Garnant

mercoledì, giugno 30, 2004

Sono intossicata dal nuovo lavoro dei Cure. Insomma, ho una delle mie crisi musicali compulsive. Ascolto The End of the World in loop continuo. Mi porto in giro il cd. Lo infilo in tutti i lettori che trovo. Ho smesso di chiedermi se si tratta di nostalgia discutibile degli anni 80, o di trauma emotivo da jamming festival, o di chissà che altro. Quello che voglio è arrivare alle tracce delle canzoni, e in fretta. Mi irritano questi cd con l'applicazione per il web che parte da sola, infilandosi subdolamente nel sistema. L'enhanced cd dei Cure parte da solo, dopo infiniti fischi e ronzii. No, non è una intro sperimentale, è la chiave per il sito segreto. Probabilmente la stessa del cd allegato a Barbie Luci del Cyberspazio. Comunque. Lo provo in ufficio. Si apre la gigantesca e vistosissima finestra che il mio capo riuscirà a percepire fin giù dal parcheggio. Mi avvento su di essa e la chiudo. Poi tento di far partire la prima traccia, senza successo. Allora chiedo aiuto al collega G., informatico, musicalmente preparato. Il collega G. lavora in un ufficio lontano, quasi esotico, e la sua scrivania si trova sotto una specie di cupola di vetro. Questo gli ha permesso di coltivare una pianta carnivora duranta lo scorso inverno. Immagino che lo scopo della pianta carnivora fosse intimidatorio, come nel caso del cactus spinosissimo che tengo sulla mia scrivania. Ma oggi la pianta carnivora non c'è. Al suo posto, una dozzina di pile AA, sistemate in modo da rappresentare il cerchio di Stonehenge, dolmen e menhir sistemati con precisione. Il collega G. mi spiega che il giorno del solstizio d'estate, un raggio di sole ha colpito il centro del cerchio. Mi fa anche notare che la copertina dei Cure è "alquanto buffa". Infine, mi consegna 12 file mp3 estratti dal mio cd, in rispetto della legge relativa. Li copio sulle varie postazioni che uso in questo periodo di schizofrenia lavorativa. Li lancio a ripetizione.

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martedì, giugno 29, 2004

Arrivo a casa tardi, reduce dagli straordinari, da una alienante visita al centro commerciale, dall'attraversamento di due incidenti stradali di varia natura, e dal guado del traffico sulla via Emilia. Mi fermo davanti al mio garage. Il vicino si ferma davanti al suo, in contemporanea. Spalanchiamo le portiere. Dalla mia auto sale Frank Zappa. Dalla sua saltella un motivetto balneare tipo latinoamericano. Ci guardiamo con aria di sfida. Lui pensa, la mia auto è palesemente più fantastica della tua. Io penso, la mia musica è palesemente più fantastica della tua. La sfida rimane irrisolta. Inforno l'auto in garage senza tante cerimonie. Salgo con il cd nuovo dei Cure nella borsa, mentre lui nel cortile fischietta latinoamericano, lucidando i vetri della macchina con un apposito straccio.

NB Spero che la prima aula di studio a destra entranto al 38 di via Zamboni sia ancora intitolata a Frank Zappa, come era nel 1994, come deve essere.

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lunedì, giugno 28, 2004

Grande evento pigro, ho messo shinystat. L'ho fatto per vedere quali browser usate. Subito c'ero solo io e la torta era tutta per mozilla, ha! Poi è arrivato qualcuno con opera, che tu sia qui il benvenuto, misterioso visitatore che usi opera! E oggi vedo anche un Netscape, ottimo. Nella mia testa costruirò poi una mia teoria balzana sui browser che questo blog attrae più o meno inconsapevolmente. L'iniziativa mi è stata ispirata la scorsa notte dagli aneddoti di hackeraggio telefonico vintage dell'amica F.2, che ha passato l'adolescenza a dare i toni ai telefoni pubblici e a smanettare sull'Atari.

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domenica, giugno 27, 2004

Sono andata al Frunz, annuale festa dell'associazione TILT, già Palle d'Acciaio. C'era il flipper di Tommy, edizione 1994 della Data East (questo). Veloce, reattivo, lucido. Ever since I was a young boy, I've played the silver ball, from Soho down to Brighton I must have played them all. Sui bumper rossi ci sono le parole hear me, see me, touch me, feel me. Anche buio e inquietante. All'improvviso arriva Cousin Kevin, ti fa una faccia strana dal display, e tu devi prendere un bersaglio difficile per mandarlo via. Angoscia, se non ce fai. E ci sono dei momenti di silenzio che non finiscono mai, non capisci se è Tommy che è diventato muto o è il software che si inceppa. E ci sono i bonus per Natale. E ogni tanto dovevi colpire un bersaglio per laciare le bombe dagli aerei della RAF, e scendere col paracadute. E prendere una rampa per rompere lo specchio e avere il multiball. Sally Simpson non sono riuscita a farla uscire, anche se mi sono impegnata tanto. Worlds apart.

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sabato, giugno 26, 2004

Io volevo fare le pulizie questa mattina, davvero. Ma poi è arrivato uno sciame di vespe assassine, e non ho potuto alzare le zanzariere.

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venerdì, giugno 25, 2004

Mercoledì 14/7, Philip Glass a Ferrara. Philip Glass suonò al Dadà di Castelfranco Emilia all'inizio degli anni '90, come aveva fatto poco prima anche Wim Mertens. Io e l'amica C. la sera di Philip Glass arrivammo in anticipo. Passeggiammo intorno al teatro, non sapendo che fare, e nel mezzo del cortile sul retro, un cortile per il resto del tutto deserto, incontrammo un piccolo tavolo con una tovaglia bianca, la bottiglia di vino, e Philip Glass che mangiava placido un gigantesco piatto di tortellini.

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giovedì, giugno 24, 2004

Esistono davvero gli spaghetti alla tequila, di cui vagheggia un collega, gli occhi lucidi davanti agli spaghetti al limone della mensa? Speriamo di si! Bisogna credere negli spaghetti alla tequila!

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Parecchi anni fa, diciamo dodici, c'era questa pubblicità di un lucidalabbra, una ragazza molto giovane usciva di casa, allegra, quasi innocente e perfettamente carina, e la canzone era walk on the wild side. Sapete, and the colored girls say, doo do doo do doo do do doo, e così via. L'insieme era delizioso, inquietante, e anche un po' acido. Fissavo questa pubblicità cercando di decidere se fosse un'idea geniale o idiota. O una specie di incidente. Un lucidalabbra rosa per adolescenti collegato a Holly Woodlawn, che era venuta da Miami FLA, e aveva fatto l'autostop per tutti gli Stati Uniti, e si era strappata le sopracciglia e rasata le gambe, e lui era diventato lei. Questa associazione mi ha tenuto lontana dai lucidalabbra in genere, il tempo sufficiente perchè la moda virasse sui rossetti mat mettendomi a disposizione una vasta gamma di colori neri. Ma ora sono tornati i lucidalabbra, mi guardo in giro e con un brivido canticchio doo do doo do doo do do doo. E si, ci andrò a vedere Lou Reed la settimana prossima.

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martedì, giugno 22, 2004

Il 31 luglio me ne andrò a Roma al concerto di Simon&Garfulkel, vividamente consapevole dell'aura patetica e nostalgica che stazionerà intorno alla mia accaldata persona. Ancora vivi, esclamano tutti sgranando gli occhi! O meglio, non tutti, solo quelli che la settimana scorsa davano per scontato che il mio biglietto del Jammin' Festival fosse per Lenny Kravitz, e che poi mi fissavano con occhi assolutamente vitrei quando rispondevo, no, è per i Cure. E comunque sono ancora vivi, e si tratta dell'Old Friends tour, nome che più originale non si può, ma è pur sempre gratis, quindi zitti. La collega gentile si informa, forse la sorella riesce a farmi avere uno sconto in un albergo vista colosseo, giusto sopra il concerto. L'altra collega gentile si informa, forse riesce a farmi avere un posto nella casa occupata dove sta il suo amico cileno. Quanto a Simon&Garfunkel, li ascoltavo alle medie. All'epoca ascoltavo anche Brian Adams e i Dire Straits, ero insomma una personcina del tutto solare. Da lì a poco avrei udito per la prima volta Venus in Furs, maquesta è un'altra storia. Insieme all'amica E., dotata di videoregistratore e di fratello grande, rubacchiammo la cassetta di Carnal Knowledge. Restammo molto turbate nel vedere Candice Bergen che si fingeva tanto verginella con il nostro amato Art, quando poi si faceva Jack Nicholson sul prato. Per questo non riuscirò mai a togliermi dalla testa l'odio per Jack Nicholson.

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domenica, giugno 20, 2004

Questa si dice una esperienza compiuta. Mettere Pornography nell'autoradio e unirsi alla coda a soffietto sull'autosole, osservare la frutta modenese e poi salutare San Luca che porta bene vederlo per caso, appoggiare lo sguardo su Bologna, più avanti sulla famosa collina dei rifiuti che io non ho mai visto i rifiuti che ci sono sotto e allora mi ha ancora più impressione. E poi sperare che quegli stupidi dieci chilometri fino a Imola passino in fretta, per liberarsi alla fine degli zombie della spiaggia, e fare la coda con qualcuno che abbia un qualche senso dell'attesa. E magari Pornography nell'autoradio. Che poi ho perso il frontalino dell'autoradio diverse settimane fa, ma se infilo un pezzo di cartone nel punto giusto posso sentire le cassette e anche le prime tre stazioni della radio, cioè le tre frequenze di k.rok per modena reggio e parma, che sono tutto quello che mi serve. Tanto lo vedo da sola che c'è coda, non c'è bisogno che me lo spieghino quelli di ondaverde. Poi, parcheggiare spendendo un sacco di soldi inutili. Consolarsi pensando che essere fregati dai parcheggiatori fa un po' parte dell'evento. Inspirare gli effluvi romagnoli di cipolla. Vedere un milione di all star senza lacci e calzini a righe che percorrono la pista dell'autodromo. Camminare veloci sull'erba perchè PJ Harvey ha già iniziato. Infilarsi nella folla per vederla bene col suo abitino giallo i capelli neri e la voce. Mettersi sotto l'idrante, poi, per abbassare al temepratura corporea. Mangiare la piada salsiccia e cipolla, leggere un numero tascabile gratuito di Rolling Stone, stampato con un font così piccolo che immagino dovrebbe farti venir voglia di comprare la versione più grande. O di andare alla visita gratuita dall'oculista che c'è qui ogni anno a giugno, come il mese della prevenzione dentale mentadent. Bere lo sponsor che più che una birra è una bevanda al gusto di birra, un po' come il tè delle macchinette aziendali, che in realtà non è tè ma bevanda al gusto di tè. Rimanere in bikini per sentire il vento che non porta pioggia. Abbracciare i Pixies da tutti i lati del palco. Cercare di afferrare una sacca d'acqua, e scoprire che basta chiederla gentilmente ad un ragazzo del backstage, facendo lo sguardo assetato. Non è difficile fare lo sguardo assetato stando in piedi su una distesa di asfalto e bottiglie vuote. Constatare che la graditissima busta d'acqua è fatta dall'agac, cioè viene dall'acquedotto di Reggio Emilia, quello gigante e altissimo dal quale io e l'amica F. avevamo progettato di suicidarci nel caso ci avessero bocciato all'esame di quinta, meglio la morte che restare in quella stupida scuola. In alternativa al suicidio dall'acquedotto, avevamo pensato di farci frate, scelta che ci sembrava molto più divertente rispetto al farci suore, sai la noia. L'acquedotto di Reggio Emilia sta in mezzo alla madre di tutte le rotonde, che nell'inconsapevolezza del tempo, aveva contribuito a dare il nome al quartiere circostante: l'orologio. Ancora non sapevamo che ci saremmo ritrovati un futuro fatto a rotonda. E ancora, bere l'acqua dalla sacca d'emergenza, sbrodolandosi molto, prima di scoprire che la tecnica migliore è quella dello scoiattolo, cioè inclinare la testa e riempirsi la guancia di acqua, per poi berla con agio. Divorare le patatine col ketchup. Osservare con sufficienza la chill out zone e la beach zone. Notare una ragazza che sembra Avril Lavigne in versione intelligente, insieme ad una ragazza con capelli bluastri, e chiedersi se per caso non siano Diana e Margherita F. Cantare con Ben Harper mentre il sole tramonta pian piano dietro il palco, lasciando una bel cielo azzurrro azzurro con persino le rondini, e sempre il vento. Puntare decisamente alle transenne, perchè Robert Smith veda bene che siamo lì per lui. Urlare, perchè siamo al buio, con le ragazze che svengono, quelli del backstage che le sollevano di peso oltre le transenne, le sacche d'acqua che volano, e i Cure che non arrivano. Urlare, perchè poi arrivano e Robert Smith ha i capelli che viene il dubbio che dopotutto siano normali così, e non il frutto di un'opera di rosso d'uovo e lacca, e gli occhi tutti neri e il rossetto già sbavato. Robert Smith avanza e fa una smorfia coi denti, che immaginiamo sia il suo modo di sorridere, e allora urliamo, perchè siamo lì apposta, evidentemente. Intorno magliette dei Cure, dei Joy Division, dei Radiohead, tutto come da copione, le ragazze con le gonne lunghe e i guanti di rete nera, e persino due darkoni con mantello di pelle. Io, beh, negli anni '80 ascoltavo i Cure, conoscevo i pezzi, mi era simpatico Robert Smith, ma nella mia sana aloofness adolescenziale li consideravo troppo mainstream per i miei oscuri e indiependentissimi gusti. Ma loro non se ne sono avuti a male. Infatti mi cantano lo stesso Lovesong e Disintegration e A Strange Day e Pictures of You, e la vibrazione nell'aria è davvero potente, e Robert Smith è davvero lui, gli occhi dietro i capelli, dentro due macchie nere, aperti verso il pubblico che canta. Una esperienza davvero compiuta, con i fumi verdi su A Forest, e la voce intensa sulle parole. E poi, finito tutto, i passi leggeri sulla pista dell'autodromo.

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venerdì, giugno 18, 2004

Ho ripescato la cassetta di pornography, pensate, è in stereo! Ho la cassetta, ho il solare a protezione 15... sono pronta. Non avrei mai pensato che fosse necessario un solare per vedere i Cure, ma comunque. Al Beach Bum Festival Nick Cave uscì che era ancora giorno, con gli occhiali scuri. Sfilandoli lentamente rivelò gli occhi blu alla luce del sole, sconvolgendo completamente le prime file pigiate e ricoperte di polvere. L'amica F. tornò a casa ripetento ossessivamente io non sapevo, io non mi ero resa conto. Quindi meglio non guardare con sospetto questi eventi afosi e luminosi. A domani.

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giovedì, giugno 17, 2004

Dopo una lunga e orrida serie di incubi a sfondo lavorativo, ecco che arriva finalmente un sogno normale. Nel sogno stavo sull piazzale del distributore di benzina di viale Regina Margherita a RE, e aspettavo qualcuno in arrivo dall'Inghilterra. Ma questo qualcuno non arrivava. Allora prendevo un bicchiere, tipo calice, e telefonavo all'aeroporto di Shannon per sapere se era tutto a posto. Nel sogno Shannon era in Inghilterra, e per telefonare si usavano i bicchieri (pieni). Ma per qualche ragione avevo bevuto l'acqua che c'era dentro il bicchiere, nonostante non avessi sete, e nonostante sapessi che così forse non avrei potuto telefonare. Ma ho provato lo stesso. Mi ha risposto una ragazza, parlava in francese. Io le ho parlato in inglese, lei è passata all'italiano, era in Erasmus. Mi ha detto che Shannon era aperto, che il volo era partito regolarmente. Quindi mi sono svegliata. Ora, questo sarà anche un sogno da instabile mentale, ma almeno non è un incubo a sfondo lavorativo. Forse va meglio. Speriamo.

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mercoledì, giugno 16, 2004

Il Bloomsday. Avevo questo professore discutibile che ripeteva ogni anno il monografico sull'Ulisse, non si scampava. La giornata iniziava con l'angoscia di questo omino nero con le sue frasi senza senso. Poi si passava all'arcana lezione di filologia germanica, dove una donna alta e secca metteva asterischi a caso su parole inventate da lei. Poi nel pomeriggio quattro strepitose ore di letteratura angloamericana, lezione più film, con intervallo per il cappuccino. Usavamo l'Ulisse per tenere aperta la finestra rotta a italianistica. Non penso che Joyce se ne sia avuto a male.

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Me ne sono andata in un negozio di articoli sportivi, attratta da una svendita totale, almeno secondo gli enormi manifesti gialli in vetrina. Si svende, si trasferisce. Ho ispezionato ogni singolo capo, saggiato consistenze insolite, tastato stoffe visibilmente imparentate col petrolio greggio. Alla fine, ho selezionato una paio di pantaloncini bianchi per tennis/squash, prezzo ragionevole. Sono andata alla cassa, la cassiera dall'aria da titolare di mezz'età ben ristrutturata, legno, finiture di pregio, ha battuto il prezzo. Poi si è fermata, ha borbottato qualcosa, e ha rigirato il cartellino tra le unghie acuminate. Al che il suo sorriso sottile si è trasformato in una espressione di fastidio: oh, credevo di esseremi sbagliata, mi sembrava impossibile che costasse così poco, ha detto stizzita. Io l'ho osservata sogghignando. Sono la suprema regina dei saldi, ho pensato, di fronte a me lo sperpero come l'avidità si inchinano profondamente. Dev'essere per questo che stasera non c'è stato sex and the city.

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lunedì, giugno 14, 2004

Ecco, ho appena guardato due interi telegiornali mentre cenavo, e mi sento molto bene. Certo uno era il tg3 regionale, dove di solito intervistano Vasco Errani su società e politica e Francesco Guccini su eventi culturali e sagre della montagna. Però ho visto il tg1 e parte del tg2. Di solito mi strozzo con le verdure cotte ad ogni apparizione di Gasparri, inveisco contro Buttiglione e ogni volta mi deprimo per via di Rutelli. Ma oggi sto bene. Ho avuto solo un attimo di blando strozzamento quando Fassino ha dichiarato "è una vittoria travolgente", il minestrone quasi mi andava nel naso. Mi sento curiosamente distesa. Non come sabato sera, quando l'addetto mi ha indicato l'unica cabina con le tende blu e io mi sono avviata con mestizia, in mano la matita tonda e le schede. Le tende blu erano particolarmente soffocanti, la lampadina incandescente. Fissavo i simboli con angoscia e via via le pareti mi schiacciavano tipo film espressionista tedesco. E come al solito sono riuscita a piegare le schede solo a terzo tentativo. Uscita dai seggi, depressa come non mai, ho pedalato fino alla locale festa dell'unità, per vedere che aria tirava. Beh, la pizza aveva un'aria buonissima, la gente rideva, alla lotteria hanno assegnato una bici, un trancio di prociutto e una coppa (nel senso della coppa da affettare). Per la pizza c'è voluto un sacco di tempo, però. Che vorrà dire?

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sabato, giugno 12, 2004

Call it a trap!

Avete mai pensato di far marinare il pollo nel latticello (ma lo vendono, il latticello?) per cinque lunghi giorni, insieme ad una dozzina di spezie diverse? Beh, qualcuno l'ha fatto, poi ha fritto il tutto e lo ha servito a Elvis. Il Re ha gradito, a quanto pare, e la storia è oggi un post del googleblog, un saluto a Larry e Sergey e anche al cane Yoshka. Ecco a voi il Buttermilk Fried Chicken Elvis Loved, un nuovo aneddoto nella mia galleria mentale dedicata al Re, accanto al panino in padella con burro di arachidi e banane.

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venerdì, giugno 11, 2004

Siamo alla fine, o meglio alla frutta, di questa campagna elettorale. Ho ricevuto l'sms del pr.cons.min, credevo che il mio cellulare vintage, o meglio il mio cellulare vecchio che c'è da chiedersi come faccia a funzionare ancora, fosse immune. Evidentemente no. Ho acceso la radio, era un po' disturbata, ma ho sentito un candidato della margherita che piagnucolava, diceva votami, sono un rocchettaro come te! Spero che l'enorme pannello elettorale con gli slogan legaiuoli che sta giù in parcheggio, imponente e delirante, abbia almeno fatto un po' d'ombra alla mia macchina. Almeno quello.

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giovedì, giugno 10, 2004

Ascoltavo oggi il Live in Scandiano dei Gang, 1991, non suona benissimo Live in Scandiano? Perchè abbiano stampato proprio quel live non lo so esattamente. All'epoca i Gang scrivevano in inglese e cantavano in autro-ungarico (lo sostiene Marino), e Scandiano era patria di rock station indipendenti, della discoteca poi cantata da Vinicio Capossela, nonchè patria del mio compagno di classe che ascoltava Tom Waits. Io ero già elettrica, perchè il mattino dopo sarei partita per l'Inghilterra, armata di un adattore di corrente e di una maglietta dei Clash. Faceva caldo, il fondo era polveroso, la birra un po' tiepidina, ma che diavolo, stavano per suonare quelli della Paolino Paperino Band, candy piromania, candy, candy e l'anarchia, non so se mi spiego. Io ero ancora in una fase della vita in cui cercavo di sparare in aria i capelli con l'aiuto di misture mefitiche prodotte da diverse lacche spray. Partivo per l'Inghilterra e i Gang tornavano all'italiano, ma c'era quel video che faceva tanto cielo sopra Berlino, e io adoravo il cielo sopra Berlino, in particolare adoravo Cassiel. E Nick Cave, emaciato, drogato, e assolutamente magnetico. Due giorni dopo sarei entrata nel mio primo pub seguendo le note di Leila per strada, ma ancora non lo sapevo. Ero lì che urlavo Candy piromania, brucia tutto e poi va via, che ne sapevo del resto della vita. Poi sono arrivati i Gang. Non ho ricordi precisi, a dire la verità, perchè il caldo emiliano, la polvere da festa dell'unità, la birra tiepida e Candy sono una combinazione che può annebbiare la mente, ma ricordo che ero tremendamente a mio agio a quel concerto. Ero lì spiaccicata al palco e mi sentivo perfettamente bene. Ad un certo punto la corrente se n'è andata, c'erano state proteste per il rumore, a quanto pare. Buuu. E' tornata subito e i Gang hanno ricominciato a suonare, si sente nel cd. Poi di nuovo buio. Basta, Marino prende la dodici corde, ci fa un gesto, avvicinatevi, si sistema sull'orlo del palco, il suo stivale da rocker a un centimetro dalla mia faccia, e attacca Libre El Salvador, fulminandomi all'istante. Così mi succede dal vivo. Vado ai concerti e vedo la luce. Marino con la dodici corde e niente amplificazione che canta Libre El Salvador. Jeff Buckley che guarda i nuvoloni da pioggia estiva a Correggio. John Cale solo sul palco per Halleluja. Nick Cave che si siede al piano per The Ship Son quando è ancora giorno a Jesolo. Già, questo mi succede.

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mercoledì, giugno 09, 2004

Su consiglio di Marino Severini, sono andata in biblioteca a prendere un paio di libri di Erri de Luca. Ho letto qualche riga di Non ora, non qui, mentre ero al tavolo di una happy hour locale, sentite che meraviglia:

"Come tutti desideravo un cane, impossibile da ottenere nel nostro poco spazio. Mi affeziona a una palla gialla dai molti colori sbiaditi e al suo buon odore di gomma. Quand'ero solo nella stanza la palla mi saltava addosso per la gioia e giocava a non farsi acchiappare. D'improvviso mia madre gridava di smetterla e la palla finiva sotto il letto per la paura"

Ho anche preso un libro per il bookcrossing, Ombre sulla luna di Arthur C. Clarke. Lo appoggerò da qualche parte in centro la settimana prossima, se qualcuno lo vuole si guardi in giro.

postato da garnant | 22:42 | p.link |

Qui vicino c'è la pista ciclabile Jack Kerouac, a suo tempo inaugurata da Guccini e dalla Pivano, themselves. La ciclabile Jack Kerouac attraversa un paese dove in piazza c'è la statua di un maiale che corre, in strada un pannello con il testo di people are strange (solo tradotto, peccato), e nel parco una statua di John Lennon che passeggia. Ho sentito dire che c'è anche qualcosa intitolato a Pazienza, ma non so cosa. Di certo c'è la sede locale della SuSe, non so se rendo l'atmosfera cool. E non manca il lato oscuro: case costosissime, e un tremendo odore per via delle inquietanti procedure industriali che riguardano il maiale. Ma tant'è. L'Emilia è così. Ieri sera sono arrivati Marino e Sandro Severini che, in una sala verdina dove tempo fa avevo visto un documentario su De Andrè, hanno parlato di Woody Guthrie, di Billy Brag, Joe Strummer, Gregory Corso, Garcia Lorca e influenze varie. Avevano la dodici corde, amplificazione elementare, una bottiglia di vino. Quello che serve, insomma. C'era questa bimbetta, che ho identificato come figlia di Marino, che cantava ossessivamente Fra Martino campanaro fuori nel cortile.

"Un comunista si riconosce da come taglia il salame." Marino Severini

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martedì, giugno 08, 2004

Quando nella prima stagione di X-files, Skinner chiama Mulder nel suo ufficio e alza il volume della musica, è difficile credere che sia uno dei buoni. Una grande notizia così gratuita, semplice, nessuno ci sperava. Per questo stasera me ne vado in giro con l'aria stranita, sono stata nell'ufficio di Skinner e ha alzato la musica. Peccato che domani io debba vedere smoking man, nel pomeriggio. E detto per inciso, nessuna delle persone coinvolte tiene il paragone estetico con Mitch Mileggi.

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domenica, giugno 06, 2004

I ladri sono stati a casa di L&N. Hanno abbattuto la porta, distrutto i mobili, rubato gioielli inclusi quelli di solo falore affettivo, e sparso spazzatura sul pavimento per utilizzare i sacchetti neri, ignorando un intero sportello pieno di sacchetti vuoti in bell'ordine.

L&N - Basta, d'ora in poi non si compra più nulla. Solo viaggi. Vediamo come fanno a rubarceli!
G. - In effetti, hai voglia col piede di porco a rubarvi la terra del fuoco!
L&N - Esattamente!
G. - Viaggi e concerti, questi sono acquisti!

(John Cale suona ad Anversa questo mese. Lo dico così, senza una ragione precisa.)

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sabato, giugno 05, 2004

Questo penso, tra fumi musicali. Perchè avrò anche dedicato quasi tre ore a Harry Potter ieri, ma la giornata era iniziata con go straight to hell boys, go straight to hell boys, papa-san, che avevo trannenuto nella testa più a lungo possibile, come si tiene il fumo nei polmoni, allo stesso scopo. Poi ero passata a guts, per capire bene quello che avevo letto la notte prima in sedition and alchemy, a proposito dell'episodio reale dietro il testo, che è un episodio che conoscevo, ma che non mi aveva mai colpito così, un punto per Tim Mitchell. Il problema è che guts si è mischiata nella mia testa a go straight to hell, e il tutto ha preso un effetto allucinatorio. Non male, considerato che a quel punto ero ancora in ufficio! Poi il film era zeppo di suggestioni celtiche, forse banali, forse scontate, ma c'erano. E le suggestioni celtiche mi portano via facilmente, verso un milione di ricordi assortiti. Poi non sono potuta tornare alla lucidità nemmeno alla fine, perchè in macchina la radio mi ha spedito negli anni 80, non ricordo più con cosa e con chi, e poi mi portato agli anni in cui ascoltavo una persona che ascoltava De Andrè, e alla fine mi ha fatto scivolare ancora indietro nel tempo con gli Smiths, dall'amica con cui non ho mai risolto un problema. Così oggi mi sono svegliata e ho detto, ci vuole un momento di tranquillità emotiva, niente fumi musicali, accendo mtv. E ci sono i Franz Ferdinand. E si ricomincia da capo, su e giù nel tempo, non so fino a dove. In the end in the end in the end.

postato da garnant | 20:37 | p.link |

Dite che c'è qualche speranza che Tim Burton faccia uno dei prossimi film di Harry Potter? Perchè siamo sulla strada giusta. La strada della follia lucida. Lo pensavo ieri sera, mentre osservavo il mondo scuro e irregolare di Alfonso Cuaron, dove i colori non vengono mai per caso, e nemmeno le luci indirette. Dove la prima scena è un ragazzino solo sotto le coperte, a dire subito questa non è la magia innocente di Chris Columbus, qui è diverso. Dove una famiglia con i capelli rossi sta in una stanza tutta grigria, e il rosso viene scalato per occhi incuriositi. Dove i corvi beccano enormi zucche arancioni in mezzo al verde scozzese, il verde che si ottiene con una settimana di pioggia nebulizzata nell'aria, quello scuro intorno ai castelli. Dove un lupo mannaro gentile accende distrattamente una candela a forma di spina dorsale, forse cinque vertebre di cera, non le ho contate. Già. Siamo sulla strada giusta. La strada della follia lucida. Girano girano le ruote del tempo. Il platano picchiatore si scrolla di dosso le foglie autunnali tutte insieme, e fa schizzare via la neve, quando ne ha voglia. C'è una citazione dei Monty Python, bisbiglia l'amico N. nel buio, ma io non la vedo, che vergogna. C'è la testa ridotta che parla, che spavento. C'è una sequenza finale che funziona nonostante manchino buona parte delle informazioni. E funziona davvero, perchè quasi quasi mi diventa simpatico Harry Potter! E quasi quasi prima mi era diventato simpatico il quiddich, a vederlo giocato in mezzo ad un temporale come si deve. E poi ci sono gli adolescenti di Cuaron, decisamente consapevoli del loro potere, decisamente vestiti a dovere, e gli adulti finiscono in un secondo piano buio, dove non c'è alcuna rivalsa. Alla fine, i titoli di coda scorrono in tutte le direzioni sulla mappa del malandrino, e seguendo i passi diventi lupo, ippogrifo, bambino che salta a piedi pari. Mentre il coro canta, canta, something wicked this way comes! Va bene, la prossima volta Mike Newell. Ma Alfoso Cuaron ha fatto al mondo di Harry Potter quello che speravo, gli ha tirato fuori l'inquietudine. Ok, si è dimenticato di Alan Rickman e delle mostruose potenzialità di Snape, ma lo perdono. E spero in Tim Burton, una delle prossime volte.

postato da garnant | 20:12 | p.link |

giovedì, giugno 03, 2004

Questa mattina c'era il sole giallo tutto espanso nell'aria umida, così ho guidato senza vedere nulla fino all'ultima rotonda prima dell'ufficio. Una volta dentro, ho sospirato con piglio tragico, ma purtroppo avevano appena lavato le scale con un disgustoso detergente all'aceto, che mi è rimasto nel naso per un'ora. In corridoio, la collega ha guardato le mie scarpe, e poi un punto alle mie spalle, molto più lontano della parete, quindi suppongo vedesse la parete del tutto sfocata, o forse c'era uno di quei disegni che si vedono in rilievo, come nella stampa del delfino per strada anni fa. Di solito lo sguardo della collega sale con indolente disapprovazione fino al collo, prima di posarsi su qualche arredo aziendale dal colore neutro a simboleggiare ordine e produttività. Ma oggi le scarpe erano sufficienti, evidentemente. La giornata è trascorsa tra una cattiva vibrazione e l'altra, a causa del passo molle e destrutturato di colleghi colti da vari stadi di ansia e angoscia. Ad un certo punto ho scoperto che c'è gente che ha la fortuna di partecipare all'esaltante evento "Shakespeare e il Management – Lezioni di leadership per i manager d’oggi", proprio quello che sognavo all'università, quando stavo china sulla Norton Anthology of English Literature. Uguale. Il tutto accadeva mentre sulle nostre teste passavano decine di aerei militari. Vanno a Roma, dicevano tutti. Sono dei tornado, degli F104, degli F qua e F là, si vantavano i colleghi della loro cultura aeromobilistica. Poi nel pomeriggio, in un momento di particolare sconforto, causato anche dalla mancanza di scheda audio nel server che stavo torturando con installazioni perniciose, ho visto un aereo molto basso, oltre il profilo del gigantesco centro commerciale che c'è fuori dalla finestra. Molto, molto basso. L'aereo ha virato lentamente, poi è salito, è salito ancora, e infine ha disegnato un perfetto looping nell'aria gialla. Mi sono avvicinata al vetro e ho spostato la tenda puzzolente. Era una freccia tricolore, che subito è schizzata via in tonneau, verso ovest, sui campi coperti di cereali mutanti. Ora, io so che domenica qui ci saranno le frecce tricolore, e ormai le ho viste almeno una dozzina di volte per via del gene volante che ho ereditato dal papà pilota. Ma una freccia da sola un giovedì pomeriggio, che fa un looping per il gusto di farlo, e io che la sbircio in solitudine dalla finestra dell'ufficio, beh, questa è una scena nuova. Ed è, penso, un buon segnale, lo dico in un momento di ottimismo un po' ammaccato. E infatti poi sono arrivati tutti, la pattuglia al completo, hanno provato l'intero programma, e più tardi è anche venuto un temporale con i lampi bianchi. La gente al supermercato era curiosamente di buon umore, forse per l'aria elettrica. Ho bloccato due auto con la mia parcheggiata discutibile, e i rispettivi proprietari, che facevano la spesa anche loro, mi hanno semplicemente sorriso.

postato da garnant | 21:22 | p.link |

martedì, giugno 01, 2004

A pagina 137 di Dorian, è successo che ho inziato ad amare Henry Wotton. E' successo esattamente qui:

"E alla fine, Baz uscì dalla stanza. Ma forse, se si fosse fermato fuori un istante, avrebbe sentito tirar su col naso, una prova che quelle parole erano state sentite. Forse."

postato da garnant | 22:01 | p.link |