Garnant

domenica, ottobre 31, 2004

Nonostante il Teatro Valli fosse completamente esaurito, sono andata comunque verso le venti e trenta, per partecipare. Per avvertire l'aura di Blixa. Per appoggiare l'orecchio al muro e magari avvertire le vibrazioni del martello pneumatico. Ma nel frattempo in biglietteria si sono materializzati quattro posti in platea, e fotunatamente l'amico Naso (grazie Naso) era proprio là quando è successo. Così ho vagato con il biglietto in mano davanti al Teatro, impreparata e stranita, così felice che ho persino sorriso amichevolmente ad un tale che detesto dal novantadue. Ora possiedo anche io la maglietta nera con l'omino degli Einstürzende. C'è una storia. Quindici anni fa partivo per la mia prima vacanza da sola, andavo nel Kent. In aeroporto c'era una maglietta degli Einstürzende, addosso ad un bel tipo alto, anfibiato, e vagamente darkettone. Gli anni Ottanta finivano proprio allora. Ma io c'ero, ha! Volavo in Inghilterra assieme ad un walkman rosso e ad una cassetta di Nick Cave registrata dalla radio. C'è un'altra storia. Anni dopo sarei andata all'università. Lo sai il tedesco, mi avrebbero chiesto a lezione. Certo, so dire ja, nein, entschuldigung, e Einstürzende Neubauten. Così ora è un piacere ascoltare Blixa e capirlo, che cammina scalzo sul palco e ci spiega gentilmente, con un accento british, che non si tratta di un concerto normale. Ci sarà una prima parte di un'ora circa, una scelta dei vecchi brani, poi una pausa di venti minuti, si può fumare una sigaretta, e poi la seconda parte, con materiali nuovi, incompiuti, sperimentali. E quando Blixa dice nuovo, incompiuto, sperimentale, oh, beh, dice sul serio. Eins, zwo, drei. Grundstück! C'è questa installazione postindustriale sul palco, in mezzo i musicisti, e i musicisti suonano gli strumenti convenzionali e anche l'installazione, un flauto gigante suonato con un compressore, un bidone della spazzatura blu che sembra quello sotto casa mia (uhm, devo controllare che sia ancora al suo posto), un trapano e molto molto metallo, catene, ruote dentate. Luccica, l'installazione, e loro sono bellissimi. La platea trema e urla. Blixa sorride e dice che si diverte. E dirige il suo coro sperimentale e canta auf Deutsch, auf Englisch, e strappa un lenzuolo bianco e presenta un pezzo suonato con la carta stagnola. Escono subito per i bis (zu-ga-be), perchè forse la direzione teme che crollino le dorature sui palchi, per via delle urla. E alla fine per farci smettere Blixa dice che deve andare, deve andare ad impiccarsi nell'armadio dell'albergo. Sorride, però.

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giovedì, ottobre 28, 2004

Domani sera al Teatro Valli di Reggio Emilia ci sono gli Einstürzende Neubauten, e io non mi sono ancora procurata il biglietto. Sarebbe bello se io fossi una personcina più organizzata.

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mercoledì, ottobre 27, 2004

Oggi ho dovuto lavorare con MSAccess. Naturalmente il database era linguistico. Naturalmente le valutazioni erano semantiche. Gestione automatica della conoscenza, questo farà il prodotto finale. Suona bene, vero? No, dite? Pazienza, quello c'è, quindi zitti e Access. Mi consola pensare che anche Chomsky ha iniziato con il trattamento automatico della lingua. Il progetto a cui lavorava had no intellectual interest and was also pointless, mmmh, già. Insomma, oggi sono morti tanti miei neuroni. Per consolare quelli rimasti, vorrei parlare di qualcosa di familiare e tranquillizzante, e cioè del mio libro di lettura delle elementari.
Il mio libro di lettura delle elementari, che non vedo da vent'anni e credo si trovi nel solaio a casa di mia mamma, è sostanzialmente responsabile della mia vita attuale. La gestione automatica della conoscenza, per esempio. Mi interessa l'intelligenza artificiale perchè è divertente e inquietante, un grosso specchio dove osserviamo il nostro potenziale umano, senza riuscire ad afferrarlo. Nel libro di lettura delle elementari c'era la storia di un robottino che sentiva il suo inventore dire di avere tanta fame da potersi mangiare una frittata di una dozzina di uova, così per fargli piacere cucinava una frittata di dodici uova, dentro un prezioso trofeo di vela. L'inventore rimaneva sconcertato, e non ricordo se poi capiva che doveva anche essere felice. Comunque il noiosissimo compito a casa di dividere quella lettura in sequenze, mi diede modo di pensare alle forme di vita senziente, eventualmente artificiali. Ora quando scrivo la conoscenza di un bot, penso sempre alla frittata.
Poi mi piace la letteratura perchè non ha un apparente scopo pratico, e buona parte della gente che ho intorno ripete tutti i giorni che è del tutto inutile, se non dannosa, e comunque troppo pesante. Nel libro delle elementari c'era la storia di questo bambino che non sapeva cosa scrivere nel tema "che lavoro fa il tuo papà". Perchè il suo papà ogni tanto riparava un rubinetto, o dipingeva le pareti, ma apparentemente non faceva altro. Allora il bambino scriveva nel tema che il papà per lavoro ogni tanto riparava un rubinetto o dipingeva le pareti. Il padre leggeva il tema e rimaneva sconcertato, e allora spiegava al figlio che lui di lavoro faceva lo scrittore. Il bambino gli diceva "ma non è un lavoro, a cosa serve?". "Serve per rendere felici le persone", rispondeva il padre. Il bambino se ne andava perplesso e per nulla convinto.
Mi piacciono anche gli occhiali scuri con le lenti verdi. Nel libro di lettura delle elementari c'era una donna che quando si sentiva triste metteva un paio di occhiali rosa, così il mondo le sembrava rosa. Sempre preferito il verde.

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martedì, ottobre 26, 2004

Va bene, va bene. Il nuovo lavoro dei REM comincia a piacermi. Non ho mai provato per i REM quello che si prova a volte per gli artisti, quello che dice Holden.

What really knocks me out is book that, when you're all done reading it, you wish the author that wrote it was a terrific friend of yours and you could call him up on the phone wherever you felt like it. That doesn't happen much, though.

Intendiamoci, ho consumato la cassetta di Murmur. Ho cantato Orange Crush in macchina. Ho osservato con il sopracciglio alzato mentre le compagne di classe al liceo spiegavano che i rem erano... un gruppo nuovo, con quella canzone così carina, luusing mai reliigion. Ma sono stata a vederli dal vivo a Bologna anni fa, e per tutto il tempo ho fissato perplessa il cranio calvo di Michael Stipe, sul quale brillavano mille lucine, riflesse da una gigantesca palla da discoteca appesa strategicamente sul palco. Eppure, il nuovo album, il JFK...

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lunedì, ottobre 25, 2004

Soho è un posto molto frivolo e terribilmente piacevole. D'accordo, pretenzioso, ma piacevole. Dai locali viene un buon profumo di zucca e cannella. Dagli incroci puoi sempre controllare il colore delle luci dell'Empire. Poi solo due passi e c'è Nolita, il naso in aria, i fiori sui davanzali e le facciate con una personalità tutta di mattoni e cast iron. Soho ti coccola. All'Apple Store puoi mettere le zampe sui portatili e navigare, gli ipod sono caricati con Nocturama, i monitor sono immacolati e sottili, le sedie e le panche sono comode, stanno al secondo piano accanto ai libri, e davanti al megaschermo delle conferenze. C'è persino il bagno. Il primo piano non c'è perchè in America il primo piano non esiste, ma se esistesse chissà che cose meravigliose conterrebbe quello dell'Apple Store. Ma poi. Troppo bianco? Troppo hardware? Ancora stile? Si gira l'angolo e sul muro è incollato il manifesto delle artiste contro Bush, the only bush I trust is mine, e più in là c'è Betsey Johnson, lo storico primo punto vendita della sua etichetta. E sono altre coccole, perchè la commessa punkettina ventenne ti offre da bere, ti offre un modulo per iscriverti alla mailing list, e ti apre le tende della changing room, divano puffoso e tutto, dove giganteschi specchi e splendidi abitucci colorati ti tolgono una taglia intera. Una taglia intera, capite? L'illusione ottica è un fenomeno meraviglioso. E per una volta sull'etichetta di quello che puoi comprare non c'è scritto "made in Nicaragua". Thank you for liking my clothes, dice la cartolina che trovi nella borsa fucsia coi lacci neri. Oh, beh, ma prego.

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giovedì, ottobre 21, 2004

"Never eat more than you can lift"
Miss Piggy

Calamita vista allo shop della Public Library sulla quinta avenue, cinque minuti prima della chiusura.

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Mai, mai divorare un double fudge chocolate brownie da Pax prima di visitare il Guggenheim. Al Guggenheim le linee sono curve e si snodano in un moto terribilmente continuo. Ti trasportano via, e allora è confortante fermarsi a osservare Parigi attraverso la finestra.

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mercoledì, ottobre 20, 2004

I concerti di John Cale oramai per me sono una esperienza iperrealista. Potrei staccare i jack dal kurzweil nero, e slacciargli le scarpe, sempre interessanti, come le Nike asimmetriche di Milano. Vedo il suo braccio che spunta dalle quinte mentre inveisce contro il fonico. Osservo lo scheletro della viola elettrica, le corde lunghe della chitarra acustica. Oltre la pop art. I soldi del primo tour di White Light White Heat Cale li ha spesi tutti dal dentista, perché all’epoca in Galles i dentisti erano ancora nel Medioevo, e si doveva pur rimediare ai loro danni (cfr. What’s Welsh for Zen, pag. 109). Beh, un ottimo lavoro, a prova di spettatore della prima fila. Mi pare anche che l’unghia rotta che si vede nel booklet di Hobosapiens sia guarita, d’altra parte è passato un anno, anche se negli States l’album esce solo ora. E i capelli sono di quel biondo spento da capelli britannici in là con gli anni, taglio curato al millimetro, surprisingly trim and healthy-looking aveva scritto anni fa Chris Spedding. Certo ci siamo abituati ai musicisti risorti dalla droga. E’ passato molto tempo, per dire, da quando non ho più paura che Nick Cave mi svenga addosso dal palco. NY giovedì scorso era un po’ fredda e un po’ piovosa, così le scarpe erano nere, alte. La camicia bianca e non perfettamente stirata, come si addice ad una persona che ha la prospettiva delle cose. Pantaloni neri piuttosto seri, traditi da due cerniere dietro i polpacci, il tocco punk. Oh, insomma, il resto l’ho già postato sulla lista.

I was at the Avalon on Thursday afternoon, my confirmation number from Insound tattooed on the forehead, peeping inside and nearly stepping on Jeff Thall’s feet, who stood outside the door in a white t-shirt. Officially, I was there to buy a ticket for friend Veronica, another Veronica, not me. Friend Veronica and me had talked together to the immigration officer at the airport the week before, and he said "Mhh, two Veronicas. That’s not good." You often fail to appreciate a mocking tone after a 8-hours flight. Anyway, I was there at the Avalon, and it was my fourth JC gig in two years. Long story. Let’s just say I was supposed to travel on the first week of October, but then friend Barbara said no, let’s go on the second week, I need to do the invoicing before leaving, you know. Well then, I said, let’s go on the second week. It was July. I had a plane ticket and a vague suspicion that JC would have been playing in Bora Bora in October. Sometimes you just get luck, you know. Not enough to see JC rehearsing behind the Kurzweil on a cloudy NY afternoon, but definitely enough to be a second row worshipper at his feet during the gig. The Avalon is a former gothic church and the former infamous Limelight. The public filled the place nicely, as far as I could see from my second row position between the keyboards and the central microphone. First we cheered the Mosquitos, a local band somewhere between British pop and world music, imagine the Franz Ferdinand singing in Portuguese, kind of. Anyway, they were good enough to get our feet moving. Then we watched eagerly while the roadies took away the Mosquito's stuff, bringing in very familiar Powerbook, guitars and electric viola. A matter of half an hour, and JC was there, white shirt, black trousers and all. "Hello New York, it's been a while", he said. At this point I must confess I don't have a setlist for you, sorry. I just hate having to interfere with all the screaming in order to produce a piece of paper and scribble a title at the beginning of each song. But the blond guy on my right did, so maybe he can help, if he's tuned. The amplification was really bad. JC seemed disturbed at first, he also kicked the amp on his right at some point, but then decided to forget it, and went ahead. Over her Head and Caravan on the keyboards, Set me Free and Things on the acoustic guitar. These were my live highlights from the new album, the way Caravan took life on stage, the "matter of fact, you never asked to free" line from Set me Free. Then Venus, of course, and there the public showed its velvet heart. Fear, Paris, and the reaction was so loud he had to smiled. Cable Hougue. Then he took the electric guitar and placed himself in the middle of the stage, Parks, Thall and Page at the far corners. It was an electric good twenty minutes, with a truly incredible Pablo Picasso encore, that made our eyes open wide. After that the door opened, the lights went on, and it was midnight. Two hours.

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martedì, ottobre 19, 2004

E così siamo andati a Union Square dove c'era il mercato delle verdure biologiche, tante zucche gigantesche, e abbiamo comprato le spillette anti-Bush da un paio di attivisti apparentemente fumati. Non ci sono solo zucche in quel mercato. Comunque indossare una spilletta anti-bush in giro per New York è una esperienza interessante. Ecco quello che succede.

Pin classica blu quadrata "John Kerry for president 2004", indossata da L. sulla spalla dello zaino.
- Cassa dell'Emipire State Building, l'addetto wasp di mezza età pratica uno sconto di 2 dollari a L., e gli consegna un biglietto "military".
- Christopher Street, nel Village, un attivista wasp sui trenta con petizione ferma L. per chiedergli soldi e per ringraziarlo della pin.
- Albergo un po' pulcioso ma simpatico a Flatiron, il tizio wasp sui quaranta alla reception siede sotto una scritta "ancora 2 mesi". Alla vista della pin dichiara: "Kerry? Great!". Ma niente sconto.
- JFK, terminal 1, donna wasp gentile sui trentacinque, abbigliamento casual costoso, ci offre uno spazio sul suo trolley (il trolley costa 3 dollari), per i nostri zaini dall'aria pesante.
- Haagen Dazs di Chinatown, i commessi orientali poco più che ventenni esclamano in coro "Do you support Kerry? We support Bush". Il gelato, confezionato sotto i nostri occhi preoccupati, è comunque buono.

Pin tonda bianca con scritta blu "No one died when Clinton lied", indossata da me sullo zaino.
- Metropolitana, la gente piega la testa per leggere, ridacchia, in particolare vari wasp vestiti per uffici trendy.
- Bowling Green un nero di mezza età dalle scarpe rotte, a cui sfugge totalmente il senso della spilla, mi spiega che durante l'amministrazione Clinton è morta una sacco di gente.

Pin quadrata con foto di Bush e scritta rossa "George, you're fired", indossata sulla giacca da B.
- Pomeriggio infrasettimanale, negozio di vinile su Bleecker Street, nel Village. Il commesso wasp trentenne blocca B. con un'aria preoccupata, legge la spilletta e dichiata "Ah, ecco, per un attimo ho pensato che fosse una spilla di Bush, no, sai, sei nel posto sbagliato, qua ti sparano se ti porti una spilla di Bush"

Pin blu quadrata "Women for Kerry", nascosta nello zaino da V.
- Nessun effetto.

Dall'esperienza si deduce che a NY Bush ha un certo successo tra i giovani delle minoranze (si fa per dire) etniche. Che la comincità del caso Clinton ad alcuni sfugge ma non a tutti. Che Kerry è popolare nella classe medio-alta wasp.
Allora cosa abbiamo? Una classe disagiata che vede nel monopolista scaltro un esempio da imitare. La percezione di giusto e sbagliato che varia prevedibilmente. Una classe media che ha una testa con cui ragionare, ma non abbastanza potere. Ricorda qualcosa?

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lunedì, ottobre 18, 2004

Chiunque dovesse conoscere un rimedio per i sintomi del jet lag, è gentilmente invitato a redermene partecipe, grazie. Al momento non riesco a decidere se è meglio sbattere le palpebre per inumidire gli occhi, rischiando così di addormentarmi di botto, oppure tenerle spalancate tipo squalo. Ho la nausea. Voglio tornare dove stavo ieri, o ieri l'altro quello che è, vale a dire seduta sulla panchina di Parkview Terrace dove Woody Allen ha girato la scena di Manhattan, con l'amica B. che ripete che secondo lei la panchina vera non c'è più o è stata spostata, perchè l'angolazione del Queensboro non torna. E comunque nessuno mi aveva avvertito che l'enel ha intensificato la pubblicità con Sunday Morning, tre volte a interruzione pubblicitaria, è allucinante. Io non posso farcela. Spero che vendano quelle maledette azioni e mi lascino finalmente in pace.

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domenica, ottobre 17, 2004

NY ieri grigia che faceva tanto Manhattan. John Cale elettrico. Jet lag Jet lag Jet lag.

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mercoledì, ottobre 13, 2004

Da non credersi! Sono all'Apple Store! Ho appena comprato una shirt di Betsey Johnson. Non sono ubriaca, per ora. Cheers.

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venerdì, ottobre 08, 2004

Northern Exposure era una serie bellissima che passava in tv mentre io studiavo per l'esame di tedesco III. In realtà c'era anche prima, ma io la snobbavo perchè avevo visto una scena con Chris in the morning e l'avevo odiato. Certo anche il titolo, un medico tra gli orsi, era un deterrente. Sempre meglio comunque del titolo che la rai aveva in mente all'inizio, piedi freddi e cuore caldo. E ho detto tutto sul titolo.
Insomma questa serie che ho poi scoperto mentre studiavo per tedesco III, era ambientata a Cicely Alaska, che credo non esista per davvero come paese. Guardavo l'Alaska ed era così piccola che stava dentro il mio televisore. Anni dopo arrivai in British Columbia, su fino al confine, in un posto che a Cicely somigliava moltissimo. Per andarci serviva un sacco di tempo, aerei, automobili a noleggio, treni e anche un idrovolante. Era come se Cicely si ingrandisse lentamente, dalla taglia del mio televisore fino a diventare così grande da contenermi. Potevo camminare per strada e incontrare i moose e gli orsi. Era tutto tremendamente familiare, e molto, molto più grande. Così a volte è tutta una questione di proporzioni, di obiettivo, che sia l'occhio, il cuore o la telecamera.
Dentro Northern Exposure c'era un ragazzo nativo, Ed, che sognava di fare il regista. Non si era mai mosso da Cicely Alaska, ma sapeva tutto di New York, perchè aveva visto un milione di volte i film di Woody Allen, dentro il suo televisore. E c'era Joel, medico ebreo newyorkese, spedito in Alaska a fare il tirocinio. A Joel mancava tremendamente New York. Tu non puoi capire, diceva a Ed. Allora Ed gli rispondeva, ma certo che capisco, se tu fossi a New york ora saresti appena uscito dal cinema con la tua ragazza, camminereste per strada e mangereste un bagel. Come fai tu a sapere dei bagel, chiede Joel. Oh, ho visto Manhattan, risponde Ed sorridendo, adoro Woody. E così a volte è tutta questione di proporzioni, e di obiettivo.
Sabato vado a New York, che per me è sempre stata minuscola dentro il televisore, un gioco di occhi, di cuore e di telecamera. Ci vorranno soltanto sei ore di volo per farla diventare tanto grande da potermi contenere.

Ed: So what time is it in New York City right now?
Joel: It's around midnight.
Ed: So I guess maybe, you and your fiance'd be coming back from a movie about now, maybe stop by a little cafe for a cup of espresso, pick up the Sunday edition of the New York Times, and some fresh hot bagels for breakfast tomorrow.
Joel: Sounds about right.. How'd you know about bagels?
Ed: Oh, I saw Manhattan, I think Woody's a genius!

postato da garnant | 22:02 | p.link |

giovedì, ottobre 07, 2004

Mattinata grigiastra, in auto ferma al semaforo, sguardo fuori fuoco, vedo in alto la Fernsehturm. Succede, di alzare lo sguardo a volte e vedere la Fernsehe Turm. Normale. Certo. Sopratutto quando poi si nota che è solo una antenna molto alta, con una grossa parabola a metà, il tutto sopra un vecchio tetto modenese.

postato da garnant | 21:57 | p.link |

mercoledì, ottobre 06, 2004

Disorientati senza la Lonely Planet e gli appunti scritti in fretta nella Moleskine? Fedeli alla Rough Guide e al Betadine milleusi? Vi sentite davvero bene solo con una Footprint in tasca e la borsa di stoffa del MET a tracolla?

Allora provate le nuove guide Jet Lag. Zaino 80 litri, sandali, repellente per zanzare, ci si vede in Molvania.

postato da garnant | 21:23 | p.link |

A lavorare con lentezza, si libera una grandissima energia. La Radio Alice di Guido Chiesa e dei Wu Ming è così underground che si sente anche sotto terra. Si scava Bologna per non andare in fabbrica, si scava per essere ingegneri antiborghesi, si scava per avere pietre da tirare alla polizia. La Radio Alice di Guido Chiesa e dei Wu Ming è così piena di sogni che qualcuno si salva camminando sui tetti. Si sogna in bianco e nero, si sale in alto con Patti Smith, giovane e riccia sulla copertina di Horses, si parla del futuro sdraiati la notte in Piazza Verdi. Radio Alice alla fine è una stanza distrutta al Pratello, il vinile sul pavimento, sotto le rovine. Se scavi, trovi subito Velvet Underground and Nico. E puoi risalire in alto.

postato da garnant | 20:45 | p.link |

martedì, ottobre 05, 2004

Alla fine poi quello che mi disturba davvero del film di Amelio, è che sia stato pubblicizzato così tanto. Insomma, ero a casa, avevo la febbre, e potevo godermi Venezia in diretta. Volevo gongolare per l'assenza della Tamaro, sentire le interviste a Mike Leigh, vedere qualche sequenza di Mihazaki, sapere del film horror di Puglielli, e si, anche di quello con Christopher Walken. Due giorni con la febbre e la tv accesa, libera da qualunque impegno, e cosa ho visto? Quindicimila volte il trailer delle chiavi di casa. Ora non fraintendetemi. Il problema non è l'attore disabile facile strumento della compassione. Una volta ho visto un film con Pascal Duquenne e ho imparato che un attore disabile è semplicemente un attore che può essere bravo, come nel caso di Duquenne, o meno bravo, e immagino che ce ne siano, di meno bravi, perchè Duquenne è notevolissimo. Il palcoscenico è un posto dove l'espressione "diversamente abile" non è una stupidaggine da politicamente corretto.
Allora ragioniamo. Niente interviste a Mike Leigh anche se ha vinto, perchè ha vinto, inutile fingere che non sia mai neanche esistito. Niente sequenze favolose di Mihazaki, anche se è un genio e ci farebbe così bene vedere anche solo un minuto del suo lavoro. Niente Puglielli, anche se siamo tremendamente fortunati ad averlo come connazionale. E niente Christopher Walken, anche se è un gigante. Al posto di tutto ciò, le chiavi di casa, mille volte al giorno. Per quanto apprezzi Amelio, per quanto mi abbia colpito Lamerica, per quanto abbia visto Il ladro di bambini almeno cinque volte, qua non ci siamo.
Perciò adesso esco e vado a vedere Lavorare con lentezza, di Chiesa, premio Mastroianni e sceneggiatura dei Wu Ming. Ecco.

postato da garnant | 19:39 | p.link |

lunedì, ottobre 04, 2004

Haruki Murakami ha cominciato a scrivere Noruwei no mort il 21 dicembre 1986 in Grecia. Ha continuato poi in Sicilia, e ha terminato il 2 marzo 1987 a Roma. Tre pagine al giorno. Nessuna telefonata, nessuna visita. Ad Atene non aveva un tavolo, così scriveva in una taverna, ascoltando in cuffia Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band. Allora penso che in qualche modo ci deve essere il Mediterraneo, in quel romanzo. In qualche modo. Di certo c'è Paul McCartney. E c'è Tokyo, Tokyo nel '68.

E' strano pensare ad un giapponese seduto in un appartamento alla periferia di Roma, che scrive tre pagine al giorno su Shinjuku, ascoltando musica britannica. Un giapponese dalle idee chiare.
"... avevo in mente di scrivere un romanzo d'amore non troppo sentimentale della lunghezza di circa trecentocinquanta pagine."
E' strano pensarlo, avrà macchiato le pagine di passata di pomodoro, qualche volta? Magari raccontando del bento in un vassoio laccato. Avrà capito dov'era, cosa ascoltava?
Anche a noi succede, poi, sediamo nella Jubilee ascoltando Blixa Bargeld in cuffia, scriviamo in una lingua che quasi nessuno conosce. E crediamo di capire, non è vero?

postato da garnant | 20:39 | p.link |

domenica, ottobre 03, 2004

Avete mai ascoltato attentamente una early recording di Heroin? Qualcosa dei tempi di Ludlow Steet, intendo. Si? E non vi è sembrato che ci fosse qualcosa di diverso? No? Mh. Eppure. "Heroin" suonava così.

I know just where I'm going
I'm gonna try for the kingdom if I can
'Cause it makes me feel that I'm a man
When I put the spike into my vein
Then things aren't quite the same
When I'm rushing from my run
And I feel like Jesus' son
And I guess that I just don't know
And I guess that I just don't know

Racconta John Cale, in What's Welsh for Zen.

"Heroin" was recorded there. The whole track was great, the backing, but Lou and I had an argument about the lyric. He changed the very first line, the set-up, from "I know just where I'm going, I'm going to try for the kingdom if I can" to "I don't know where I'm going", which is a complete surrender. "You fucked up the whole song by changing the premise", I told him. "The song is not about drug taking, it's about a person who hates himself, and the reason he hates himself is not clear to anybody because there's this convinction in the first-person line, and you don't question it after that. It makes the song more powerful and gives it more drive. When you say, "I don't knwo where I'm going" it gives the game away in the first line.

Erano i tempi di Ludlow Street.

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venerdì, ottobre 01, 2004

Ossignore. Ma che slogan è "Nick Cave, la musica d'autore non è per pochi"? Vorrebbe ispirare nell'ascoltatore medio il pensiero ecco, finalmente anche io posso ascoltare Nick Cave, non è proibito come pensavo, che gioia provo nell'apprendere ciò, anche io potrò alfin leggere di oscure tematiche bibliche, sognare violenti entroterra australiani e dibattere dell'opportunità di tingersi i capelli in nero pece una volta raggiunta la mezza età, come fanno i veri fan di Nick Cave.

Comunque l'altro sabato sono andata nell'ipermercato più economico della città, ho puntato allo scaffale novità, e ho afferrato una orrenda enorme custodia di plastica opaca. All'interno si intravedeva il delicato e primaverile cofanetto. Stoffa e fiori, cartoncini pastello. Typeface elegante. L'ultimo doppio di Nick Cave non mi ha detto assolutamente niente per i primi cinque ascolti. Ora va meglio, devo ammettere, ma quello che provo è più interesse che trasporto. Me lo aspettavo. Nocturama l'avevo trovato discreto e niente di più. Niente più Blixa. Al suo posto, molti inutili cori femminili. Ma scusate, non mi sembra poi grave. Non intendo stare qui seduta su una sedia con le ruote a pretendere che Nick Cave produca solo supremi capolavori. Preferisco che continui comunque a scrivere, e a portare in giro la sua musica. Sarò a Milano, se non mi perderò in tangenziale, sarà un lunedì freddissimo all'alcatraz e io ci sarò e urlerò in direzione dell'uomo con gli occhi celesti.
Scusate, ma a questo punto della mia vita mi sento di dire che Nick Cave ha d'ufficio la mia stima incondizionata honoris causa. E in ogni caso trovo che il pezzo sui cannibali e la ragazza con il cuore banging and beating like a drum (drum!) sia molto bello. Ascoltatelo in cuffia in ufficio, Nick Cave che canta direttamente nel vostro cervello e i cannibaili intorno, sarà tutto chiaro.

postato da garnant | 18:37 | p.link |