lunedì, gennaio 31, 2005
Oggi qui era vacanza per via di San Geminiano, santo patrono a cui sono molto devota per via della festa che cade così bene proprio al termine della bassa stagione sciistica. Resto devota anche a San Prospero, nonostante io non lavori più nel suo comune e quindi non possa godere della festa a base di castagne e primo freddo novembrino. Da atea con un passato cattolico, non nutro particolare risentimento nei confronti dell'educazione che ho ricevuto. Da bambina venivo regolarmente impacchettata come una piccola democristiana e accompagnata in chiesa, dove ascoltavo le scritture con un certo interesse, visto che mi piacevano i racconti. A quattro anni non possedevo gli strumenti critici per distinguere una storia vera da una immaginaria, perciò avevo deciso per convenzione che tutte le storie erano immagianarie, dal mago galbusera sui pattini al miracolo dei pani e dei pesci. Visto che nel frattempo nessuno era venuto a spiegarmi la differenza tra dogma di fede e pubblicità dei biscotti, ero approdata alle scuole elementari completamente atea e immersa in un mio mondo privato di racconti assortiti. Il prete che ci insegnava religione entrava in classe al sabato mattina, sorrideva dietro gli occhiali e ci raccontava di quando durante la guerra era una giovane staffetta partigiana in appennino, e portava i messaggi nascosti nella tonaca. Una sera i tedeschi lo fermarono e gli chiesero dove andasse, così di fretta, cosa avesse da dire a quelli della casa in fondo al sentiero. Sto andando a confessarli, rispose lui freddamente. Io non avevo mai ascoltato un racconto partigiano, e fino ad allora le storie per me erano sempre state tutta immaginazione, nessuno mi aveva mai detto questo è successo davvero, badate. Ero impressionata. E così divenni comunista, ma confusa dal contesto dell'ora di religione delle elementari mi convinsi di essere diventata credente. Passarono gli anni e il prete morì, e nessuno più camminò per l'unica strada del paese con la tonaca nera e il breviario aperto in mano e le storie di partigiani all'ora di religione. Il nuovo prete veniva da Centocelle ed era un esperto di prevenzione del degrado giovanile. Installò immediatamente in canonica un fornitissimo bar autogestito, un tavolo da biliardo con il panno verde sbiadito, un videogioco automobilistico con il mobile vero, e una mini-biblioteca dove lessi il mio primo libro di Ballard. A quel punto avevo tredici anni, ero comunista, e avevo anche una discreta vita sociale. Per quanto ne sapevo allora, mi mancava solo il motorino. Dopo il prete di Centocelle, due anni dopo, arrivò un ex missionario direttamente dal Madagascar, pioniere di quello che di lì a qualche anno sarebbe diventato il commercio equo e solidale. Possedeva una magnifica chitarra acustica Ibanez con tracolla sfilacciata, e fu lui a prestarmi il vinile di Decades di Neil Young, in modo che io potessi metterlo su cassetta e farne la mia bibbia della West Coast. E quello è stato l'ultimo prete prima del mio ritorno all'ateismo. Nonostante io sia caduta da cavallo innumerevoli volte, fatto testimoniato da una cicatrice molto graziosa che porto all'interno dell'avambraccio sinistro, sono diventata atea un sabato pomeriggio viaggiando in motorino, il motorino che finalmente era venuto a completare la mia vita di adolescente, un magnifico Ciao nero a miscela. Procedevo ai quaranticinque all'ora costanti verso il rifugio del cane, dove allora lavoravo come volontaria, e improvvisamente mi colpì la nozione dell'ateismo. Non esiste un dio trascendente e creatore, il dio dei grandi monoteismi è una invenzione umana, elaborata allo scopo di definire un codice etico uniforme e di dare un senso alla fatica del vivere. Quindici anni, le storie partigiane, il commercio equo e solidale col Madagascar, Decades di Neil Young, qualche nozione di biliardo, un romanzo di Ballard, un fantastico Ciao nero. Tutto questo insieme si chiama punto di partenza.
Quando leggo Douglas Coupland, quello che più mi affascina è vedere come si possa tendere alla stessa visione del mondo, allo stesso senso di sacralità immanente nel mondo, partendo da contesti radicalmente diversi, il cattolicesimo conformista dell'Italia democristiana da una parte, dall'altra l'ateismo puro da vertigine di chi vive al confine del wilderness. Per questo non porto rancore all'educazione che ho ricevuto, ho imparato che alcune storie sono vere, che altre sono immaginarie, e che ci sono sempre ragioni da comprendere. Così rimango affezionata a San Geminiano e San Prospero, che entrambi hanno curiosamente operato lo stesso miracolo, far scendere una nebbia fitta rispettivamente in novembre e in gennaio, in Emilia, pensate, proteggendo le città dagli invasori. Sarà per quello, osserva L., che la banca li ha scelti entrambi per il suo nome, Banco San Geminiano e San Prospero.
domenica, gennaio 30, 2005
Per una volta un post illustrato, diciamo un post a colori, domenicale.
Quando ho visto per la prima volta Sid and Nancy, ed era la fine degli anni '80, ero convinta che la vicenda fosse estremamente romanzata. Me lo confermava allora Johnny Rotten, con il suo "mere fantasy...the Peter Pan version". Me lo conferma oggi il regista Alex Cox nel making allegato al dvd sotto forma di piccolo libro. Se avesse raccontato la verità, il film non sarebbe mai uscito. Eppure, e l'ho scoperto rivedendolo la settimana scorsa, in Sid and Nancy c'è più verità di quanta ne avessi riconosciuta a quindici anni. I baked beans, per esempio,
esistono davvero, e costituiscono davvero una parte significativa dell'alimentazione britannica insieme agli alcolici. Dunque quelle lattine appiccicose non sono un elemento del degrado dei junkies, sono la quotidianità, come sono poi diventate la quotidianità per me, affondata nel divano mezzo sfondato accanto all'amico pallido della padrona di casa, davanti alla tv a guardare il torneo di Wimbledon divorando uova fritte e baked beans, appunto, con le bottiglie di birra in fila sul tappeto. O per sulle scale moquettate di grigiastro in un b&b qualunque, scendere in cucina con la latta dei fagioli in mano e chiedere al tizio, chiunque egli fosse, hai qualcosa per aprire una latta, e imparare così la parola tin-opener sentendomi un'idiota. Io i baked beans li trovo persino buoni, e a questo punto penso anche di aver capito il perchè. Un'altra cosa che non sapevo, o almeno non la sapevo fino ad un paio di anni fa, quei musicisti dentro Sid and Nancy non sono morti, non tutti, non ancora. A quindici anni soffrivo di disperazione da sono arrivata troppo tardi per la musica che ha contato qualcosa, l'eroina ha già tradito il rock e ora ci resta solo un po' di vinile usato e da collezione. Scriveva Tondelli nel 1986, "la cultura della droga è finita con quelle morti in piscina, su una roulotte, in una vasca da bagno, nel cesso di un aereo privato. E' finita, e con essa è finito, non solo, indubbiamente, il rock, ma pure un'epoca di sogni e di speranze". Di questo ero convinta, per questo allora non notavo John Cale che cantava She Never Took no for an Answer, per questo non afferravo che Joe Strummer avrebbe fatto ancora musica, e che la fine sarebbe stata un'altra, e sarebbe arriva all'improvviso e altrove. Mi ci è voluto un concerto al cinema estivo di Correggio due anni fa, mi sono dovuta trovare a un metro dalla viola elettrica, mentre un John Cale molto vivo e praticamente vestito da spiaggia allontanava gli insetti di luglio con l'archetto, e mi ci è voluta Redemption Song versione Streetcore, ascoltata in macchina da una radio locale in mono. E dunque un'altra cosa ancora, importante.
La spazzatura che ti cade in testa quando sei per strada a New York e sei ubriaco e abbracci qualcuno che ami, beh, quella spazzatura è solo in parte metaforica.
sabato, gennaio 29, 2005
Gianni Clerici allieta regolarmente la mia pigra colazione del sabato mattina con i suoi pezzi su Repubblica. Dal tristo giorno in cui Telepiù2 andò criptato, mai più ho potuto godere delle superbe telecronache tennistiche di Clerici, Tommasi e Scannagatta, cronache che raggiungevano l'apoteosi durante le torride estati di Flushing Meadows, quando appena si intravedeva la possibilità di un settembre più mite, poco dopo il compleanno di Jimmy Connors. Vi parlo di tennis, in realtà, più che altro per ostentare una mia affinità con David Foster Wallace, che consiste nell'essere stati entrambi, alle superiori, tennisti in un paese a vocazione foraggera. Campi da tennis e campi di frumento, un po' di trigonometria e una volta anche un piccolissimo tornado. Non avrò capito nulla di Infinite Jest, ma credo di aver comunque afferrato qualcosa di Verso occidente l'impero dirige il suo corso, o almeno quando incocco una freccia mi sento negli occhi uno sguardo strano, deve per forza significare che qualcosa ho capito. Ma dovessi mai incontrare David Foster Wallace, cercherò di buttarla sul tennis e sul frumento, sul pomeriggio in cui io e l'amica E. guardammo una partita in criptato, muta, nerastra, con l'immagine in negativo, prima di abbandonare per sempre ogni speranza di rivedere il tennis in tv e decidere di uscire in bici verso l'unico campo della zona, terra rossa, sole estivo, da un lato la vigna dall'altro il campo di frumento. Per fortuna ci è rimasto Clerici sulla carta stampata, che giusto oggi racconta la sua cronaca degli Open d'Australia.
"MELBOURNE - Fin da ragazzo, da quando scrivevo - ma sì - di calcio, e facevo il secondo a Brera per il Giorno, avevo capito che la cronaca era superata. C'erano, a renderla impraticabile, due invenzioni: la tv, e il flusso di coscienza di James Joyce. Tuttavia, in questa notte australiana, sono visitato da un dubbio. Magari, il lettore aficionado è privo di televisione, così come accade allo scriba, a casa sua. Magari, il lettore fatica a credere che l'imbattibile Roger Federer sia stato battuto, crollando sul cemento senza racchetta, mentre Marat Safin metteva in campo l'ultima palla.
Forse è il caso di fare un pochino di cronaca, di un match che, nonostante siamo solo in gennaio, potrebbe diventare il match dell'anno [...]"
giovedì, gennaio 27, 2005
Immaginate di lasciare l'Alexanderplatz una mattina di agosto, tutto Unter den Linden e poi inversione sotto la Porta di Brandeburgo, prendere per Kreuzberg, sinistra destra viuzza stradone Neukölln, giù fino a Schönefeld. Poi attraversare lo Spreewald, fare colza al distributore, sgranocchiare biscotti, passare Forst e poi la frontiera, infilare un'autostrada polacca, conifere per duecento chilometri, cesti di mirtilli e funghi e nani da giadino di tutte le taglie lungo la striscia di asfalto. Alzare il volume di Neil Young perchè la pavimentazione fa le onde. Poi fare il primo bancomat guardandovi un po' le spalle in una paese con le cicogne sui tetti. Comprare pane a gesti, trovare un lago e un campeggio, sforzarvi di pronunciare il nome di una birra. Cucinare, schiacciar zanzare. Poi altra autostrada, paesini e madonne nere, carri e cavalli, altre cicogne, prati, città industriali, una centrale nucleare, sembra. Decidere per una birra che si pronuncia facile, trovarla più buona di quella col nome difficile. Ordinare in tedesco un pasto da quattro portate sperimentali. Mangiare come lupi e ridere. Arrivare a Oswiecim un pomeriggio tardi. Non trovare il cartello Auschwitz per di qua, non trovare nulla. Tentare ancora, trovare un parcheggio anonimo, una tabella di orari, e un prato. Alberi alti e molto verdi, un bel niente intorno, campi, costruzioni chiuse. Sbirciare. Non si vede il cancello. Possibile che non si veda, che sia tutto così piccolo? Possibile che sia tutto verde? Decidere che sarebbe insopportabile dormire in campeggio a un chilometro dal cancello, anche se non si vede. Decidere che invece sarebbe insopportabile andar via. Accamparsi. Cucinare, dormire. Svegliarsi al mattino, attraversare il cancello.
E così adesso ci siete, ad Auschwitz, e poi sarete a Birkenau e a Monowitz. E non è un libro duro di Levi, non è un bellissimo film scritto da Moni Ovadia, non è una toccante canzone di Guccini. Non è un monito e nemmeno un simbolo. E' pietra rossa, legno nero, sassi, metallo, cenere nella terra e nell'acqua, nell'aria, cosa credevate, siete lì per respirarla. In cinquant'anni ci sono cresciuti gli alberi, e molta erba. C'è sempre il vento. D'estate c'è il sole. Ci è cresciuta una fabbrica della FIAT, si vede in fondo all'ultimo camino di Birkenau, non la guarderete più uguale, una FIAT. Birkenau è così enorme che ci si sente sconvolti dell'aver pensato solo il giorno prima che Auschwitz era piccolo. Le rotaie sono lì nere e alte sui sassi, a tagliare una distesa di erba e pietre rosse, non si riesce a percorrerle tutte, quelle rotaie, mancano le energie. Facile parlare di amore e di pace, quando si cammina altrove. Difatti, i visitatori di Auschwitz stanno tutti zitti.
mercoledì, gennaio 26, 2005
Trent'anni suonati, di cui cinque da pendolare sulle tratte bolognesi, due inter-rail all'attivo, innumerevoli biglietti BIJE e RIT, di cui uno circolare Vienna via Bratislava-Budapest, insomma, posso prendere il treno ad occhi chiusi, solo annusando l'aria. Peccato che questa mattina verso le sei e mezza, e quindi a maggior ragione ad occhi chiusi, io abbia sentito chiaramente la puzza di treno espresso, ma sia salita sul milano-napoli invece che sul lecce-torino. Viaggiare in treno nella direzione sbagliata prima delle sette del mattino è una esperienza molto spiacevole. Desidero quindi ringraziare pubblicamente, per l'inaspettata comprensione e la pronta assistenza, le seguenti persone: il capotreno brizzolato dell'espresso lecce-torino, l'addetta occhialuta alle informazioni dello sportello di mezzo della stazione di Bologna, e la bigliettaia pacata della biglietteria in fondo a sinistra della stazione di Modena. Difatti alla fine sono arrivata quasi puntuale al Lingotto, perdendomi solo due pattinatori dell'Azerbaijan, e deludendo molto la tizia che si era accapparrata il mio posto sperando nel mio no-show. Ero al palaghiaccio per gli europei di pattinaggio artistico, un sopralluogo in vista delle olimpiadi invernali di Torino 2006. Dovete sapere che sono una aspirante volontaria, spero di essere una di quelle personcine che dotate di secchio di ghiaccio semisciolto e cazzuola tappano i buchi della pista prima che passi lo zamboni. Lo zamboni, la grossa macchina per rifare il ghiaccio invariabilmente guidata da un uomo sempre sui sessanta e sempre molto serio, assistito da un uomo sempre con i capelli incolti e i pattini ha hockey. Chi non vorrebbe essere come Woodstock e i suoi compagni della squadra di hockey, appollaiato sullo zamboni che liscia la pista! Naturalmente quella del secchio e della cazzuola è solo una speranza. Più probabilmente finirò a ballare dentro una mascotte pelosa durante le gare di curling, affascinante sport su ghiaccio assimilabile al gioco delle bocce, credo, non ho mai capito le regole. Le regole del pattinaggio artistico, invece, cambiano sotto il mio naso. Su inziativa di Ottavio Cinquanta presidente dell'International Skating Union, il metodo di punteggio è cambiato recentemente allo scopo di garantire oggettività di valutazione sia sugli elementi tecnici che su quelli artistici. Ma se l'elemento tecnico è di per sé ben definibile, valutare oggettivamente un elemento artistico significa inevitabilmente stabilire dei parametri estetici, decidere cosa è bello. Per ora la situazione è piuttosto nebulosa, senza punti di riferimento noti, atleti e pubblico osservano i nuovi punteggi in silenzio senza riuscire a capire se questi sono alti o bassi, essendo "alto" e "basso" concetti relativi. Ma forse la strada è buona. Difatti io avrei istituito, tra le nuove voci di giudizio, anche una detrazione per i gesti che sconfinano nella mimeria, e soprattutto per gli arrangiamenti musicali di cattivo gusto.
martedì, gennaio 25, 2005
A causa dello spirito del ravanello che volevo mostrare nel post precedente, oggi sono stata colta da un violento raptus di ricerca su google images. Trovato lo spirito che cercavo, sono passata a pattinatori artistici di cui ero ammiratrice alle elementari, e ho constato con una certa amara consapevolezza che le loro foto sono in bianco e nero e i loro gesti hanno qualcosa di sovietico. Poi ho osservato le mie omonime, l'attrice off-broadway intensa e sovrappeso, la pallavolista ispanica in ricezione, la giocatrice di basket irragionevolmente alta per portare il mio stesso nome, una impiegata riccioluta e sorridente che nulla ha a che fare con me considerato quanto poco sorrido in ufficio, e infine la giocatrice di softball dal fisico atletico e dalla divisa infangata, decisamente la mia preferita, il mio modello. Lode alla potenza rivelatrice di google images.
lunedì, gennaio 24, 2005
Stanca di distopie futuribili, al Future Film Festival di Bologna ho tralasciato Appleseed e Steamboy e scelto una giornata tutta Studio Ghibli. The Cat Returns al mattino nella morbida sala 1 del Capitol, poi la gelida fila per gli ambitissimi biglietti di Howl's Moving Castle, fila immobile e testarda, alcuni più testardi di altri riscaldati dal fungo di metallo, poi il film e l'incontro con la Kappa edizioni sul romanzo di Diana Wynne Jones, da cui Miyazaki ha tratto la sua animazione. Stanca perchè da qualche anno, per la precisione da Matrix, ho l'impressione che nelle distopie futuribili abbiamo cominciato davvero a crogiolarci, ormai è troppa la familiarità col modello di straniamento, ci troviamo a nostro agio, ci sentiamo quasi fieri del nostro tempo anestetizzato, perchè quello produrrà la distruzione del mondo e la conseguente riscossa del sopravvissuto, figura in cui vorremmo identificarci, perchè il sopravvissuto sarà eroico e potrà sentire sulla propria pelle e sui proprio stracci la buia pioggia dell'apocalisse, e potrà finalmente lottare contro il male, invece che passare le sue serate a calcolare l'aliquota dell'iperf. La distopia futuribile oggi non ci sconvolge più, semmai ci tranquillizza, motiva la nostra indolenza. E così dopo quindici anni di cyberpunk, Gibson e Giger in tutte le salse, ora voglio sapere qualcosa di me che non sia il mio solito presente e passato di inquietudine nucleare, robotica o biomeccanica, voglio sperare che ci sia anche altro nel mio mondo. Così oggi mi interessa di più lo spirito del ravanello. Chihiro incontra per la prima volta lo spirito del ravanello in uno degli ascensori delle terme degli spiriti, in Spirited Away. Lui non parla ma ogni volta che la incontra si salutano con un inchino. Nei film di Miyazaki si fanno molti incontri, creature del passato mitico giapponese, ragazzi del Galles delle miniere, streghe del mondo celtico, streghe del mondo russo, piccoli spiriti degli alberi e del fuoco, di cui tutti in qualche modo già sappiamo. Ogni incontro spalanca un mondo vivo e multidimensionale, ogni personaggio è straniato e dunque simbolico, ognuno è un percorso umano privato e comune. Io non so chi sia esattamente lo spirito del ravanello, non conosco a sufficienza la cultura giapponese, ma l'ho incontrato tante volte da piccola nelle serie animate, e ora è come se ogni volta ci salutassimo con lo stesso inchino. Forse Chihiro ha conosciuto anche lei lo spirito del ravanello nelle serie animate. Ma cosa sa della baba-yaga che vive nei boschi in Russia, in una casa protetta da uno steccato di ossa e teschi, l'aspetto e il nome tanto simili alla Yubaba che comanda le terme degli spiriti? E Howl che abita un mondo di magia celtica e rivoluzione industiale, perché il suo castello cammina su zampe di gallina, come di nuovo la casa della baba-yaga dei boschi? E ancora, perchè la guerra si combatte sempre nel cielo con strani mezzi antichi e immaginari? Forse perchè il padre di Myazaki costruiva timoni per gli aerei da guerra, la guerra che ha tanto sconvolto la vita di tanti giapponesi? Forse perchè il volo delle macchine aveva già ispirato Leonardo e H.G. Wells e Saint-Exupery? E il fumo delle macchine non è forse nero come il fumo del fuoco che brucia la foresta di Mononoke principessa lupo? Una cosa è certa, bisogna essere gentili con i demoni, non è detto che vogliano farci del male solo perchè sono demoni. E se piove, è un gesto gentile prestare un ombrello, ad uno spirito dei boschi come ad una ragazza trasformata in vecchietta. Poi, fuoco e fuliggine sono nostri compagni, anche loro devono essere trattati con gentilezza. Infine, meglio non fare troppe pulizie di casa. Di Myazaki, confesso, non amo le contorsioni della trama e i finali catartici, come è questo di Howl e come era quello di Mononoke, preferisco le trame lineari e le conclusioni intimistiche, Chihiro che viaggia sul treno fino a fondo di palude, il gattobus che riporta a casa Mei e Satsuki sui suoi sedili pelosi. Ma di Myazaki amo il coraggio di parlare del mondo attraverso le leggende che ci mettono paura da bambini e che finiamo per ridicolizzare da grandi, e che ci procurano strani incubi quando studiamo Morfologia della fiaba di Vladimir Propp per l'esame di letteratura tedesca. Amo la capacità di cucire l'immaginario come una trapunta che rappresenta il mondo e il tempo, dai villaggi del medioevo giapponese ai negozi di cappelli vittoriani, dai robot della fantascienza alle pietre magiche della fantasy, dagli enormi alberi della canfora alla brughiera dove piove e ci sono i fiori, e poi una atlantide addormentata tra le nuvole. Per questo mi sorbisco tutti gli anni l'assurda fila al Future Film Festival, divoro crescioni pomodoro e mozzarella per riscaldarmi, chiedo informazioni allo staff sempre un po' stranito, poi affondo nella poltrona rossa sperando che il film sia molto lungo, giro tre volte intorno al palazzo di Re Enzo per trovare l'ingresso, e infine mi butto soddisfatta sul caffè con la panna fresca.
domenica, gennaio 23, 2005
L'agenzia di viaggi è di passato comunista, la compagnia aerea partner Lufthansa, le amiche ottime e alcoliche, così mi son fatta convincere ad andare in un albergo stile all-inclusive. Che però sia semplice, economico, e soprattutto niente asciugamani piegati a forma di cigno, ho raccomandato. L'amica B. torna dall'agenzia con un depliant semplice, un preventivo accettabile, e uno sguardo colpevole. Scruto le foto con aria sospettosa. Chichen Itza, cocktail variopinti, maschere da immersione, e una camera simpatica tutta gialla e rossa. Ma un dettaglio attira la mia attenzione, avvicino il foglio al naso, ed eccolo, al centro del letto, il fottuto asciugamani piegato a cigno. Giro pagina, un altro letto, l'asciugamano è a forma di ventaglio. E questo cos'è, chiedo indicando con l'unghia laccata di rosa. Beh, ecco, pensavamo che non te ne saresti accorta... magari a noi danno gli asciugamani normali, e poi non c'è bisogno che lo fotografi... il tuo lo fotografo io, conclude l'amica B. meditando di immortalarmi mentre strangolo il cigno. Il mattino dopo leggo i commenti sull'albergo da tripadvisor.com. Mediamente buoni, cucina locale, molto snorkeling, simpatiche le lezioni di spagnolo. In particolare, Anne da North Bay Ontario ha trovato davvero cool tutti i diversi animali fatti dalla cameriera con gli asciugamani. Ma dai, tanto saremo ubriache tutto il tempo, non te ne accorgi neanche della forma dell'asciugamano, insiste l'amica B al telefono. E così mi immagino, sdraiata la notte sul mio letto messicano, mezza ubriaca ad ascoltare Joe Strummer dall'ipod, l'asciugamano a forma di cigno strangolato sul pavimento.
sabato, gennaio 22, 2005
Qualcuno ricorderà la mia maglia nera nostalgicamente dark. Quella che non si può asciugare alla luce diretta del sole. Ebbene, l'ho lavata diverse volte ormai, e nonostante la prima volta l'abbia lasciata immersa a lungo nell'acqua fredda, continua a colorare l'acqua. Di rosso scuro. Va tutto bene.
giovedì, gennaio 20, 2005
Dopo quattro anni di hatha yoga e sei mesi di squash, posso affermare con una certa competenza, e immaginatemi ora nella posizione del cobra mentre tengo in equilibrio sul naso una pallina da squash come se fossi una foca, posso dunque affermare che è indubbiamente gratificante percepire il perfetto allineamento del proprio corpo mentre si esegue la sirshasana, la posizione sulla testa, ed è certamente liberatorio picchiare contro il muro con cattiveria una pallina di gomma nera che diventa sempre più calda e comunque non rimbalza, correre e colpire fino ad inzuppare la maglietta dry-fit che è fatta apposta per non inzupparsi. Ma sarebbe decisamente più gratificante e liberatorio poter superare tutte le rimozioni psicologiche, poi le sublimazioni sportive, e fare quello che si desidera davvero fare, e cioè colpire il setto nasale di alcune specifiche persone con un calcio violento, altissimo ed elastico.
mercoledì, gennaio 19, 2005
Ben convita a non lasciarmi coinvolgere da questo iperproduttivo odio per le giornate di neve, che impediscono agli operosi dipendenti di accorrere gioiosi e puntuali in ufficio per la gloria, mi sono infilata ieri notte sotto il mio piumone bianco, tirandolo fin sopra le orecchie, mentre fuori nevicava. Il mio amato piumone è azzurro da un verso, bianco dall'altro, e durante la stagione sciistica lo tengo sempre dal lato bianco, come gli aborigeni rovesciano il bastone della pioggia invocando il temporale. Ho dormito come un sassolino (piccola pietra o liquore per torte, come si preferisce) sognando qualcosa di confuso, e svegliadomi solo leggermente alle cinque al rombo distante dello spazzaneve comunale. Ho indugiato al mattino col preciso scopo di arrivare in ufficio in ritardo, per ricordare con la mia anomala entrata che non importa quanto si addestri il responsabile del personale ai combattimenti clandestini, la natura leopardiana continuerà a manifestare la sua superiorità inviando fredda bianchissima neve ad intralciare il traffico in tangenziale. L'aria in cortile era favolosa, esattamente quell'aria che ti induce l'irrazionale e irresistibile desiderio di vestirti di goretex imbottito, indossare scomodissimi scarponi di plastica e metallo, caricarti due assi di legno sulla spalla, acquistare un costosissimo tesserino magnetico, ibernarti su una seggiovia e infine buttarti da un pendio ghiacciato senza aver mai imparato davvero uno straccio di tecnica decente. Faceva freddo ma io avevo una sciarpa morbida girata quattro volte intorno al collo, i guanti spessi di pelle da amazzone, stivali carenati, e sulla faccia un voluttuoso strato di crema idratante euforizzante, si, euforizzante, sopra c'è scritto proprio così, indurrebbe le endorfine della pelle ad agitarsi tutte per l'emozione di una nuova frizzante giornata in ufficio. Così mi sono infilata in macchina, avevo dormito bene, avevo la pelle euforica, la radio accesa, e fuori era tutto bianco. Nevicava leggermente e il laghetto del ristorante era un ovale scuro, del tutto immobile. E' stato allora che la radio ha fatto silenzio. Poi.
Please give me a second grace
Please give me a second face
Ma la perfezione non è durata un istante, perchè a metà del primo please era già chiaro che era una cover, una cover, capite. E difatti a metà del secondo please la neve si è trasformata improvvisamente in pioggia, sono arrivata al primo incrocio con la civiltà, con la neve grigia e molle, poi con il fango di pioggia e neve grigia, poi il semaforo, la tangenziale e infine il parcheggio non spalato dell'ufficio. Inutile dire che non c'è stata alcuna viola. Con questo io non desidero in alcun modo collegare l'anima di Nick Drake alla neve leggera al mattino e dire che Nick Drake ci manca terribilmente e che senza di lui siamo irrimediabilmente affondati nella fanghiglia. Non desidero farlo perchè non si buttano sul sentimentale cose così serie. D'altra parte, questo che ho raccontanto è esattamente quello che è successo, sapete. For it’s really too hard for to fly.
martedì, gennaio 18, 2005
Durante una casuale conversazione con un tale più spilorcio di me, più pallido, più spettinato, con abiti più mesti, con denti più grigi (non ho i denti grigi, lo scrivo solo per terrorizzarmi da sola e convincermi a prendere appuntamento dal dentista, è già passato un anno), durante insomma dieci minuti di squallida quotidianità, ho avuto una fredda illuminazione. Troppa spilorceria imbruttisce. Così me ne sono tornata a casa con una specie di ordine robotico nel cervello, com-pra-re com-pra-re, ed ecco allora quello che ho comprato nel fine settimana. Banana Yoshimoto, Il corpo sa tutto, in realtà non l'ho proprio comprato, l'ho preso a prestito in biblioteca, mi ci voleva un approccio soft alla mia giornata di shopping. In effetti mi sento moralmente obbligata a leggere man mano tutti i nuovi libri di Banana Yoshimoto da quanto dieci anni fa ho letto Kitchen, visto Kitchen, e risucchiato la mia prima tazza di udon scottandomi e schizzandomi ovunque col brodo. Ma non per questo mi sento obbligata a comprarli, i suoi libri, che ormai cominciano anche a mettermi un certo tedio minimale. Zöe Jenny, Una vita veloce, anche questo a prestito in biblioteca, autrice coetanea, esordio brillante, ambientazione Berlino, storia multiculturale. Non so, dovevo lasciarlo sullo scaffale? Aldo Nove, Superwoobinda, continuo a sentirne parlare, e resistere alle mode non è sempre o necessariamente una buona idea. Mudrooroo, Gatto selvaggio cade, sempre biblioteca, attratta dalla copertina, un gatto che sembra un gatto di Haring, e dietro un autore australiano. Poi Fracci tra poco se ne va in Nuova Zelanda quindi se voglio capire i suoi prossimi post devo migliorare la mia competenza dell'altro emisfero. Marco Philopat, la Banda Bellini. Ispirata da Scum e avendo già letto Costretti a Sanguinare, avendo già amato Costretti a Sanguinare, per la precisione. Martin Cruz Smith, Red Square, ancora in biblioteca, letto un sacco di tempo fa e preso a prestito col solo intento di sfogliarlo e coglierne qualche passaggio succulento, come attività autoindulgente che coinvolga Arkady Renko.
E finora non hai comprato niente, starete pensando. E poi sono tutti libri corti. E questa faccenda dei denti, poi.
Allora passiamo ad Amazon. Dvd di Lost in Translation, adorato al cinema, compresi i primi 30 minuti dove non succedeva niente, ma niente di niente. Lo sconto era del 70%. Dvd di Sid and Nancy, causa recente mania compulsiva di cui post sotto. Ora è mio, e con uno sconto del 30%, però non arriva prima di venerdì. A noleggio in videoteca, dvd di Scooby Doo, che è un film abbastanza simpatico, e di certo più dignitiso di quella roba presunta seria come Il sesto senso che era lì accanto sullo scaffale apposta per irritarmi. Gli acquisti su iTunes. Mark Lanegan, Stay, quanto mi piace la voce di Mark Lanegan, ero nel parcheggio a Bologna all'Independent Festival e lo sentivo chiaramente oltre il terrapieno, per via del vento a favore, i minuti migliori della serata. REM, Leaving New York, scelta trita, lo so, ma ero al JFK proprio mentre passava di continuo in radio, quindi inevitabile. Franz Ferdinand, The Dark of the Matinee, ormai in radio è sparita, mi mette una certa vaga nostalgia di non so cosa. Joe Strummer and the Mescaleros, Redemption Song, no, non ce l'ho Streetcore, si, me ne vergogno, basta così. Poi, acquisti sul sito del Future Film Festival di Bologna, The Cat Returns, due biglietti. In realtà volevo anche la prenotazione per Howl's Moving Castle di Myazaki, ma a quanto pare è impossibile in rete, mi incollerò alla biglietteria come l'anno scorso, e almeno ho già qualcosa in tasca dello studio Ghibli, con le sue linee tonde. Al FFFestival c'è anche un film su una ragazza derisa dai colleghi d'ufficio che di notte diventa una sexy cyborg che combatte il crimine, trama che mi attrae molto, ma devo ancora documentarmi. E ancora, su Ticketone. Europei di Pattinaggio Artistico di Torino, Short Program Men, due biglietti. Mancata nel '92 l'opportunità di vedere Victor Petrenko vincere le Olimpiadi di Albertville con un numero spropositato di tripli Axel, con una combinazione impossibile, mentre la bandiera dell'Ucraina ancora non si poteva usare perchè l'Unione Sovietica si sbriciolava proprio in quei mesi, almeno vedrò Yevgeny Plushenko eseguire la sua celebre trottola-cervo, figura che prima di lui eseguivano solo le ragazze. Alla fine tutti questi acquisti mi hanno messo fame, così sono arrivati tre grossi sacchi di crocchette per il locale canile, una pizza con funghi freschi e pomodorini per me, una birra, un caffè. Non so che aspetto avessi lunedì mattina, col il cervello ripieno di gatti australiani che cadono, di ragazze giapponesi malinconiche che mangiano piatti saporitissimi, di assassini che sanno di bagnoschiuma Vidal, di vecchie punkzine locali e vecchi pantaloni scozzesi, della Berlino di una ragazza turca, della Berlino di Renko, di Tokyo vista da un'americana, Londra con il lucchetto al collo, Scooby Doo where are you, Lanegan a Bologna, il JFK, Glasgow proprio adesso, Joe Strummer e Bob Marley, gatti e maghi dentro gli anime, il triplo Axel come niente, le crocchette e i funghi freschi. Probabilmente avevo la solita aria, quella dove sono, che ci faccio qui.
lunedì, gennaio 17, 2005
Certo non sono più puntuale come ero anni fa, quando tamburellavo con le dita sul volante della panda dance mentre qualcuno scendeva le scale con gli anfibi slacciati, un pezzo di pizza tra i denti e i capelli che sapevano di shampoo. Oggi sono piuttosto un personaggio da metà classifica, che arriva con quel ritardo sostanzialmente accettabile che nessuno nota, perchè c'è sempre un altro ancora più in ritardo o proprio disperso. O comunque solo occasionalmente vengo accolta da un polso proteso e da un'unghia che batte sul quandrante dell'orologio. Ma tutto questo non mi impedisce di apprezzare un po' di sana precisione tedesca. Gleich è tra poco, nel senso di entro dieci minuti, non quindici, non venti. Jetzt è adesso, ma proprio adesso, non tra cinque minuti. Così funziona il mondo tedesco, e così funzionanto i canali televisivi tedeschi, se il film inizia gleich puoi andare in bagno, ma se inizia jetzt proprio no. E nel caso ci fossero dubbi, su SAT1 la pubblicità è incorniciata, e sotto la parola jetzt compare un counter, che parte da 60 secondi e scende fino a O. A zero, il film inizia. Non prima, non dopo. A zero. Jetzt. E sul sito degli Einstürzende Neubauten la musica non si vende a 99 centesimi pressapochisti al brano, la musica si vende a 25 centesimi esatti al minuto, Silence is Sexy 6:41 minuti a 1,50 Euro, Sabrina 5:26 minuti a 1,25 Euro. E ogni volta mi pento, di essere diventata un personaggio da metà classifica, di dire scusate scusate, di sperare che non ci sia traffico, ma anche di chiedermi se il brano non sia troppo corto per costare ben 99 centesimi.
domenica, gennaio 16, 2005
Proprio mentre la tristezza mi attanaglia di fronte alla parete dei dvd a noleggio, Bruce Willis di qua, Matt Damon di là, una telefonata al bancone. Si, dimmi, Solaris, no, la traccia in inglese c'è, volendo anche inglese con i sottotitoli in russo, come sarebbe ti parte solo la traccia in russo, no, prova il menù di sinistra, hai provato, non va, guarda, sono sicuro che c'è, riprova. Un po' consolata mi avvicino alle offerte. VHS di Galaxy Quest a quattro Euro, un Alan Rickman alieno e probabilmente già smagnetizzato. L'acquisto più sensato sembra essere quattro episodi di Dawson Creek in dvd a cinque euro, un euro a episodio e un euro di supporto, onesto. Lost in Translation in vendita è in magazzino, non prima di martedì, 20 euro contro i 9 pound di Amazon più spese, vorrei che Sofia Coppola non minacciasse così la mia proverbiale spilorceria, no, invece sono felice che sia capace di farlo. Scusa, avete Sid and Nancy? Controllo. L'espressione è neutra. No, non lo teniamo più, e non è in comercio in Italia. Ok, grazie, allora prendo questo. Scooby Doo?!?! Si. La mia espressione è neutra. Scooby Doo. Magari ci fossero anche le Wacky Races.
venerdì, gennaio 14, 2005
C'è questo tizio gentile sulla lista di Cale, lista semi ufficile che Cale sostiene di ignorare studiatamente, che vuole spedirmi la registrazione dell'ultimo concerto di Chicago perchè si è divertito a leggere una mia cosa, poi per promuovere la condivisione gratuita dei bootleg contro la mercificazione degli stessi su ebay e simili, e come gesto simbolico di scuse per il fatto che i suoi connazionali hanno votato Bush. Certo il mondo sarà un posto freddo quanto volete. Ma poi c'è anche chi si impegna molto per scaldarlo. Non so, date un'occhiata per esempio alle immagini nei commenti degli ultimi post.
giovedì, gennaio 13, 2005
Sarà Billy Idol, mai piaciuto, ma che posso farci, che mi ripete di continuo well memories will burn you mentre fisso il vetro opaco dell'ufficio, sarà Joss Whedon, creatore di Buffy, che cerca ossessivamente di piantare nel cuore di Spike una bandierina con su scritto did it my way, invece del più tradizionale paletto, ma tutto d'improvviso ho una gran voglia di rivedere Sid and Nancy. E dove lo trovo adesso Sid and Nancy? La vecchia videoteca me la immagino buia e spettrale, le custodie vuote aperte abbandonate sul pavimento, le fascette arricciate agli angoli, in un angolo un mucchio di numeri di plastica colorata. Lo so che la vecchia videoteca è ancora aperta, la vedo quando tento invano di parcheggiare in un posto in centro dove tentare di parcheggiare è pura attività nostalgica, di tempi non necessariamente più felici, ma di sicuro più liberi dai suv. La videoteca è ancora lì e ha il suo videobank con dentro immagino otto copie del dvd di Troy e in vetrina la serie completa delle opere di Muccino. Che ne avranno fatto di Sid and Nancy. Preferisco immaginare il VHS dritto sullo scaffale ricoperto di ragnatele, la serranda col lucchetto. Le luci della mia macchina che filtrano da fuori.
mercoledì, gennaio 12, 2005
La riunione mi coglie al terzo loop di Sweet Sixteen. Mi alzo con fare incerto, dopotutto Billy Idol non mi è mai piaciuto, come sono finita ad arrotolare Sweet Sixteen di mattina come una striscia di carta intorno alle dita non lo so. La consegna, la licenza, il manuale, gli sceenshot col nuovo logo, dice lui, e scrive appunti su una agenda minuscola. Quello è un quadro impressionante, dico indicando col naso il dettaglio dei corvi di Van Gogh sulla pagina dell'agenda. L'hai visto, chiede lui con una voce abbastanza sincera da concedermi un respiro pieno, per una volta l'aria non è avvelenata dal fiato degli zombie. Si, è ad Amsterdam, una tela enorme, impressionante, dico. Lui guarda i corvi minuscoli sulla carta, non gli sembrano impressionanti neanche un po', e poi siamo sicuri che siano corvi, e che la tela sia enorme, pensa. Sarà larga due metri, insisto. Com'è possibile, dice lui, due metri, valutando in silenzio che allora deve essere alta almeno sei, per come l'hanno messa sulla pagina. Quello è un dettaglio, dico. Lui sfoglia le pagine, altri corvi, la tela è divisa su più pagine, devi sfogliare per vederla tutta, non saprai mai quando è grande davvero, e impressionante. Ma puoi provare a intuirlo. Lui solleva le sopracciglia, chiude l'agenda, insieme all'intuizione dei corvi di Van Gogh. La licenza, bisogna uniformare la licenza, dice.
martedì, gennaio 11, 2005
D'inverno tolgo dal muro il poster di Pazienza perchè il termosifone piegherebbe la sua carta sottile. Potrei metterlo dentro una cornice, ma il poster è davvero enorme, la città delle donne, e poi una cornice lo renderebbe lucido e lontano, e non potrei più valutare bene i segmenti dove due tratti di pennarello blu si sovrappongono, e sarebbe triste, perchè i segmenti più scuri da sovrapposizione di tratto di pennarello sono stati fonte di grande ricerca artistica nella mia breve carriera di disegnatrice, che è finita più o meno quando qualcuno mi ha detto "sei troppo grande per giocare coi pennarelli, vai già in prima media!", e io imbecille gli ho creduto.
Amo.
Al di là ed oltre, è un mare di pennarelli,
ed il mio amore per i pennarelli è secondo solo all'amore che nutro per me stesso.
Pennarello è bello, e se sai usarlo, se lo ami,
sa darti soddisfazioni,
diventa te, diventa tuo istmo,
ne ricordo uno, enorme, bleu,
dopo tre anni cominciò ad avere la lingua
secca,
e presi ad usarlo per le sfumature ghiaccio delle
mie nuvole, era un buon pennarello, e mi
dispiacque
quando morì, morì per aver perso il tappo.
Andrea Pazienza, Inedito, 1977
lunedì, gennaio 10, 2005
Avendo passato l'infanzia in uno sputo di paese dove non succede mai un accidente, considero il treno un elemento significativo del paesaggio. Da piccola in stazione mi piaceva il fatto che il treno passasse così vicino e sferragliante alle persone sui binari. Era un suono orribile, spaventoso, eppure le persone rimanevano del tutto impassibili. Io mi allenavo a rimanere impassibile, come gli altri, indifferente allo sferragliamento, godendomi privatamente la sensazione. Quando poi sono diventata pendolare un sacco di gente mi ha dato dei consigli. "Siediti nella direzione di marcia, non ti verrà la nausea", mi disse mio padre memore delle mie vomitate sui tornanti dell'appennino. "Se senti un botto dalla parti di Rubiera chiudi subito gli occhi, lì vanno a suicidarsi e se vedi un braccio mozzato contro il finestrino poi rimani sconvolta", mi disse la sorella grande dell'amica E., lo disse a voce bassa. "Non prendere il locale delle 11:30, rimane sempre fermo mezz'ora a Ponte Samoggia per dare la precedenza all'intercity", mi disse l'allora moroso per darsi un'aria di competenza ferroviaria. Un pomeriggio me ne stavo in stazione a Bologna al binario 8, o qualcosa del genere, quello dove in mezzo alle trasversine cresceva la pianta di pomodori, era famosa perchè ne avevano parlato su Cuore, e allora tutti andavano a vederla, era piccola e verde, i pomodori c'erano davvero. Comunque me ne stavo lì, quasi indifferente alla metallosità dei suoni per via della routine adulta, e mi chiedevo come sarebbe andato l'interrail, cosa avrei provato poi per il rumore del metallo, un mese su e giù dai treni. Da Bologna alle isole Ebridi quell'estate. Da Bologna a Capo Nord l'estate successiva, o meglio fino a Narvik, dove finisce la ferrovia, e poi in bus. Di notte si dormiva nel sacco a pelo sdraiati lungo il corridoio, perchè non c'erano i soldi per la cuccetta, o se c'erano non si desiderava certo spenderli per una borghesissima cuccetta. Decine di interrailer si lavavano i denti, la faccia, poi stendevano il sacco a pelo e dormivano sognando la propria città di arrivo. "Puoi ascoltare le trasversine", mi disse una notte il tizio sdraiato poco più in là. Quando non c'era posto nel corridoio si dormiva seduti sui sedili, era più scomodo, ci si svegliava quasi ogni venti minuti e si osservavano le luci confuse delle stazioni, e il cartello, per vedere almeno in che stato si era finiti. Si sbirciavano gli altri nello scompartimento. Ricordo distintamente il piercing al capezzolo sinistro del ragazzo magro pallido e ancora leggermente punkeggiante che avevo di fronte sulla tratta Monaco-Copenhagen. In Scandinavia c'era il Dan-Up, lo yoghurt da bere scomparso da noi anni prima, vi ricorderete, take your dan-up-dan-up! Quello. Aveva una specie di tracolla, così lo potevi portare con te mentre pattinavi ascoltando Madonna. Noi lo appendevamo alla rete portabagagli, così dondolava tutta la notte, e al mattino diventava una eccellente panna alla fragola per colazione. Nel dormiveglia, sentivamo davvero le traversine. Le urla dei freni, il metallo degli scambi. Il russare dei viaggiatori. Sapevamo che c'erano facce indifferenti lungo i binari, e parecchio buio. Ma il tempo per noi scorreva diversamente. Qualcuno si occupava di noi, seduto in una stanza di controllo del traffico, ci vedeva come una lucina su un pannello, ci portava a casa. E così, per anni, ho visto ogni mattina da lontano l'Italicus sventrato, sullo sfondo verde e rosso di Bologna. Ho sentito bigliettai e capotreni parlare tra di loro della privatizzazione e dei tagli. Ho visto l'apposito film di Ken Loach. Lo so cosa può succedere. So anche perchè succede. Lo sapete anche voi. Non parlate di nebbia, per favore.
domenica, gennaio 09, 2005
Seduta annoiata in un angolo della sala da biliardo, osservo i tappeti blu nuovi e già consumati, quasi aspettandomi un nessuno mette Baby in un angolo. Facciamo tutti questi sforzi patetici per far sembrare il mondo un posto grazioso. Sofia Coppola produce vino in lattine rosa, Scarlett Johanson spruzza profumo per strada, e il batterio del mal di gola è solo un peluche morbido. Eppure. "L'amore non è una violetta che sboccia e appassisce. L'amore è un'erbaccia che cresce anche al buio." M.C. Smith, Gorky Park.
sabato, gennaio 08, 2005
Saranno dieci anni che in Emilia non scende una nebbia come si deve. L'amico S. di Novellara distingue due tipi di nebbia come si deve, quella densa e grigia ad altezza cofano della macchina, che ti impedisce totalmente di vedere la riga di mezzeria e di valutare la profondità dei fossi, e quella bianca a muro che ti si para davanti alle mezze luci, e non devi illuminarla con gli abbaglianti, e se la illumini con gli abbaglianti ti sembra il Nulla della Storia Infinita. Questa ultima considerazione non è dell'amico S. di Novellara ma mia, in quanto bambina che lesse tre volte il libro di Michael Ende sognando di sposare Atreiu, erano gli anni '80, abbiate pazienza. Ieri notte era solo una nebbia media, diffusa, che sapeva un po' di petardi scoppiati. Abbastanza nebbiosa comunque da cancellare il mondo, lasciandomi solo la riga di mezzeria da seguira come il pendolo dell'ipnosi, e l'autoradio puntata su KRock. Allora è successo una specie di time warp, perchè il venerdì notte quelli di KRock portano i cd nuovi al Corallo, quello di Sabato al Corallo di Vinicio Capossela, e in radio rimane il passato. Il passato guidando in solitaria nella nebbia è molto potente, soprattutto ad alto volume. E' iniziato con i Pink Floyd, non saprei dire dov'ero esattamente, ma la riga di mezzeria era doppia e continua. Di certo so dire quand'era, era la metà degli anni '90, quando lavoravo in birreria e in macchina tenevo solo due cassette, The Wall e Rattle and Hum, per una questione di necessità, non avevo l'autoradio e allora tenevo sotto il sedile una radio a pile senza autoreverse. Non ascoltavo molto la radio perchè più o meno ad ogni curva la stazione cambiava. Una volta l'amico A. aveva provato ad allungare l'antenna fuori dal finestrino del passeggero, e in questo modo la stazione era rimasta la stessa per quasi tutto il percorso della circonvallazione di Reggio Emilia, una soluzione che non è stata più adottata dopo quella volta perchè l'antenna aveva quasi decapitato un ciclista distratto. Dunque niente radio, niente autoreverse, mi servivano cassette lunghe, che non avessero bisogno di essere girate troppo spesso. Per questo The Wall e Rattle and Hum, che per me sono rimaste emotivamente incollate a quel periodo in vari modi. Difatti ieri notte ascoltando Comfortably Numb ho subito avvertito, con meccanismo evidentemente pavloviano, l'odore dell'incenso al fior di loto che il mio capo bruciava in birreria. Era una birreria stramba e alla lunga vagamente insopportabile, con tutte quelle candele rosse e quelle tisane improbabili. Si ascoltavano quasi esclusivamente i Jethro Tull e gli Stones, che vanno quindi ad aggiungersi alle mie ossessioni notturne di metà anni '90. Allora nel mondo c'era anche il grunge, verso il quale provavo un trasporto solo moderato. Il fatto è che le compulsioni adolescenziali le avevo già proiettate anni prima su Nick Cave e sui Velvet, non ero più musicalmente vergine. Così quando la coinquilina bolognese si rotolava tra le dita la mia cassetta di Harvest dicendo "Neil Young, il fondatore del grunge", io storcevo il naso con scafata condiscendenza, e con un certo fastidio. Cionondimeno, indossavo la camicia di flanella regolamentare, a quadri bianchi e rossi, presa a prestito da mio padre appassionato di escursionismo. Ma si notava che non affondavo l'anima nel grunge, difatti ogni tanto la portavo ben aperta su un body bianco. C'erano queste settimane in cui non facevo altro che leggere la Norton Anthology of English Literature, quella rossa con le pagine sottili tipo Bibbia, spinare birre dietro ad un bancone in mezzo ai fumi di incenso al fior di loto, e guidare in mezzo alla nebbia ascoltando i Pink Floyd. Esattamente come ieri notte, quando per qualche ragione avevo in mente Milton, c'erano i Pink Floyd, la nebbia, e in mezzo alle nebbia è spuntato il Fuori Orario, che ha giusto dieci anni, sono finita dietro al bancone con in mano una birra, non per spinare ma per salutare qualcuno che conosco da un sacco di tempo. La birra poi è diventata rhum e così via. Fuori c'era altra nebbia e alla radio gli Stones, Angie, l'aria ha continuato a puzzare forte di incenso al loto, poi la riga di mezzeria è diventata più lunga, le luci più forti, e al semaforo su un cartellone è comparso Gasparri. Ho mancato il viottolo di casa due volte, e in cortile la nebbia sapeva di petardi scoppiati.
giovedì, gennaio 06, 2005
Non esattamente per contraddire John Cale, secondo il quale è impossibile ascoltare sul computer la traccia 0
nascosta di Hobosapiens con le istruzioni scritte in piccolo rosso su
rosa. No, non per contraddirlo, per carità, più che altro proprio per
ascoltarla, la traccia, visto che nessun lettore in casa riesce a
trovarla, nascosta com'è 4:30 minuti manualmente indietro rispetto alla
prima traccia. Ho provato quattro lettori, indietro, indietro 4:30
minuti esatti, nulla. L'ho sentita quattro volte dal vivo, sempre a
metà concerto, sempre alla chitarra, e mi chiedo se lui abbia notato il
mio sguardo di sfida io troverò la traccia 0, o se abbia notato la
prima fila che cantava perchè era stata ad un numero sufficiente di
concerti da imparare il testo, insomma, se abbia notato almeno la forma
indistinta della pubblico. In ogni caso, ecco qui Set Me Free grabbata
da L. e trasferita sull'iPod, now playing.
Ma tu guarda quanti stupidi e lentissimi tastini sono comparsi oggi dentro il mio Firefox. Sii paziente, mi dice la barra facendomi l'occhiolino. La buona notizia, si sono accorti che esiste anche Firefox. La cattiva notizia, non ci considerano abbastanza svegli da imparare qualche tag. La cattivissima notizia, bisognerà essere ancora più pazienti di prima.
"To look back on writings of thirty years or more is not a wholesome exercise. My energy as a writer impels me to look forward, to feel, still, that I am beginning, really beginning now, which makes it hard to curb my impatience with that beginning writer I once was in the literal sense."
Susan Sontag
martedì, gennaio 04, 2005
Coraggio, ottimismo, lo dico alla persona che è arrivata qui dalla ricerca su Google starnuti+polline. La primavera è ancora lontana, per fortuna. Questa è la stagione del ghiaccio, gli europei di pattinaggio artistico a Torino a fine gennaio, i mondiali di Mosca a metà marzo. Naturalmente sulla tv italiana non si vedrà altro che un paio di variopinti galà, dove i commentatori si concentreranno sui due concetti fondamentali della disciplina: cadere è brutto, e lo sapevate, alcune coppie di danza non sono sposate, è inconcepibile. Intanto, sotto il ghiaccio, attendono pazienti le graminacee.
Ieri sera Riccardo Iacona ha accompagnato un pomodoro ciliegino dalla sua pianta verde di Palermo fino al centro di smistamento di Napoli, e poi ritorno al supermercato di Palermo. L'assunto, limpido quanto raggelante, Iacona l'ha pronunciato direttamente dal camion del trasportatore.
"Nel libero mercato il prezzo lo fa il più forte."
Prima Leonardo di Caprio, poi lo tsunami. Facciamo qualcosa per aiutare Phi Phi Island, perseguitata dalle sventure.
Ho rivisto Cats, e sono arrivata alla indubbia conclusione che il mio maestro di yoga si ispira alla gatta Victoria per creare le sue asana inedite.
Menomale che Buffy alla fine è andata a salvare Spike. E' bello riuscire a preoccuparsi anche se si sono già letti gli spoiler un anno e mezzo prima.




















