 18, 2005

Lavorando in ambientazioni informatiche non sindacalizzate e ad alto turnover, mi ritrovo dopo sei anni con più di un centinaio di ex-colleghi. Persone che hanno cambiato ditta, persone che sono rimaste quando io ho cambiato ditta, persone che vagano senza posa da una ditta all'altra. L'ex-collega è ormai una figura chiave del mio immaginario, un essere mobile e multiforme, che esplora le mie stesse possibilità. Io stessa sono una ex-collega. L'ex-collega potresti essere tu, per gradi di separazione. Ma negli anni una varia umanità che si sposta e disegna una rete sottile di messaggi che rimbalzano tra Parigi, Reading, Torino e Auroville India. O che scompare lasciandomi solo la vaga percezione di conoscere qualcuno a Bordeaux, nella Orange County e a Pieve di Cento. O che si allontana quanto basta e meno male, lasciandomi come souvenir uno specifico capello bianco, un angolo dello stomaco più sensibile allo stress, un'unghia tornata normale e qualche volta anche laccata che prima era insolitamente rosicchiata, una smorfia di fastidio nel collegare inconsapevolmente una voce a un volto. O sparisce nel nulla e qualche volta si dimentica, e si rischierebbe di dimenticare del tutto, se non fosse per le  piccole tracce.
- Un jpg della tomba di Ian Curtis, con una rosa posata sulla lapide, il collega programmatore M., anfibi, riccioli e aria innocente.
- Un mp3 di Unforgiven in versione acustica agli archi, il collega programmatore A., personaggio mite e schivo, perennemente abbigliato in tuta da ginnasica.
- Una minuscola pin della Linux SuSe, la collega A., traduttrice e programmatrice dalla carriera universitaria confusa, profetessa dell'avvento dell'open source in azienda (stiamo ancora aspettando).
- Una biro azzurra del cliente al quale fatturammo di più nel 2000, grazie al quale ottenemmo l'aumento, la collega F., project manager malinconica che consigliava Microservi in pausa pranzo. Quello sì che era un cliente affidabile. Produceva pacemaker. La biro ha cinque anni e funziona ancora, questo è un buon segno per chi porta i loro pacemaker. E quella sì che era una collega. Io non avevo mai letto Microservi.
- Un pazzesco wallpaper di webshots con il cielo blu e gli alberi invernali, la collega S., project manager malinconica (in quella ditta tutti i project manager erano malinconici), che per prima sfidò la regola aziendale dei desktop tutti uguali.
- Un mousepad sagomanto con un coniglio bianco e molte carote, l'elegante collega B., del marketing, con il quale in realtà non ho mai parlato, ma nei corridoi ci salutava sempre tutti con gentilezza, invece che fissare il vuoto come è usanza negli ambienti informatici non sindacalizzati ad alto turnover.
Ma ora vado, il mio permesso di due ore sfugge inesorabilmente.

postato da garnant | 09:52 | p.link |

giovedì, febbraio 17, 2005

Ieri sera ho cucinato le verdure con un masala di spezie comprato alla bottega del mondo. Oltre a sentirmi molto multietnica nonché equa e solidale, ho rallegrato L. che temeva i soliti gambi bolliti. Peccato che stasera io abbia evaporato tutto il suddetto masala sul campo da squash, attirando l'attenzione dei giocatori delle 18:30, che per qualche ragione sono sempre tutti britannici alti pallidi e arrossati sulle guance. E io piccola e nera alla curcuma sembravo un personaggio scappato da Goodness Gracious Me, diciamo la ragazza che dice sempre "you wish!". Per fortuna non c'era nessuno nello spogliatoio, quando ho aperto al massimo la doccia bollente e dalla mia testa sudata è salita una intensa nuvola finale di coriandolo.

postato da garnant | 22:38 | p.link |

da "il manifesto" del 14 Gennaio 2005
INFORMAZIONE
Florence e gli altri
di GIULIANA SGRENA

«Non andate in Iraq», ha detto Chirac ai giornalisti francesi. Gli ha fatto eco Fini da Roma. Le varie ambasciate, sotto pressione Usa, avevano già intimato ai giornalisti presenti a Baghdad prima dell'inizio dei bombardamenti, il 20 marzo 2003, di abbandonare il campo. L'intimazione non ha però avuto successo e la guerra è stata rappresentata, bene o male, sia da chi doveva subire il controllo del ministero dell'informazione iracheno che da chi, «embedded», era censurato dal Pentagono. L'ulteriore deterioramento della situazione irachena ha reso ancora più difficile fare informazione. I giornalisti sono ostaggio di tutti gli effetti perversi provocati dall'occupazione militare e dalla privatizzazione della guerra. L'ostilità degli iracheni verso l'occupazione si è ampliata fino a coinvolgere tutti gli stranieri: contractor, giornalisti o lavoratori umanitari. Non basta più essere francesi - per la posizione della Francia verso la guerra e l'occupazione - per avere un trattamento diverso. Del resto, quando si spaccia un intervento militare per «missione di pace» (come ha fatto il governo italiano), non si può pretendere che dall'altra parte si facciano distinzioni sottili. E purtroppo in questa spirale perversa Enzo Baldoni ha pagato di persona.

Ora anche l'esercito italiano ha «aperto» a corsi per i nostri aspiranti «embedded». Peggio: è arrivata alla camera, ed è già passata al senato, la revisione del codice penale militare che prevede l'applicazione della legge marziale nello «stato di pace» anche ai civili, giornalisti compresi, per «illecita raccolta, pubblicazione e diffusione di notizie militari». Naturalmente il riferimento immediato è alla «missione di pace» a Nassiriya.

L'informazione si è dunque militarizzata: a volte, come è successo a Falluja, è impossibile seguire quel che accade senza essere al seguito di un esercito. Ma la prospettiva resta esclusivamente militare, anche se qualche volta sfuggono immagini scioccanti come quella del marine che spara sul ferito disarmato dentro la moschea di Falluja.

Ribellarsi a questi schemi è rischioso, ma è un rischio che bisogna correre per fare informazione, per fare conoscere una realtà che altrimenti finirebbe solo nei bollettini di guerra o nei pamphlet di propaganda. Sempre di guerra.

Florance Aubenas ha sempre corso il rischio di informare: in Ruanda, Kosovo, Algeria, Afghanistan e Iraq. Anche per questo ci sentiamo al suo fianco.

postato da garnant | 20:51 | p.link |

mercoledì, febbraio 16, 2005

Per una volta non parliamo di musicisti morti, volete, parliamo del festivàl di sanremo, e vi prego di pronunciare l'accento tonico sulla à, come anziane prozie francesiste. Il festivàl di sanremo è quella cosa che si ottiene frullando al minimo dentro la tv una modella trampolata, un presentatore scherzoso, cinque cantantini lamentosi, e tre peonie passe. Il festivàl di sanremo assume valenza diverso a seconda dell'epoca e del contesto in cui lo spettatore vive. Se avete 11 anni nel 1986 e vivete in mezzo ad un campo arato, il festivàl di sanremo vi apparirà come il terzo evento socialmente più significativo di febbraio dopo san valentino e la festa delle medie, in questo ordine, nonchè ambientazione del favoloso Sposerò Simon le Bon, appena uscito nelle sale. Se avete 21 anni nel 1996 e vivete sopra un portico bolognese, il festivàl non vi apparirà affatto, per via dei fumi cyberpunk che invadono la stanza, che comunque non contiene una tv, o forse è quel cubo di plastica che tiene su la pila dei numeri di Decoder, chi può dirlo. Se avete 31 anni nel 2005 e vivete in un borghese condominio, vi apparirà come un significativo versamento dal vostro conto corrente, effettuato il 31 gennaio con causale "canone", e come fastidioso ronzio di fondo, paragonabile alla centrifuga della lavatrice del vicino, mentre ipnotizzati dall'ADSL cercate di capire come sta andando la Berlinale, e vi chiedete se non sia ora di installare un feedreader.

postato da garnant | 19:23 | p.link |

 Garnant e le altre - Dialoghi per il grande freddo (you can't always get what you want)

In auto

Garnant - Ok, da qui in poi non si sente più K-Rock, mettiamo una cassetta?
B. - Ho portato Tom Waits.
Garnant - Ottimo.
E. - Non possiamo mettere qualcosa di più allegro?
Garnant - No, sulla mia macchina non si ascolta mai qualcosa di allegro.
B. - Potevi salire con le altre.
E. - Ma loro ascoltano Laura Pausini!
Garnant - Tanto lì dietro non ci sono le casse, neanche lo senti Tom Waits.
E. - Ecco, inizia la solita fila di macchine.
Garnant. - Dura molto?
E. - Di solito fino ai tornanti, poi torna tutto abbastanza normale
B. - Sentite, questa è bellissima, parla di lui che è in carcere e scrive alla sua ragazza che fa la prostituta.
E. - Ma vi pare una cosa da ascoltare mentre si sta in colonna in autostrada? Almeno mettiamo gli U2! E poi cos'è questo ronzio nell'autoradio?
Garnant - E' normale, quando tengo i fari accesi l'autoradio fischia, ma solo con le cassette.
E. - E cambiarla?
Garnant - Costava poco, e non è colpa mia se adesso c'è questa legge e stiamo tutti con i fari accesi sotto il sole di mezzogiorno.
B. - Sssssshhhhttt! Adesso arriva la parte più triste!

postato da garnant | 18:57 | p.link |

martedì, febbraio 15, 2005

Ogni tanto visito JT Leroy per assicurarmi che stia bene. Arrivo sul suo sito tutta preoccupata, poi vedo le scarpe colorate, leggo una riga allegra, e mi tranquillizzo. Tempo fa al posto delle scarpe c'era questa immagine di un parcheggio, era immobile, disturbante. Impiegavi diversi minuti a capire che l'immagine si muoveva impercettibilmente, a minuscoli scatti. Pensate quanto bisogna sapere di se stessi, per inventare una cosa così e metterla davanti agli occhi dei propri lettori. Da quando ho letto Ingannevole il cuore più di ogni cosa e Sarah, in questo ordine, da quando JT Leroy mi ha spiegato con tanta lucidità come vanno i giorni e come il mondo fa di te quello che sei con o senza il tuo consenso, come tu riesci ad amarlo lo stesso e tanto, torno ogni volta sul sito con quella che credo sia una sorta di riconoscenza, oltre che consapevole ammirazione. Ultimamente il layout mi piace particolarmente, è carta da zucchero, sereno e folle. C'è anche la sezione fun, che io vi raccomanderei di non perdere, il Disguise-o-matic in particolare. Non credevo fosse possibile sorridere, mettendo a JT Leroy una parrucca rosa. Ma evidentemente.

postato da garnant | 21:38 | p.link |

Ogni tanto vado sul sito di Kurt Halsey, e mi cerco. Mi trovo sempre.
Eccomi qui.



(Ho conosciuto Kurt Halsey grazie a Secondsight)

postato da garnant | 18:55 | p.link |

lunedì, febbraio 14, 2005

Kevin Bacon si era un po' risentito all'inizio, solo all'inizio, per Six Degrees of Bacon, il gioco dei gradi di separazione cinematografici. Ma chi ti dimostra il suo affetto in modi un po' strampalati spesso è semplicemente più sincero degli altri, e così...

The Oracle says: John Cale  has a Bacon number of 3.
John Cale was in Lou Reed: Rock and Roll Heart (1998) with Lou Reed
Lou Reed was in Soul of a Man, The (2003) with Laurence Fishburne
Laurence Fishburne was in Mystic River (2003) with Kevin Bacon

I mie gradi personali di separazione sono solo 2, John Cale canta del Re Davide in Halleluija, I heard there was a secret chord that David played and it pleased the Lord (Leonard Cohen), e del Re Davide parla Kevin Bacon in Footloose, David danced before the Lord with all his might (Samuele, 6:1-19).

postato da garnant | 19:42 | p.link |
1 2
successiva
ultima